09/11/2010

Davide Pascutti, Fausto Coppi – l'uomo e il campione, Becco Giallo, 2010

 

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Giancarlo Pavanello

Davide Pascutti, Fausto Coppi – l'uomo e il campione, Becco Giallo, 2010

 Vediamo subito Biagio Cavanna, il massaggiatore cieco, “il massaggiatore delle tenebre”, lo scopritore del giovanissimo Fausto Coppi [1919-1960], mentre gli prodiga alcuni consigli, se vuole diventare un campione, cosciente che lo diventerà: “attento a ciò che mangi... pedala più che puoi... non andare a donne... la solitudine è la tua forza... solo con te stesso... solo contro te stesso”.

 

Dopo l'antefatto, il fumetto inizia con il famosissimo Giro d'Italia del 1949, uno spaccato di questo solo anno [con qualche flashback onirico], quando il popolo dei tifosi, per non dire tutta l'Italia, parteggia in modo esasperato per Gino Bartali [cattolico e sanguigno] o per Fausto Coppi [laico, malinconico, schivo e taciturno], ritenuti rivali, in realtà amici, come dimostrano tanti episodi.

 

La mitica tappa Cuneo-Pinerolo: due ragazzini fanno i preparativi per il passaggio dei corridori, con le scritte pitturate sulla strada, poi seduti su un dosso erboso ascoltando la radio-cronaca: “... un uomo solo al comando... la sua maglia è biancoceleste... il suo nome è... Fausto Coppi”. Maglia Rosa. Vincitore. Ma con i problemi famigliari di una persona comune. Una moglie e una figlia che lo aspettano mentre, invece, per essere se stesso avrebbe bisogno di dimenticare tutto: “a volte mi sembra di essere condannato a un destino che mi offre la gloria e in cambio si prende la felicità...”.

 

In un dialogo con Biagio Cavanna, esprime i propri dubbi, incalzato dal massaggiatore: “Ognuno di noi ha un fuoco dentro, una scintilla che può divampare come un incendio o spegnersi sonnecchiando. […] C'è solo una cosa che ti devi chiedere... La tua fiamma brucia ancora?”. Per spingerlo a non desistere e a partecipare al Tour de France: se perde, resta un campione, se vince entrambe le competizioni nello stesso anno, come non era mai riuscito a nessuno, diventa un “campionissimo”.

 

Una brutta caduta durante il Tour de France riporta Fausto Coppi alla nostalgia per la vita tranquilla, per la serenità in famiglia, vorrebbe ritirarsi ma viene sostenuto dal commissario tecnico Alfredo Binda e da Gino Bartali stesso, che lo convince a superare le sue incertezze del genere “qua siamo come burattini, poco più che carne da macello”.

 

Gli italiani continuano a essere i primi in questo memorabile Tour de France, nell'anno più rappresentativo della storia del ciclismo. Durante la diciassettesima tappa, 19 luglio 1949: la famosa scena dei due campioni [diventata un'icona dell'immaginario collettivo], quasi uno accanto all'altro, con Gino Bartali che passa la borraccia a Fausto Coppi, leggermente davanti. E il fumetto finisce così, prevedendo la vittoria: “Parigi mi appare vicina... per un istante mi scopro felice... non riesco a non commuovermi un po'”.

 

Le ultime pagine del libro, come un'appendice, “Dietro le quinte”, presentano alcune riflessioni dell'autore sulla scelta di limitarsi a concentrarsi esclusivamente su alcuni “eventi”, senza realizzare una “biografia esaustiva”, notando: “La costante comune in quasi ogni documento che ho consultato era la solitudine di Fausto”. Per cui, per esempio, resta del tutto assente la sua relazione con Giulia Occhini, la “dama bianca”, che tanto clamore e scandalo aveva suscitato nei primi anni cinquanta, quando si considerava l'adulterio un delitto punibile con il carcere [e l'istituzione del divorzio era di là da venire].

 

Seguono i ritratti letterari dei personaggi che hanno condiviso con il campionissimo l'esistenza privata e la vita professionale: il fratello Serse Coppi [ciclista prematuramente scomparso dopo una brutta caduta nel 1951], Biagio Cavanna, la moglie Bruna Ciampolini, Gino Bartali, Alfredo Binda. Il tutto intervallato da frammenti di story-board, da schizzi, da materiali preparatori.

