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28/11/2010

due scatole di latta [la prima, con una immagine in atmosfera natalizia] [anni cinquanta?]

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scatola,bambini,natale,collezionismo

 

19/11/2010

bambole: dalla collezione di Luigia

una piccola bambola anni venti:
collezione di Luigia piccola bambola anni venti.JPG
bambolotto "Celba" anni quaranta:
 
bambolotto Celba anni 40.JPG

una mini-"Furga" primo tipo, 1967, in primo piano a sinistra, in un gruppo di bambole:

mini-Furga primo tipo 1967 a sinistra in un gruppo di bambole.JPG

gruppo di bambole in celluloide:

gruppo di bambole in celluloide.JPG

bambole "Furga" "primo marchio" anni sessanta:

bambole Furga primo marchio anni sessanta.JPG

una bambola "Furga" anni sessanta:

collezione di Luigia bambola Furga anni sessanta.JPG

bambola in celluloide del tempo delle nonne:

collezione di Luigia bambola in celluloide dei tempi delle nonne.JPG
 
 
 
 

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10/11/2010

NAVO, la bande pas dessinée, VRAOUM!, 2010

 

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 Giancarlo Pavanello

NAVO, la bande pas dessinée, VRAOUM!, 2010

Un albo coloratissimo “per coloro che ritengono che, nei fumetti, il disegno è un po' sopravvalutato”: questa dichiarazione paradossale in quarta di copertina indica lo stile scherzoso di tutto il volumetto. Una presa di posizione che si inserisce nella smania contemporanea, soprattutto metropolitana, e francese, giovanilistica, di rendere tutto superato, invecchiato, mese dopo mese, anno dopo anno. Una novità scaccia l'altra in un vorticoso girare a vuoto in un mondo “futurista” [nel senso generico del termine, non tanto lusinghiero].

 

Se il genere “letteratura disegnata” segna il passo, resa desueta dall'avvento di internet e dei blog, qualcuno deve cercare di portarlo a compimento, dire l'ultima parola: nel caso in questione un fumetto fatto di strisce, di vignette e di moltissime nuvolette [secondo le regole accademiche sia pure rimodernate] ma senza immagini figurative, ossia senza disegni di personaggi e di scene. Insomma, poco più che una serie di dialoghi che ricordano, appunto, il “teatro sintetico” futurista [con un linguaggio del giorno d'oggi].

 

Il titolo lo sottolinea con chiarezza: stiamo per leggere e osservare l'enfasi visiva di una serie di battute molto spesso imbastite sul gioco di parole [tipico della lingua francese che vi si presta a meraviglia, molto comune fra la popolazione più vivace]: “la bande dessinée” [“il fumetto”, letteralmente “la striscia disegnata”], diventa “la bande pas dessinée” [“il fumetto non disegnato”, “la striscia disegnata non disegnata”]. E: “plus qu'un concept, un pas concept” [“più che un concetto, un non-concetto”].

 

E così via nella direzione dell'anti-fumetto, come ci sono e ci sono stati l'anti-letteratura [in Italia già al tempo della “scapigliatura”, nell'Ottocento], l'anti-arte [soprattutto con il “dada” europeo del primo Novecento], l'anti-tutto e l'anti-contrario-di-tutto, ricordando, inoltre, che la Francia è il paese di Raymond Queneau e dell'OULIPO [acronimo di “OUvroir de LIttérature POtentielle”, “laboratorio di letteratura potenziale”, opere letterarie scritte dandosi regole personali, per lo più assurde, in cui proprio i vincoli e le restrizioni permettono un'infinità di realizzazioni fresche e inedite], iniziando nel 1960.

 

Comunque, qualcosa emerge sul piano del contenuto, se non proprio della narrazione, inesistente, sopraffatta da una serie di dialoghetti in tre vignette. Sembrerebbe uno spaccato agrodolce della vita dei giovani d'oggi e dei loro rapporti effimeri con gli interlocutori, compresi i parenti, il proprio cane, le ragazze: va da sé che nemmeno gli amori sono duraturi, in una società scollata, priva di punti di riferimento culturali e politici, fra tanti segni d'interpunzione, onomatopee, domande, esclamazioni, deformazioni verbali, tipiche della parlata del tempo presente [negli anni settanta si diceva “franglais”, un misto di francese e inglese, come anche “itangliano”, ma dopo internet le lingue nazionali si sono ulteriormente imbarbarite, nel bene e nel male].

 

Scartato il racconto lineare, dunque, occorrono alcuni nuclei tematici [o, meglio, non-tematici] da racchiudere in tre vignette: i “personaggi” [inutile disegnarli, sono già stati disegnati tutti, “piovre che ballano il tip-tap, ballerine nude in pattini a rotelle, otto fratelli gemelli che cantano in coro, e così via buffoneggiando], l'“aids” [una “enorme palla piena di aculei”], il “senso della vita” [“è da quella parte”].

