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20/07/2011

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010

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Giancarlo Pavanello

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010 [seconda edizione]

La prima tavola: un giovane ferito e dolorante su un letto d'ospedale, mentre riprende coscienza, piantonato da un poliziotto. Poi tutto il racconto passato alla storia come i “fatti del G8 di Genova del 2001” in flash-back, narrato a fumetti in prima persona, cominciando dalla vita spensierata di un gruppo di amici, la cui unica preoccupazione sono i progetti di viaggi, in contatto fra coetanei dell'UE, con la posta elettronica.

 

Vedendo in TV le prime violenze dei black bloc e soprattutto la morte di un ragazzo, causata da un carabiniere, secondo l'evidenza, decidono di recarsi a Genova, prima di continuare le vacanze, per partecipare alla manifestazione del 21 luglio, con “la varietà delle bandiere presenti” e con “ideologie differenti”. Alla ricerca di un “internet point”, vengono consigliati di recarsi alla “scuola Diaz”, diventato “il centro di comunicazione del social forum”, piena di giovani di varie nazionalità con cui socializzare e dove possono pernottare, con i sacchi a pelo, del tutto ignari della “notte cilena” che li attende.

 

Il clou di “quella notte alla Diaz”. Il capitolo inizia con una inquietante citazione di Francesco Cossiga, senatore a vita ed ex Presidente della Repubblica, che introduce le cruente vignette dell'autore e che completano le sconvolgenti immagini-video viste tante volte in TV: “[Il ministro dell'Interno] dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno, ovvero […] infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città... Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”.

 

Con il pretesto di una “perquisizione”, i pacifici e inermi convenuti vengono attaccati in piena notte dai poliziotti, a botte e manganellate, con insulti e soprusi d'ogni genere, pestati a sangue. Lamenti e pianti in tutta la palestra, da dormitorio a stanza delle torture.

 

Il giorno seguente, l'autore, che racconta questa irruzione definita “kafkiana”, si ritrova su un letto d'ospedale, sfigurato, con le mani gonfie, quasi cieco [per fortuna momentaneamente]. Una vicenda collettiva descritta come un incubo personale: la visita di un ispettore della DIGOS, la paura della tortura e della prigione, altri fatti più violenti riportati da un altro ragazzo, conciato peggio, la visita dei genitori, l'invalidazione dell'arresto, la scarcerazione, le notizie distorte, come quella secondo cui 61 dei 92 giovani trovati nella “scuola Diaz” avevano “pregresse contusioni e ferite”, il ritorno nella propria città, la salute minacciata [la vista, in primis, ma anche le conseguenze psicologiche], la ricerca di notizie sugli accadimenti di Genova reperiti in “rete” [come le atrocità compiute dalla polizia nella caserma di Bolzaneto: umiliazioni, torture].

 

Le due “molotov” ritrovate nella “scuola Diaz”, un pretesto per accusare tutti i presenti di “associazione a delinquere”, poi risultate “finte”: “prove” falsificate dalla polizia. Dopo due anni, finalmente vengono assolti “tutti i no-global”: “Il castello di denunce architettate contro i manifestanti, arrestati nel corso del famigerato blitz del G8, crolla in maniera definitiva”.

 

Ma l'epilogo resta amaro: il mistero mai del tutto chiarito sulla morte del giovane Carlo Giuliani, i depistaggi, 30 assoluzioni e 15 condanne a pene lievi per poliziotti coinvolti nelle torture di Bolzaneto: “Nelle motivazioni della sentenza, i giudici lamentano la mancanza in Italia del reato di tortura, che li ha costretti a limitare le pene”. Per i fatti di Genova, 25 manifestanti condannati per “devastazione e saccheggio”, ma con due poliziotti rinviati a giudizio per “falsa testimonianza”: “Diaz – assolti i vertici. E l'aula grida 'vergogna'. E così si chiude quella che è stata definita 'la pagina più nera della democrazia italiana'”.

 

In ogni caso, tra indulto e prescrizione, nessun poliziotto finirà in prigione”. Anzi, così va il mondo: “Mentre il processo Diaz faceva il suo corso, gli imputati hanno avuto una strabiliante carriera ai vertici della polizia di stato”.

 

Un fumetto autobiografico come testimonianza di un evento pubblico, da cui trapela una critica alle storture della democrazia non completamente realizzata, che ricorda quella degli anni settanta, quella della contro-informazione, ma con personaggi immuni dal protagonismo, in una indignazione corale. Anche i disegni, con il loro tratteggio essenziale e immediato, rimanda a tanti giornalini underground di quegli anni, con forza espressiva.

 

06/07/2011

Antonio Dal Muto - Luca Ponte - Daniele Cavallari, La storia di Comacchio a fumetti, C&D Studio s.a.s., 2011

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Giancarlo Pavanello

Antonio Dal Muto – Luca Ponte – Daniele Cavallari - con la consulenza storica e dialettale di Francesco Luciani, La storia di Comacchio a fumetti, C&D Studio, s.a.s., 2011

 

Il libro si inserisce a pieno titolo nel collezionismo di “storia locale” oltre che in quello del fumetto. La salvaguardia della memoria collettiva alla portata di tutti: le antichissime origini di Comacchio, un orgoglio per i comacchiesi, defilati ma anche sempre attenzionati da tante popolazioni di ogni provenienza per il loro insediamento strategico sul mare e in prossimità della terraferma: “Quando Venezia e Ferrara sono nate, Comacchio esisteva già da secoli!”. Da pochi decenni, se non da pochi anni, sempre più viva appare la loro rivendicazione a una centralità che sia anche una più solida ripresa culturale ed economica.

