14/02/2012

AA.VV.: libri d'artista [in ordine alfabetico] [valutazioni puramente indicative a mia discrezione]

Piero Basilicò, Venezia, [stampa eliografica], 1974 [tiratura: 500 copie] [volumetto a fisarmonica con disegni e scritture narrative] [€ 70,00]

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Angela Hart O' Brien, ... e qualche cosa nuova di buono, edizioni Studio Inquadratura 33, Firenze, 1978 [tiratura ignota] [poesie stampate su tre pieghevoli inseriti nelle tre tasche di un contenitore in plastica] [€ 40,00]

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Andy Warhol, un libro pubblicato in occasione della mostra al Moderna Museet di Stoccolma, 10 febbraio - 17 marzo 1968, stampato in Svezia [terza edizione: aprile 1970]. Interamente costituito da immagini fotografiche, con alcune dichiarazioni introduttive dell'autore. Foto di Rudolph Burckhardt, Eric Pollitzer e John D. Schiff [tiratura ignota] [€250,00]

 

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13/02/2012

9 auto-adesivi [epoca imprecisata]

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21/12/2011

quattro cartoline a tematica africana [la prima non è viaggiata] [la quarta è sciupata]

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20/07/2011

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010

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Giancarlo Pavanello

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010 [seconda edizione]

La prima tavola: un giovane ferito e dolorante su un letto d'ospedale, mentre riprende coscienza, piantonato da un poliziotto. Poi tutto il racconto passato alla storia come i “fatti del G8 di Genova del 2001” in flash-back, narrato a fumetti in prima persona, cominciando dalla vita spensierata di un gruppo di amici, la cui unica preoccupazione sono i progetti di viaggi, in contatto fra coetanei dell'UE, con la posta elettronica.

 

Vedendo in TV le prime violenze dei black bloc e soprattutto la morte di un ragazzo, causata da un carabiniere, secondo l'evidenza, decidono di recarsi a Genova, prima di continuare le vacanze, per partecipare alla manifestazione del 21 luglio, con “la varietà delle bandiere presenti” e con “ideologie differenti”. Alla ricerca di un “internet point”, vengono consigliati di recarsi alla “scuola Diaz”, diventato “il centro di comunicazione del social forum”, piena di giovani di varie nazionalità con cui socializzare e dove possono pernottare, con i sacchi a pelo, del tutto ignari della “notte cilena” che li attende.

 

Il clou di “quella notte alla Diaz”. Il capitolo inizia con una inquietante citazione di Francesco Cossiga, senatore a vita ed ex Presidente della Repubblica, che introduce le cruente vignette dell'autore e che completano le sconvolgenti immagini-video viste tante volte in TV: “[Il ministro dell'Interno] dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno, ovvero […] infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città... Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”.

 

Con il pretesto di una “perquisizione”, i pacifici e inermi convenuti vengono attaccati in piena notte dai poliziotti, a botte e manganellate, con insulti e soprusi d'ogni genere, pestati a sangue. Lamenti e pianti in tutta la palestra, da dormitorio a stanza delle torture.

 

Il giorno seguente, l'autore, che racconta questa irruzione definita “kafkiana”, si ritrova su un letto d'ospedale, sfigurato, con le mani gonfie, quasi cieco [per fortuna momentaneamente]. Una vicenda collettiva descritta come un incubo personale: la visita di un ispettore della DIGOS, la paura della tortura e della prigione, altri fatti più violenti riportati da un altro ragazzo, conciato peggio, la visita dei genitori, l'invalidazione dell'arresto, la scarcerazione, le notizie distorte, come quella secondo cui 61 dei 92 giovani trovati nella “scuola Diaz” avevano “pregresse contusioni e ferite”, il ritorno nella propria città, la salute minacciata [la vista, in primis, ma anche le conseguenze psicologiche], la ricerca di notizie sugli accadimenti di Genova reperiti in “rete” [come le atrocità compiute dalla polizia nella caserma di Bolzaneto: umiliazioni, torture].

 

Le due “molotov” ritrovate nella “scuola Diaz”, un pretesto per accusare tutti i presenti di “associazione a delinquere”, poi risultate “finte”: “prove” falsificate dalla polizia. Dopo due anni, finalmente vengono assolti “tutti i no-global”: “Il castello di denunce architettate contro i manifestanti, arrestati nel corso del famigerato blitz del G8, crolla in maniera definitiva”.