 

Un po' di volgarità giovanilistica, molto cinismo giovanilistico, molte freddure giovanilistiche [amorali]: il “malodore” [“cacciare i barboni con una frusta è come cercare di annegare le sirene...”], un “regalo” [un cagnolino in una scatola, nella terza vignetta della striscia ne veniamo a conoscere la sorte: “avresti dovuto farci qualche buco”], il “politicamente corretto” [“la storia di un ebreo tetraplegico che alcuni bambini travestono da nazista il giorno di Natale”], la “logica” [“ho visto l'uomo invisibile... avevo gli occhi chiusi”], il “razzista” [“qualcuno mi ha dato del razzista... era un cinese figlio di puttana”], l'“alcool” [“ho un problema con l'alcool... è troppo caro”], la “proposta” [se un tipo ti dà un milione di dollari per andare a letto con la tua ragazza... cosa ne dici... dico no... perché la conosco... la mattina dopo quello verrebbe a reclamare i 999.990 dollari che gli devo!”], l'“affare” [la girl-friend vuole lasciare il non-protagonista e gli chiede: “ma perché hai voluto uscire con me?”, la risposta: “perché eri gratuita!”], l'“esperienza” [i “no-life” potranno avere figli... finalmente sono riuscito a innestare le ovaie nei fazzoletti di carta!”. Di questo passo, sarebbe brevissimo il passaggio alle barzellette non-disegnate.

 

Un chiarimento: ignoro tutto dell'autore, ignoro se ci sia una sua adesione [non-filosofica] a questa “situazione”, a questo spaccato della società e del linguaggio comune. Voglio sperare che, nelle sue intenzionalità, ci sia stata esclusivamente una visione oggettiva, l'osservazione della realtà.

 

Come fa intendere la penultima pagina, in stampa [quasi] normale, questo “libro-concetto” potrebbe avere un seguito in un “fumetto non disegnato non disegnato”, con nuove trovate: una “saga”, quindi, e chissà se lo pseudonimo “NAVO” ha intuito che, a parte l'arguzia grafica potenzialmente rinnovabile con la quale si auspica una continuazione, sarebbe meglio di no o un non-sì.

 

10:51 Scritto da: auro.lauro in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fumetto, giovani | OKNOtizie |  Facebook

09/11/2010

Davide Pascutti, Fausto Coppi – l'uomo e il campione, Becco Giallo, 2010

 

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Giancarlo Pavanello

Davide Pascutti, Fausto Coppi – l'uomo e il campione, Becco Giallo, 2010

 Vediamo subito Biagio Cavanna, il massaggiatore cieco, “il massaggiatore delle tenebre”, lo scopritore del giovanissimo Fausto Coppi [1919-1960], mentre gli prodiga alcuni consigli, se vuole diventare un campione, cosciente che lo diventerà: “attento a ciò che mangi... pedala più che puoi... non andare a donne... la solitudine è la tua forza... solo con te stesso... solo contro te stesso”.

 

Dopo l'antefatto, il fumetto inizia con il famosissimo Giro d'Italia del 1949, uno spaccato di questo solo anno [con qualche flashback onirico], quando il popolo dei tifosi, per non dire tutta l'Italia, parteggia in modo esasperato per Gino Bartali [cattolico e sanguigno] o per Fausto Coppi [laico, malinconico, schivo e taciturno], ritenuti rivali, in realtà amici, come dimostrano tanti episodi.

 

La mitica tappa Cuneo-Pinerolo: due ragazzini fanno i preparativi per il passaggio dei corridori, con le scritte pitturate sulla strada, poi seduti su un dosso erboso ascoltando la radio-cronaca: “... un uomo solo al comando... la sua maglia è biancoceleste... il suo nome è... Fausto Coppi”. Maglia Rosa. Vincitore. Ma con i problemi famigliari di una persona comune. Una moglie e una figlia che lo aspettano mentre, invece, per essere se stesso avrebbe bisogno di dimenticare tutto: “a volte mi sembra di essere condannato a un destino che mi offre la gloria e in cambio si prende la felicità...”.

 

In un dialogo con Biagio Cavanna, esprime i propri dubbi, incalzato dal massaggiatore: “Ognuno di noi ha un fuoco dentro, una scintilla che può divampare come un incendio o spegnersi sonnecchiando. […] C'è solo una cosa che ti devi chiedere... La tua fiamma brucia ancora?”. Per spingerlo a non desistere e a partecipare al Tour de France: se perde, resta un campione, se vince entrambe le competizioni nello stesso anno, come non era mai riuscito a nessuno, diventa un “campionissimo”.

