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31/12/2010

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

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Giancarlo Pavanello

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

 

Antonio Rubino [1880-1964], uno dei più noti e geniali illustratori italiani, soprattutto per bambini e ragazzi, e scrittore, pittore, autore di cartoni animati. Ma per il grande pubblico il suo nome è indiscutibilmente legato alle pagine del “Corriere dei Piccoli”, alle tavole in cui il genere del “fumetto italiano” degli inizi resta risolto in una serie di vignette con didascalie narrative in ottonari in rima baciata, senza le “nuvolette" o i “balloons” che, invece, caratterizzano questa nuova arte, dai primi anni del XX secolo al 1959.

 

Nell'introduzione i curatori sottolineano che proprio Antonio Rubino ha contribuito a legittimare l'uso del neologismo “fumetto”, nel 1938, per definire una storia disegnata, nel clima culturale dell'establishment “novecentista” imposto dall'epoca fascista.

 

Permeabile alle novità epocali delle tendenze artistiche, ha attraversato il liberty e il futurismo [in questo caso è stato avvicinato a Fortunato Depero per la sua vena favolistica], fino alle curiosità per gli sviluppi della tecnologia e della scienza [se non della “fantascienza”] nel secondo dopoguerra [risolte nell'ultima serie per il "Corriere dei Piccoli”, con un personaggio, l'ingegnere Ilario Din, che è stato interpretato come un suo autoritratto, liberamente adattato all'immaginazione fumettistica.

 

La sua cifra stilistica resta, però, sempre, ancorata a quella poetica, in sintonia con un mondo infantile il più delle volte visto con lo sguardo di una coppia di fratellini, un maschietto e una femminuccia [chissà, forse aveva studiato con molta partecipazione il comportamento dei figli].

 

Il libro nasce dalle annate del “Corriere dei Piccoli”, dagli archivi messi a disposizione da alcuni collezionisti, per cui l'edizione è più che un'antologia, è, detto con un ossimoro, una “parziale” opera completa o un primo volume destinato [forse] a essere seguito da altri, in quanto presenta “tutto il pubblicato” per ogni singolo personaggio preso in considerazione.

 

I sette racconti di Quadratino [1910-1911], che, a causa delle sue monellerie, si ritrova ogni volta con la testa modificata in un'altra figura geometrica, ogni volta rimesso a posto dalla mamma Geometria.

 

Le due serie di Pino e Pina [1910 e 1926-1927]: in cui la cesura temporale e lo stacco stilistico non impediscono lo schema fisso delle loro avventure, una serie di peripezie minime che fanno arrivare i fratellini in ritardo a scuola, trovando la porta sbarrata.

 

Le gesta di Abetino e del perfido Piombino [1917], uno di legno e l'altro di piombo, nemici in guerra, con i loro soldatini, una evidente traduzione in chiave fanciullesca della prima guerra mondiale. Il disegno, in particolare, è memore, ma con ironia, delle stilizzazioni futuriste esaltanti l'azione e la macchina, il dinamismo e il bellicismo, ma già coincidenti con il più innocuo universo onirico dei pupazzetti di Fortunato Depero.

 

Le comiche disavventure di Caro e Cora [1919-1929], mandati dal padre a frequentare una scuola speciale, la “scuola all'aria aperta”, le cui teorie montessoriane vengono messe in discussione, se non in ridicolo, con un garbo che rivela, al contrario, un vero amore per la natura, molto sentito da Antonio Rubino, attentissimo al mondo della campagna, delle piante e degli animali.

 

Più manierate, invece, le prodezze di Lio e Dado [1933-1934], i balilla protagonisti, e di Stellina, la piccola italiana sorella del secondo eroe, che debutta donandole una stella da tenere sulla fronte: “Si fa notte. In un istante/ stende il buio un fitto velo:/ ma una stella sfolgorante/ cade, pronta, giù dal cielo.”. Come non ricordare il ritornello della successiva canzone che ha segnato un'epoca [“voglio vivere così/ col sole in fronte/ e felice canto/ beatamente”]?

 

Sembrerebbero l'esaltazione del vivere in stile fascista: tutto azione, attività agraria, aria aperta, strapaese, sport, salutismo, dinamismo, “dux”, saluto romano, dimestichezza con le aquile, architettura razionalista, coraggio, commemorazione della “marcia su Roma”, ordine. Lo svagato Antonio Rubino, però, lo si intuisce, si adatta all'esaltazione del regime dittatoriale con l'impegno diligente di chi impara una lezione a memoria, purché venga lasciato libero nelle invenzioni grafiche, nelle fantasie fanciullesche che fanno filtrare una consueta vena ironica, se non una presa in giro o una parodia, il suo umorismo.

 

Le dieci tavole di Dino Din e Din Dinora [1955-1956] rispecchiano la fascinazione dell'atomo, tipica degli anni cinquanta, con le sue paure per la bomba atomica e nello stesso tempo con la curiosità per la scienza e per la fantascienza, trattate in modo didascalico. Il protagonista, questa volta, è un ingegnere, Ilario Din, affiancato dai figli, la solita coppia infantile, un maschietto e una femminuccia, Din e Dinora, come complementari: ma la sonorità del titolo sembra dissolvere i contorni fra loro, come se fossero diventati un unico personaggio o un'astrazione.

 

Contrariamente alle affermazioni di Paola Pallottino, che in queste ultime tavole trova “un disegno sempre più veloce e di maniera”, ritengo che siano, anzi, molto mature, nuove, sicure, anticipatrici, parallele alle tendenze astratte in tanta pittura dell'epoca, in ambientazioni risolte, spesso, in contenitori di figurine stilizzate e formicolanti, in un pulviscolo di soluzioni segniche che ricordano la cosiddetta “grafica psichedelica” degli anni sessanta e settanta, come veniva divulgata nelle rivistine underground, un chiaro anticipo sui tempi, continuando a restare personali sviluppi delle soluzioni futuriste e déco, riprese da numerosi artisti anche in tempi recenti.

 

Antonio Rubino, però, non era nuovo alle anticipazioni: con le tavole de “La Tradotta” [1918], la più famosa fra i tanti “giornali di trincea” della prima guerra mondiale, questa volta non esclusivamente per “i piccoli”, aveva creato una serie di disegni, a volte allargati su due intere pagine, con “visioni panoramiche a volo d'uccello”, quindi eludendo le rigide “gabbie squadrate” che caratterizzano i suoi fumetti senza nuvolette. Le folle di personaggi che agiscono e parlano in una stessa scena, all'insegna dell'ironia, dell'umorismo e della satira [soprattutto anti-tedesca, anti-austriaca e anti-bolscevica, ricordano, in generale, quelle assai più tarde di Benito Jacovitti, perfino in certi dettagli assurdi o surreali, inconsueti, in un inquadramento caotico di donne, uomini, animali, oggetti.

 

Il volume termina con una biografia commentata di Claudio Bertieri, “Un favoliere di Liguria”, e con una nota approfondita di Paola Pallottino, “Da Quadratino a Ilario Din – Le storie a vignette di Antonio Rubino”, assieme a un omaggio disegnato di Squaz e Tuono Pettinato che, come sottolinea un risvolto di copertina, rivisitano l'“umorismo paradossale e grottesco del Maestro”.

 

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