 

La storia di Comacchio è vista e disegnata attraverso il racconto di una nonna al nipote, in un provvidenziale black-out [causato da un temporale], che impedisce al ragazzino l'uso del PC e la playstation, favorendo la conoscenza delle loro origini, iniziando da Spina, precedente la stessa Comacchio, poi decaduta, i cui abitanti di varie razze erano noti come “etruschi”, un porto fiorente e pieno di traffici mercantili, da nord a sud, da oriente a occidente, un “crocevia terrestre, marittimo e fluviale”.

 

Comacchio era sorta nelle vicinanze della città scomparsa [si direbbe come una piccola Atlantide], seguendo il mutare del territorio, mentre il mare si allontanava. Così la nonna continua a raccontarne i vari momenti cruciali: dai visigoti ai longobardi e ai bizantini [o “romani d'oriente”, da cui la zona denominata “Romània”, “Romagna”], fino alla “visita” di Carlo Magno, nell'anno 806, fino alla cruenta rivalità da parte di Venezia, che l'aveva distrutta due volte fra l'854 e il 932.

 

Con il nuovo millennio, la pesca e in particolare la pesca all'anguilla, assieme alla produzione del sale, avevano contribuito al fabbisogno della popolazione, che per secoli aveva dovuto fare i conti con la povertà e le difficoltà: “le basi della ricostruzione”, sostenute da una grande spiritualità, di cui era un importantissimo avamposto l'abbazia di Pomposa.

 

L'imperatore Federico II l'aveva definita “nobile e famosa”, l'Emilia e il Veneto la volevano. Ferrara, Ravenna, Venezia miravano al suo sale, il papato l'aveva presa sotto la sua “protezione”, infine diventata un “feudo estense”, un'epoca in cui i comacchiesi erano ridotti alla miseria più nera e sottoposti a vessazioni proprio mentre nelle città più potenti trionfavano la raffinatezza e il lusso del Rinascimento. Fino alla riscossa del 1597, con il ritorno al seno di Roma.

 

Infine una lenta rinascita, come il centro più conclamato delle “valli”, di cui era un segno evidente la costruzione del caratteristico “trepponti”, scalinate poggianti su tre arcate, facenti parte di un unico corpo [1634]. Ma anche la continuazione delle sue traversie, della sua povertà, delle mire espansionistiche di stati italiani e stranieri, fino al passaggio di Garibaldi sull'attuale “Lido delle Nazioni”, nel 1849, con la tragica fine di Anita.

 

Con l'unità d'Italia Comacchio riacquistò la gestione diretta delle valli... ma rimaneva il solito divieto di pesca, che fece sì che il fenomeno dei fiocinini si consolidasse”: ladri i comacchiesi? La nonna spiega al nipote, giustamente: “Ma se rubavano, rubavano il loro pesce nelle loro valli... E lo facevano per sfamare le loro famiglie!”.

 

Sembra la parte più affascinante della storia di Comacchio: non la ricchezza e l'arroganza dei potenti, non il lusso e la magnificenza dei monumenti, ma la sopportazione non piagnona [non priva di ironia e di auto-ironia] e gli espedienti più onesti per la sopravvivenza, per sfuggire alla fame e alla miseria, per secoli.

 

A poco a poco, nel XX secolo, la riabilitazione: le strade, fra cui l'inizio della Romea, la ferrovia, la bonifica delle valli, la varietà del lavoro, la scoperta delle vestigia dell'antica città etrusca di Spina, il museo archeologico di rilevanza mondiale a Ferrara [ora giustamente rivendicato dai comacchiesi, che ne trarrebbero notevoli benefici a riaverlo, soprattutto nel rendere tangibile la loro memoria storica], l'allungamento della pineta di Classe fino a Volano [anticamente arrivava a Venezia].

 

Solo nel 1953 l'arrivo dell'acqua potabile in città, “senza pagare”, mentre prima veniva trasportata in barca o su carri dentro botti di legno per il fabbisogno della popolazione.

 

A questo punto siamo nella storia recente: dopo la tutela delle valli come “zona umida di interesse europeo”, nel 1988 la creazione del Parco del Delta del Po.

 

Ed ecco i futuri Lidi di Comacchio [una denominazione più appropriata di “lidi ferraresi”], iniziati negli anni cinquanta su intuizioni di due agricoltori romagnoli, che ne avevano capito le potenzialità turistiche. Divertente la maliziosa vignetta che segna questo trapasso alla cronaca attuale: alcuni giovani giocano sulla spiaggia mentre il giradischi suona una canzone dell'epoca: “binario, triste e solitario”.

 

Dal 1954 l'interesse del grande cinema per quelle zone, soprattutto neo-realista, che rendeva un omaggio più o meno indiretto al fascino del Delta del Po, di cui Comacchio può essere considerata la “capitale”. Nel 1972: la strada-argine degli Acciaioli.

 

E il progresso sembra continuare, sia pure in fasi alterne, come la nonna del fumetto sa bene quando conclude con orgoglio e con una netta coscienza ecologistica: “scrivere le pagine del nostro destino da protagonista... una storia di luci e ombre”.

 

I disegni di Antonio Dal Muto sono semplicemente belli: gradevoli, magistrali, nitidi nel segno e negli sfumati, nelle ombreggiature, un b/n preciso e in tutta evidenza basato su documenti iconografici che rendono credibilissimi i costumi e le ambientazioni, definiti con leggerezza e, spesso, con humour, di pari passo con l'ironia intermittente della sceneggiatura che, di sicuro, intende rispecchiare il carattere dei comacchiesi.

 

 

11:02 Scritto da: auro.lauro in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: comacchio, storia, fumetto | OKNOtizie |  Facebook