 

Una brutta caduta durante il Tour de France riporta Fausto Coppi alla nostalgia per la vita tranquilla, per la serenità in famiglia, vorrebbe ritirarsi ma viene sostenuto dal commissario tecnico Alfredo Binda e da Gino Bartali stesso, che lo convince a superare le sue incertezze del genere “qua siamo come burattini, poco più che carne da macello”.

 

Gli italiani continuano a essere i primi in questo memorabile Tour de France, nell'anno più rappresentativo della storia del ciclismo. Durante la diciassettesima tappa, 19 luglio 1949: la famosa scena dei due campioni [diventata un'icona dell'immaginario collettivo], quasi uno accanto all'altro, con Gino Bartali che passa la borraccia a Fausto Coppi, leggermente davanti. E il fumetto finisce così, prevedendo la vittoria: “Parigi mi appare vicina... per un istante mi scopro felice... non riesco a non commuovermi un po'”.

 

Le ultime pagine del libro, come un'appendice, “Dietro le quinte”, presentano alcune riflessioni dell'autore sulla scelta di limitarsi a concentrarsi esclusivamente su alcuni “eventi”, senza realizzare una “biografia esaustiva”, notando: “La costante comune in quasi ogni documento che ho consultato era la solitudine di Fausto”. Per cui, per esempio, resta del tutto assente la sua relazione con Giulia Occhini, la “dama bianca”, che tanto clamore e scandalo aveva suscitato nei primi anni cinquanta, quando si considerava l'adulterio un delitto punibile con il carcere [e l'istituzione del divorzio era di là da venire].

 

Seguono i ritratti letterari dei personaggi che hanno condiviso con il campionissimo l'esistenza privata e la vita professionale: il fratello Serse Coppi [ciclista prematuramente scomparso dopo una brutta caduta nel 1951], Biagio Cavanna, la moglie Bruna Ciampolini, Gino Bartali, Alfredo Binda. Il tutto intervallato da frammenti di story-board, da schizzi, da materiali preparatori.

 

I disegni in b/n, a parte la copertina, sembrano di getto, in tratti svelti, essenziali, nitidi, e tuttavia vi traspare una scelta sapiente, calibrata, tra realismo abbozzato e deformazione caricaturale [per caratterizzare], non priva di leggerezza e di ironia.

07/11/2010

Lewis Carroll's Classic Photos of Children, 24 Cards, Dover Publications, Inc., 1997

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Giancarlo Pavanello

Lewis Carroll's Classic Photos of Children, 24 Cards, Dover Publications, Inc., 1997

 Un settore collezionistico a cominciare dagli inizi, nell'Ottocento, di solito scegliendo le “tematiche” preferite. Queste 24 cartoline, però, sono riproduzioni recenti di fotografie d'epoca e d'autore, in teoria da staccare, ma non ci penso affatto, l'opuscolo di grande formato ha un suo interesse così com'è, una edizione degli anni novanta del XX secolo.

 

Lewis Carroll [pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, 1832-1898], oltre che alla professione di matematico e di logico e all'attività di narratore e saggista, si è dedicato con impegno alla fotografia, specializzandosi nei ritratti di bambine [le piccole signorine della buona società inglese, con il consenso dei genitori, indicate con nome e cognome], rinnovando il genere allontanandolo dalle convenzioni da atelier allora in voga. Fra queste, Alice Liddell, per la quale aveva scritto le “Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” [1865].

 

Sono fanciulline vittoriane in pose accattivanti e aggraziate, vestite, nei loro ambienti abituali, quotidiani, dentro e fuori casa [“inside” e “outside”], inquadrate e riprese con abilità: qualcuna è timida, qualcuna è spavalda, una è chiaramente cosciente di appartenere alla buona società, una è imbronciata mentre stringe un giocattolo [un cavallino], una è vestita da Cappuccetto Rosso, una è mascherata da bella cinesina, quasi tutte sono rilassate e sognanti.

 

Una nota in seconda di copertina ricorda che nell'epoca della Regina Vittoria la fotografia amatoriale è stata molto in voga, molto popolare: Lewis Carroll vi si è inserito con maestria, dal 1856 al 1880, un hobby che ha potuto soddisfare le sue inclinazioni per le bambine e per le adolescenti, mostrandone il fascino con una sensibilità che, invece, non appare nei ritratti di adulti e nei paesaggi. Un gusto acuto della composizione, l'originalità dei soggetti e la tecnica sapiente [notevolissima nella sua epoca] gli hanno fatto guadagnare un posto fra i grandi fotografi del XIX secolo.

