28/11/2010

due scatole di latta [la prima, con una immagine in atmosfera natalizia] [anni cinquanta?]

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26/06/2010

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

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Giancarlo Pavanello

 

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

 

Una fiaba moderna articolata in numerosi capitoli e con molte “figure” disegnate. Ma, da adulti, attenzione alla data di pubblicazione e al curriculum dell’illustratore. Gira e rigira, qualcosa di “politico” potrebbe saltare fuori, quasi senza l’intenzione di trovare significati reconditi e inappropriati. Aggiungiamo: il bello dei vecchi libri dimenticati, anche quelli per bambini o per  ragazzi, risiede molto nel gusto della ri-scoperta, nello spigolare quanto può restare di buono e bello in un insieme che potrebbe apparire datato.

 

In breve: Bobi e Bibi, due fanciullini, un maschietto e una femminuccia,  restano soli con la giovane mamma vedova. Infatti, il padre, contadino, muore all’improvviso: ritorna dai campi dicendo che “le vampate del sole gli erano entrate nel capo” [la maggioranza degli italiani era rurale nella prima metà del Novecento]. Sarà una forzatura, ma durante la lettura del libro e dopo, anche ora in questa recensione, non mi usciva e non mi esce dalla mente l’immagine retorica dell’epoca fascista, quella del “sole in fronte”, del “sole dell’avvenire”, socialista, rettificato in senso dittatoriale, la vita radiosa nelle campagne della propaganda. Quindi, la morte del padre di Bobi e Bibi sarebbe un’annotazione sarcastica.

 

Non lontana da una città chiamata “Vallebruna” [una simbologia mirata?], la famigliola vive in miseria, non ha da mangiare, ma la mamma, molto dignitosa, riesce a vincere le avversità con il lavoro, sobbarcando il lunario e insegnando ai figli di non andare a elemosinare. La fame aguzza l’ingegno dei fratellini [qualcosa di dimenticato, a posteriori: in Italia si soffriva, cibo scarso o nullo, a volte, e, spesso, durante la seconda guerra mondiale]: a questo punto scatta il genere fantastico, eccoli trasformati in formiche non appena entrano in un ampio squarcio in un castagno, così sono sufficienti un po’ di foglia e un po’ di corteccia [risolto il problema]: “Bobi si ‘trasformicola’?” [trasformicolarsi: un buffo neologismo], “anche le formiche hanno un cuore”.

 

Subito dopo trascinano la madre nella stessa avventura, e così anche lei riesce a sfamarsi, secondo la necessità, trasformandosi in formica. Ovviamente, finito il pasto, ridiventano esseri umani uscendo dal tronco dell’albero.

 

I miseri introiti della famigliola vengono destinati al resto: la casa e il vestire. Un benessere che non passa inosservato ai compaesani invidiosi, pronti a imitarli per diventare formiche ma per lasciare il proprio lavoro continuando a sfamarsi,  in realtà passano brutte traversie, avendo la stoffa delle cicale.

 

La morale della favola: le formiche, “sebbene abbiano sempre tanta roba da mangiare, lavorano nell’estate e preparano le provviste per l’inverno”.

 

Dopo una decina di anni di separazione e di drammi [chissà, forse una sottintesa epoca bellica, da non raccontare ai bambini], la famigliola riesce a ricongiungersi, allargata con un “nonno” contadino che aveva aiutato Bobi nei momenti di difficoltà, e il finale è scontato: finalmente, come in un dopoguerra, vivono tutti felici e contenti.

 

Azzeccate le caratterizzazioni dei compaesani, anche questi ritornati alle proprie attività lavorative di esseri umani, in particolare quella di una sorta di capopopolo, il farmacista del paese: “Lo chiamavano il dottor Faccio-io, perché a sentire quello che diceva quando era in mezzo ai suoi amici, pareva che facesse tutto lui e che sapesse tutto lui. Invece non sapeva niente e non faceva un bel niente”. Dice: “E un giorno vi accorgerete che ero un grand’uomo, e mi farete il monumento proprio in mezzo alla piazza”.

 

I monelli glielo fanno, il monumento: un pupazzo di neve, con la scritta “Questo è il dottor Faccio-io che non fa niente”. Curiosa l’illustrazione di Alessandro Cervellati: il testo del cartellino è manoscritto. Qualche pagina in là ancora un dettaglio inconsueto [per l’epoca]: in un manifesto affisso dal farmacista una parte è scritta a mano, il resto, in rosso, presenta grossi segmenti [a indicare una scrittura] che ricordano le “cancellature” di Man Ray [1924].

 

Il farmacista aveva rubato a un compaesano la scoperta dell’esistenza dell’“albero delle formiche”, e quando tutto ritorna nella normalità, ossia dopo i drammi vissuti [il paese deserto come durante un coprifuoco, gli anni di stenti, nella vocazione delle cicale  impossibilitate a ridiventare esseri umani], cerca di fare un “discorso” da capopopolo anche nella nuova epoca: “ma tutti gli voltarono le spalle, e gli dissero che, chiacchiere e discorsi, non ne volevano più sentire”. Sembra riecheggiare l’ascesa e il declino di un piccolo dittatore [ma ogni esplicito riferimento politico viene giustamente risparmiato ai bambini].

 

Le illustrazioni sono di un grande maestro del genere, Alessandro Cervellati [1892-1974], tra i maggiori della prima metà del Novecento. Noto come pittore, scrittore, grafico, aveva insegnato disegno e calligrafia, nel 1933, senza riuscire a ottenere la sistemazione in ruolo, non essendo iscritto al Partito Nazionale Fascista.

 

Le sue “figure” privilegiano poche tinte piatte, prive di sfumature, disposte sulla pagina senza alcuna preoccupazione prospettica, o appena accennata, nella tradizione delle stampe e dei dipinti giapponesi. Nella foto, oltre al volume con una bella copertina: uno dei tanti esempi a piena pagina tratto dal capitolo “una compagnia di saltimbanchi”, un tema in cui si era specializzato, come storico del circo e del music-hall.