 

I disegni in b/n, a parte la copertina, sembrano di getto, in tratti svelti, essenziali, nitidi, e tuttavia vi traspare una scelta sapiente, calibrata, tra realismo abbozzato e deformazione caricaturale [per caratterizzare], non priva di leggerezza e di ironia.

28/07/2010

Carlos Trillo e Domingo Mandrafina, Il Cavalier di Gommasgonfia, Mare Nero, 2000

 

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Giancarlo Pavanello

 

Carlos Trillo e Domingo Mandrafina, Il Cavalier di Gommasgonfia, Mare Nero, 2000.

 

 

[La seguente nota è apparsa nel catalogo “letteratura ciclistica e libri d’artista”,  AdB, 2002, in occasione della mostra collettiva, omonima, a cura mia, Biblioteca Civica Centrale, Venezia-Mestre, 9 ottobre – 9 novembre 2002, nel decimo anniversario dell’associazione ciclo-ecologista “Amici della Bicicletta” di Venezia-Mestre]:

 

“Testi del primo autore, disegni del secondo. Il titolo e la copertina costituiscono la sintesi di una storia a fumetti in cui un moderno Don Chisciotte con una scopa da spazzacamino al posto di una lancia, al servizio di un ‘re’ in camicia nera e dall’inequivocabile aspetto di un boss mafioso, accorre al suo richiamo per mettersi alla ricerca di uno scrigno rubato, contenente ‘potere’ e ‘grandezza’, ossia una polvere bianca che più avanti viene sniffata da Zelda, una ‘dea’ dell’Olimpo [un teatro], cantante e cocainomane, che ovviamente si mette a volare, e così via. Una fiaba per adulti fra l’horror e l’erotico, fra il grottesco e il disincanto. Con un aspetto non secondario e abbastanza raro: mentre di solito dominano eroi in motocicletta, in automobile, in aereo, o a cavallo nelle avventure anacronistiche, in questo caso il Ronzinante è una bicicletta, davvero protagonista, poiché è in grado di seguire il padrone in modo autonomo, come fosse viva, in apparenza fedele, in realtà traditrice, poiché si reca da ‘sua maestà’ e dai suoi accoliti a denunciare lo sgarro del cavaliere di Gommasgonfia dimentico della sua missione in un droga party con gli amici, con esecuzione mafiosa nel finale e con l’inaugurazione di un monumento alla bicicletta delatrice che, ora ce ne rendiamo conto, è il vero eroe dell’avventura, la vera eroina. [Un’annotazione sulla letteratura disegnata: le narrazioni a vignette e i personaggi che colpiscono l’immaginario, o vellicano la fantasia, non sembrano andare al di là di una produzione paraculturale d’intrattenimento, come i romanzi di facile lettura con tematiche d’attualità, effimeri. Gli episodi non prevedono sfumature, né psicologiche né concettuali, e il linguaggio che li intreccia, nella laconicità dei luoghi comuni, non ricerca la densità e lo spessore di un atteggiamento critico, sia pure nella fantasia più sfrenata.]”

 

conclusione della recensione anomala

[dopo una rilettura del fumetto]

 

Un trio di musicanti apre i sei episodi o vi si trovano coinvolti, fino al droga party, di cui trapela una vaga apologia, in tutta evidenza apparsi a puntate con un numero di otto tavole alla volta [otto pagine], successivamente ripubblicati in un albo: volgarità, disimpegno morale, erotismo allusivo al pornò esplicito, tutto questo vorrebbe esternare la visione di una società in sfacelo e priva di valori, senza tentare qualche alternativa. Il condimento prevalente è la fantasia, il lato onirico, il trip freudiano e surrealisteggiante, in un grottesco in cui, non a caso e con un’offensiva anti-ambientalistica, l’anti-eroe donchisciottesco è un ciclista, per di più tradito dal suo stesso mezzo di locomozione [un “cavallo” fedifrago]. I disegni in b/n sono di un maestro del genere, di facile comprensione per il  pubblico: molto acute le fisionomie dei personaggi, vagamente tendenti alla caricatura.