 

 

06/11/2010

Frédéric Rébéna – Jean-Marc Thévenet -Rémi Baudouï, Le Corbusier architecte parmi les hommes, Dupuis, 2010

 

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Giancarlo Pavanello

Frédéric Rébéna – Jean-Marc Thévenet -Rémi Baudouï, Le Corbusier architecte parmi les hommes, Dupuis, 2010

I fumetti divulgativi corrispondono ai romanzi storici o biografici o a tema, su fatti di cronaca, lontanissimi dalla fiction illustrata o dalla fiction disegnata. Hanno il grande merito di insegnare e diffondere la conoscenza in modo facile, non superficiali, tutt'altro, approfonditi ma nell'essenziale, in sintesi, come un invito a continuare nello studio con altre pubblicazioni in base alle bibliografie disponibili.

 

Questo volume è diviso in due parti, a conferma. La prima parte rivisita gli ultimi quindici anni di Charles-Édouard Jeanneret [detto Le Corbusier] [1887-1965], una ventina di pagine di fumetto vero e proprio, un racconto a flash su vari momenti della vita professionale dell'architetto.

 

Nel 1951 la visita, nel suo studio, di un ministro suo ammiratore, e già si parla dei progetti in India, commissionati da Nehru, l'importante uomo politico, l'erede spirituale di Gandhi. Nella seconda tavola afferma che intende costruire una città unica al mondo, “per realizzare la gioia di vivere nella semplicità”.

 

Nel 1952 è a Marsiglia con la sua “unità abitativa” in cemento, al “servizio dell'alloggio delle famiglie”. Ma subito, sempre sulla Costa Azzurra, esprime il desiderio di ritornare al suo “castello”, ossia al suo “cabanon”, la sua capanna di Roquebrune-Cap-Martin, fatta di assi, 1,90x4,00: la sua stanza per la villeggiatura, dove ci fa stare tutto il necessario, dalla cucina al letto allo spazio per dipingere e scrivere. Intanto lo vediamo fare il bagno con il fotografo Brassaï, che gli ha fatto visita.

 

Nel 1954, a Ronchamp, spiega che l'idea del tetto della Cappella di Notre-Dame du Haut gli è venuta dal carapace di un granchio: “le forme naturali hanno un valore spirituale... senza essere un credente... riconosco il valore della spiritualità”.

 

Qualche aspetto eccentrico [ma non troppo]: un giornalista suona alla sua porta, Le Corbusier apre ma dice che Le Corbusier è assente [infatti, di mattina si chiama Charles-Edouard Jeanneret ed è un pittore mentre sta dipingendo]. Stessa scena il pomeriggio: questa volta lo fa entrare, è un architetto.

 

Nel 1956 l'expo di Bruxelles: il padiglione Philips con un'installazione plastica, sonora e colorata, il “Poema Elettronico”, con le musiche di Varèse. E via via i numerosi successi ma anche le incomprensioni e gli intralci, l'affronto delle promesse non mantenute [per esempio da parte del ministro-scrittore Malraux, con il quale lo vediamo in vari colloqui], fino alla speranza [poi realizzata] di una fondazione che gli sopravviva.

 

Ma le tavole più intense sembrano quelle dedicate alla sua vita quotidiana, al suo mondo interiore: “il vero esiste al di là dell'apparenza”, “anche l'architettura deve tendere a questo aldilà del visibile... benché io sia agnostico, credo in una trascendenza non religiosa”, “ho l'anima di un monaco ma il mio mestiere mi costringe a essere un viaggiatore impenitente”. Un po' deluso, Le Corbusier appare incline a restare nella capanna solitaria di Roquebrune-Cap-Martin dove, ripensando al proprio passato, scivola in una sorta di “silenzio”, come silenziosa è la sua discesa verso l'annegamento, non spiegato, in tre belle vignette mute: di spalle sulla battigia a figura intera, di spalle in primo piano, il mare piatto sullo sfondo, il mare vuoto e il cielo.

 

La seconda parte propone una cronologia illustrata da documenti appartenenti all'archivio della “Fondazione Le Corbusier”: dagli anni della formazione alla sua identità d'architetto, dalle difficoltà incontrate durante la sua carriera agli aspetti privati della sua esistenza. Con numerose foto di opere e di libri. All'insegna del rinnovamento e dell'essenzialità: senza inutili decorazioni negli spazi abitativi a misura d'uomo.

 

I disegni di Frédéric Rébéna, con pochi colori non chiassosi, sono essenziali nella loro immediatezza ma precisi nei tratti e nelle caratterizzazioni dei personaggi e delle località, delle architetture: in perfetta sintonia con il taccuino di schizzi di Le Corbusier, di cui vengono riprodotte alcune pagine.