 

Ma l'epilogo resta amaro: il mistero mai del tutto chiarito sulla morte del giovane Carlo Giuliani, i depistaggi, 30 assoluzioni e 15 condanne a pene lievi per poliziotti coinvolti nelle torture di Bolzaneto: “Nelle motivazioni della sentenza, i giudici lamentano la mancanza in Italia del reato di tortura, che li ha costretti a limitare le pene”. Per i fatti di Genova, 25 manifestanti condannati per “devastazione e saccheggio”, ma con due poliziotti rinviati a giudizio per “falsa testimonianza”: “Diaz – assolti i vertici. E l'aula grida 'vergogna'. E così si chiude quella che è stata definita 'la pagina più nera della democrazia italiana'”.

 

In ogni caso, tra indulto e prescrizione, nessun poliziotto finirà in prigione”. Anzi, così va il mondo: “Mentre il processo Diaz faceva il suo corso, gli imputati hanno avuto una strabiliante carriera ai vertici della polizia di stato”.

 

Un fumetto autobiografico come testimonianza di un evento pubblico, da cui trapela una critica alle storture della democrazia non completamente realizzata, che ricorda quella degli anni settanta, quella della contro-informazione, ma con personaggi immuni dal protagonismo, in una indignazione corale. Anche i disegni, con il loro tratteggio essenziale e immediato, rimanda a tanti giornalini underground di quegli anni, con forza espressiva.

 

06/07/2011

Antonio Dal Muto - Luca Ponte - Daniele Cavallari, La storia di Comacchio a fumetti, C&D Studio s.a.s., 2011

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Giancarlo Pavanello

Antonio Dal Muto – Luca Ponte – Daniele Cavallari - con la consulenza storica e dialettale di Francesco Luciani, La storia di Comacchio a fumetti, C&D Studio, s.a.s., 2011

 

Il libro si inserisce a pieno titolo nel collezionismo di “storia locale” oltre che in quello del fumetto. La salvaguardia della memoria collettiva alla portata di tutti: le antichissime origini di Comacchio, un orgoglio per i comacchiesi, defilati ma anche sempre attenzionati da tante popolazioni di ogni provenienza per il loro insediamento strategico sul mare e in prossimità della terraferma: “Quando Venezia e Ferrara sono nate, Comacchio esisteva già da secoli!”. Da pochi decenni, se non da pochi anni, sempre più viva appare la loro rivendicazione a una centralità che sia anche una più solida ripresa culturale ed economica.

 

La storia di Comacchio è vista e disegnata attraverso il racconto di una nonna al nipote, in un provvidenziale black-out [causato da un temporale], che impedisce al ragazzino l'uso del PC e la playstation, favorendo la conoscenza delle loro origini, iniziando da Spina, precedente la stessa Comacchio, poi decaduta, i cui abitanti di varie razze erano noti come “etruschi”, un porto fiorente e pieno di traffici mercantili, da nord a sud, da oriente a occidente, un “crocevia terrestre, marittimo e fluviale”.

 

Comacchio era sorta nelle vicinanze della città scomparsa [si direbbe come una piccola Atlantide], seguendo il mutare del territorio, mentre il mare si allontanava. Così la nonna continua a raccontarne i vari momenti cruciali: dai visigoti ai longobardi e ai bizantini [o “romani d'oriente”, da cui la zona denominata “Romània”, “Romagna”], fino alla “visita” di Carlo Magno, nell'anno 806, fino alla cruenta rivalità da parte di Venezia, che l'aveva distrutta due volte fra l'854 e il 932.

 

Con il nuovo millennio, la pesca e in particolare la pesca all'anguilla, assieme alla produzione del sale, avevano contribuito al fabbisogno della popolazione, che per secoli aveva dovuto fare i conti con la povertà e le difficoltà: “le basi della ricostruzione”, sostenute da una grande spiritualità, di cui era un importantissimo avamposto l'abbazia di Pomposa.

 

L'imperatore Federico II l'aveva definita “nobile e famosa”, l'Emilia e il Veneto la volevano. Ferrara, Ravenna, Venezia miravano al suo sale, il papato l'aveva presa sotto la sua “protezione”, infine diventata un “feudo estense”, un'epoca in cui i comacchiesi erano ridotti alla miseria più nera e sottoposti a vessazioni proprio mentre nelle città più potenti trionfavano la raffinatezza e il lusso del Rinascimento. Fino alla riscossa del 1597, con il ritorno al seno di Roma.

 

Infine una lenta rinascita, come il centro più conclamato delle “valli”, di cui era un segno evidente la costruzione del caratteristico “trepponti”, scalinate poggianti su tre arcate, facenti parte di un unico corpo [1634]. Ma anche la continuazione delle sue traversie, della sua povertà, delle mire espansionistiche di stati italiani e stranieri, fino al passaggio di Garibaldi sull'attuale “Lido delle Nazioni”, nel 1849, con la tragica fine di Anita.

 

Con l'unità d'Italia Comacchio riacquistò la gestione diretta delle valli... ma rimaneva il solito divieto di pesca, che fece sì che il fenomeno dei fiocinini si consolidasse”: ladri i comacchiesi? La nonna spiega al nipote, giustamente: “Ma se rubavano, rubavano il loro pesce nelle loro valli... E lo facevano per sfamare le loro famiglie!”.

 

Sembra la parte più affascinante della storia di Comacchio: non la ricchezza e l'arroganza dei potenti, non il lusso e la magnificenza dei monumenti, ma la sopportazione non piagnona [non priva di ironia e di auto-ironia] e gli espedienti più onesti per la sopravvivenza, per sfuggire alla fame e alla miseria, per secoli.

 

A poco a poco, nel XX secolo, la riabilitazione: le strade, fra cui l'inizio della Romea, la ferrovia, la bonifica delle valli, la varietà del lavoro, la scoperta delle vestigia dell'antica città etrusca di Spina, il museo archeologico di rilevanza mondiale a Ferrara [ora giustamente rivendicato dai comacchiesi, che ne trarrebbero notevoli benefici a riaverlo, soprattutto nel rendere tangibile la loro memoria storica], l'allungamento della pineta di Classe fino a Volano [anticamente arrivava a Venezia].

 

Solo nel 1953 l'arrivo dell'acqua potabile in città, “senza pagare”, mentre prima veniva trasportata in barca o su carri dentro botti di legno per il fabbisogno della popolazione.

 

A questo punto siamo nella storia recente: dopo la tutela delle valli come “zona umida di interesse europeo”, nel 1988 la creazione del Parco del Delta del Po.

 

Ed ecco i futuri Lidi di Comacchio [una denominazione più appropriata di “lidi ferraresi”], iniziati negli anni cinquanta su intuizioni di due agricoltori romagnoli, che ne avevano capito le potenzialità turistiche. Divertente la maliziosa vignetta che segna questo trapasso alla cronaca attuale: alcuni giovani giocano sulla spiaggia mentre il giradischi suona una canzone dell'epoca: “binario, triste e solitario”.

 

Dal 1954 l'interesse del grande cinema per quelle zone, soprattutto neo-realista, che rendeva un omaggio più o meno indiretto al fascino del Delta del Po, di cui Comacchio può essere considerata la “capitale”. Nel 1972: la strada-argine degli Acciaioli.

 

E il progresso sembra continuare, sia pure in fasi alterne, come la nonna del fumetto sa bene quando conclude con orgoglio e con una netta coscienza ecologistica: “scrivere le pagine del nostro destino da protagonista... una storia di luci e ombre”.

 

I disegni di Antonio Dal Muto sono semplicemente belli: gradevoli, magistrali, nitidi nel segno e negli sfumati, nelle ombreggiature, un b/n preciso e in tutta evidenza basato su documenti iconografici che rendono credibilissimi i costumi e le ambientazioni, definiti con leggerezza e, spesso, con humour, di pari passo con l'ironia intermittente della sceneggiatura che, di sicuro, intende rispecchiare il carattere dei comacchiesi.

 

 

16/05/2011

una pendola da appoggio + un lampadario d'epoca [nella mia casa di Venezia-Mestre]

pendole,modernariato

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Continua...

31/12/2010

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

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Giancarlo Pavanello

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

 

Antonio Rubino [1880-1964], uno dei più noti e geniali illustratori italiani, soprattutto per bambini e ragazzi, e scrittore, pittore, autore di cartoni animati. Ma per il grande pubblico il suo nome è indiscutibilmente legato alle pagine del “Corriere dei Piccoli”, alle tavole in cui il genere del “fumetto italiano” degli inizi resta risolto in una serie di vignette con didascalie narrative in ottonari in rima baciata, senza le “nuvolette" o i “balloons” che, invece, caratterizzano questa nuova arte, dai primi anni del XX secolo al 1959.

 

Nell'introduzione i curatori sottolineano che proprio Antonio Rubino ha contribuito a legittimare l'uso del neologismo “fumetto”, nel 1938, per definire una storia disegnata, nel clima culturale dell'establishment “novecentista” imposto dall'epoca fascista.

 

Permeabile alle novità epocali delle tendenze artistiche, ha attraversato il liberty e il futurismo [in questo caso è stato avvicinato a Fortunato Depero per la sua vena favolistica], fino alle curiosità per gli sviluppi della tecnologia e della scienza [se non della “fantascienza”] nel secondo dopoguerra [risolte nell'ultima serie per il "Corriere dei Piccoli”, con un personaggio, l'ingegnere Ilario Din, che è stato interpretato come un suo autoritratto, liberamente adattato all'immaginazione fumettistica.

 

La sua cifra stilistica resta, però, sempre, ancorata a quella poetica, in sintonia con un mondo infantile il più delle volte visto con lo sguardo di una coppia di fratellini, un maschietto e una femminuccia [chissà, forse aveva studiato con molta partecipazione il comportamento dei figli].

 

Il libro nasce dalle annate del “Corriere dei Piccoli”, dagli archivi messi a disposizione da alcuni collezionisti, per cui l'edizione è più che un'antologia, è, detto con un ossimoro, una “parziale” opera completa o un primo volume destinato [forse] a essere seguito da altri, in quanto presenta “tutto il pubblicato” per ogni singolo personaggio preso in considerazione.

 

I sette racconti di Quadratino [1910-1911], che, a causa delle sue monellerie, si ritrova ogni volta con la testa modificata in un'altra figura geometrica, ogni volta rimesso a posto dalla mamma Geometria.

 

Le due serie di Pino e Pina [1910 e 1926-1927]: in cui la cesura temporale e lo stacco stilistico non impediscono lo schema fisso delle loro avventure, una serie di peripezie minime che fanno arrivare i fratellini in ritardo a scuola, trovando la porta sbarrata.

 

Le gesta di Abetino e del perfido Piombino [1917], uno di legno e l'altro di piombo, nemici in guerra, con i loro soldatini, una evidente traduzione in chiave fanciullesca della prima guerra mondiale. Il disegno, in particolare, è memore, ma con ironia, delle stilizzazioni futuriste esaltanti l'azione e la macchina, il dinamismo e il bellicismo, ma già coincidenti con il più innocuo universo onirico dei pupazzetti di Fortunato Depero.

 

Le comiche disavventure di Caro e Cora [1919-1929], mandati dal padre a frequentare una scuola speciale, la “scuola all'aria aperta”, le cui teorie montessoriane vengono messe in discussione, se non in ridicolo, con un garbo che rivela, al contrario, un vero amore per la natura, molto sentito da Antonio Rubino, attentissimo al mondo della campagna, delle piante e degli animali.

 

Più manierate, invece, le prodezze di Lio e Dado [1933-1934], i balilla protagonisti, e di Stellina, la piccola italiana sorella del secondo eroe, che debutta donandole una stella da tenere sulla fronte: “Si fa notte. In un istante/ stende il buio un fitto velo:/ ma una stella sfolgorante/ cade, pronta, giù dal cielo.”. Come non ricordare il ritornello della successiva canzone che ha segnato un'epoca [“voglio vivere così/ col sole in fronte/ e felice canto/ beatamente”]?

 

Sembrerebbero l'esaltazione del vivere in stile fascista: tutto azione, attività agraria, aria aperta, strapaese, sport, salutismo, dinamismo, “dux”, saluto romano, dimestichezza con le aquile, architettura razionalista, coraggio, commemorazione della “marcia su Roma”, ordine. Lo svagato Antonio Rubino, però, lo si intuisce, si adatta all'esaltazione del regime dittatoriale con l'impegno diligente di chi impara una lezione a memoria, purché venga lasciato libero nelle invenzioni grafiche, nelle fantasie fanciullesche che fanno filtrare una consueta vena ironica, se non una presa in giro o una parodia, il suo umorismo.

 

Le dieci tavole di Dino Din e Din Dinora [1955-1956] rispecchiano la fascinazione dell'atomo, tipica degli anni cinquanta, con le sue paure per la bomba atomica e nello stesso tempo con la curiosità per la scienza e per la fantascienza, trattate in modo didascalico. Il protagonista, questa volta, è un ingegnere, Ilario Din, affiancato dai figli, la solita coppia infantile, un maschietto e una femminuccia, Din e Dinora, come complementari: ma la sonorità del titolo sembra dissolvere i contorni fra loro, come se fossero diventati un unico personaggio o un'astrazione.

 

Contrariamente alle affermazioni di Paola Pallottino, che in queste ultime tavole trova “un disegno sempre più veloce e di maniera”, ritengo che siano, anzi, molto mature, nuove, sicure, anticipatrici, parallele alle tendenze astratte in tanta pittura dell'epoca, in ambientazioni risolte, spesso, in contenitori di figurine stilizzate e formicolanti, in un pulviscolo di soluzioni segniche che ricordano la cosiddetta “grafica psichedelica” degli anni sessanta e settanta, come veniva divulgata nelle rivistine underground, un chiaro anticipo sui tempi, continuando a restare personali sviluppi delle soluzioni futuriste e déco, riprese da numerosi artisti anche in tempi recenti.

 

Antonio Rubino, però, non era nuovo alle anticipazioni: con le tavole de “La Tradotta” [1918], la più famosa fra i tanti “giornali di trincea” della prima guerra mondiale, questa volta non esclusivamente per “i piccoli”, aveva creato una serie di disegni, a volte allargati su due intere pagine, con “visioni panoramiche a volo d'uccello”, quindi eludendo le rigide “gabbie squadrate” che caratterizzano i suoi fumetti senza nuvolette. Le folle di personaggi che agiscono e parlano in una stessa scena, all'insegna dell'ironia, dell'umorismo e della satira [soprattutto anti-tedesca, anti-austriaca e anti-bolscevica, ricordano, in generale, quelle assai più tarde di Benito Jacovitti, perfino in certi dettagli assurdi o surreali, inconsueti, in un inquadramento caotico di donne, uomini, animali, oggetti.

 

Il volume termina con una biografia commentata di Claudio Bertieri, “Un favoliere di Liguria”, e con una nota approfondita di Paola Pallottino, “Da Quadratino a Ilario Din – Le storie a vignette di Antonio Rubino”, assieme a un omaggio disegnato di Squaz e Tuono Pettinato che, come sottolinea un risvolto di copertina, rivisitano l'“umorismo paradossale e grottesco del Maestro”.

 

30/12/2010

Franceso Tullio Altan: calendario 2011, La Repubblica – L'Espresso, 2010

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Giancarlo Pavanello

Francesco Tullio Altan – calendario 2011, La Repubblica – L'Espresso, 2010

 

Anche i calendari [assieme alle agende], un altro settore del variegatissimo mondo del collezionismo. In tutta evidenza va ripartito in raccolte sotto-tematiche: liberty, illustratori primo novecento, riproduzioni di opere religiose, fotografici [paesaggistici], donnine, nudi, sportivi [suddividendo ulteriormente, dal calcio al ciclismo, e così via]. Un giorno o l'altro vorrei raggruppare tutto quello che trovo in cantina e in altri ripostigli domestici e chissà che non emerga qualche scoperta degna di rilievo. Un filone potrebbe essere l'umorismo [la vignetta umoristica], assieme alla satira, come quest'ultimo di Altan.

 

La copertina ricorda che nel 2011 ricorre il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. E già questo basta per anticipare che le vignette seguenti, senza averne l'aria, ossia non nominando i fatti e i personaggi troppo evidenti, alludono alla situazione sociale e politica della nazione: l'attesa della fine di un'epoca nefasta [o di un regime], i giovani “senza futuro”, il “tunnel” da cui vorremmo uscire, in aprile l'“avvoltoio” che non fa primavera, in luglio lo “scafista supremo”, in novembre il caimano [non nominato ma con la faccia verde] che non vuole morire perché ha paura di essere fischiato al suo funerale, la crisi, le difficoltà economiche che non inducono all'ottimismo, i tagli alla scuola e alla cultura, i tagli.

 

Per la meteo di giugno: “Basta buonismo: avrete un'estate fetente”. In settembre: “Si torna a scuola: portatevi la carta e l'insegnante da casa”. In tutto tredici grandi vignette.

26/12/2010

quattro oggetti: una rilegatura rustica [provenienza: Asia?] + un ventaglio [data incerta] [provenienza incerta] + un braccialetto etnico con un disegno elementare + un cestino finto con fiori finti

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28/11/2010

due scatole di latta [la prima, con una immagine in atmosfera natalizia] [anni cinquanta?]

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