 

La bicicletta sul piedestallo, diventata un monumento, non sarebbe là se non fosse un’eroina [nel doppio senso]: è un sostantivo maschile, si chiama “Silver”, il vero “eroe di questa avventura”, come dice il boss in camicia nera e cravatta chiara al momento dell’inaugurazione. Un intrattenimento in cui ci si astiene dal giudicare, optando, così, di fatto, per  “sua maestà”, accettando il suo pensiero primitivo, esposto all’inizio: [il suo “scrigno del potere” racchiude un “tesoro” tenuto sotto chiave, gli è stato sottratto da “mani diaboliche”, vuole riaverlo e per riconoscerlo il cavaliere di Gommasgonfia deve sapere che “ […] contiene una polvere bianca, che pare talco e tuttavia talco non è. E’chiaro? E’ potere”. [Sembrano i pensieri più o meno segreti di alcuni uomini politici del giorno d’oggi].   

24/07/2010

Robin Wood e Domingo Mandrafina, Savarese – una croce tra le spighe, Roma, Eura Editoriale – EURACOMIX, 2001

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Giancarlo Pavanello

 

Robin Wood e Domingo Mandrafina, Savarese – una croce tra le spighe, Roma, Eura Editoriale – EURACOMIX, 2001.

 

 

[La seguente nota è apparsa nel catalogo “letteratura ciclistica e libri d’artista”,  AdB, 2002, in occasione della mostra collettiva, omonima, a cura mia, Biblioteca Civica Centrale, Venezia-Mestre, 9 ottobre – 9 novembre 2002, nel decimo anniversario dell’associazione ciclo-ecologista “Amici della Bicicletta” di Venezia-Mestre]:

 

 

“Il primo è lo sceneggiatore, il secondo il disegnatore. La bicicletta figura in un episodio [su quattro] ma, nelle intenzioni degli autori, è in sintonia con il carattere dimesso dell’eroe anti-eroe, a volte ingenuo, e in cui si riconosce la cosiddetta gente semplice, un ex poliziotto in disgrazia che si adatta a vari lavori ma che, sempre, scopre misfatti e delitti, contribuendo al trionfo della giustizia. Ecco la prima vignetta: ‘Non sa neppure lui perché l’abbia fatto. Forse perché il salario di una settimana corrispondeva esattamente al prezzo della vecchia bicicletta, forse per l’insistenza di Brad a vendergliela. Il fatto è che a un certo punto se l’è trovata tra le mani’. Ma subito scatta l’azione: ‘Il grido di donna lo raggiunge all’improvviso’. Fumetto: ‘Sì, qualcuno ha dei problemi’. Savarese in bicicletta parte in picchiata [riprodotta, non a caso, anche in copertina]. La bicicletta come alleata dei poveri giusti contro i ricchi malvagi in automobile, secondo una visione schematica.”

 

Faccio seguire, ora, qualche appunto sugli altri tre episodi del fumetto, per completarne la recensione anomala:

 

Il primo racconto disegnato. Ai tempi prolungati del Ku Klux Klan, un tranquillo uomo di colore, con famiglia,  viene legato a un albero, di notte, e barbaramente ucciso da un gruppo di orridi incappucciati, con la falsa accusa di “avere rubato la terra a un bianco”. John Savarese si imbatte nel suo cadavere, accanto a una croce maleficamente esibita dai razzisti, e si mette in contatto con lo sceriffo, che ha la fisionomia appropriata per apparire uno della setta, ne era il capo, infatti. Una didascalia: “Lo sceriffo Graham è grasso come un maiale, ma nel suo ufficio non c’è un granello di polvere. Ogni minuto si asciuga ossessivamente un inesistente sudore. Ha gli occhi da pesce morto”.

 

Smascherato, tende un tranello a Savarese, che a sua volta sta per essere “giustiziato” dalla società segreta: “Sei accusato di praticare la magia dei negri, di proteggerli, di interrompere il corso della legge. E questo tribunale ti giudica colpevole. Sarai fucilato, ragazzo”. Ma interviene la polizia e la vera giustizia trionfa.

 

Il secondo racconto è quello già riferito, quello in cui la mobilità di Savarese è affidata a una vecchia bicicletta. Aggiungo che questa volta l’investigatore per hobby si mette con una bella ragazza dal volto angelico [quindi, non ha la fisionomia della poco di buono]. Poi scopre che era implicata nella sottrazione di una grande quantità di denaro, in fuga, con un complice, trovata ammazzata, redenta: voleva restituire la somma. Il detective uccide il suo assassino per legittima difesa.

 

Il terzo capitolo o il terzo racconto disegnato dà il titolo all’intero albo. Una  storia di delitti al limite del “neo-gotico”: due malandrini derubano una povera vedova e la sua figlioletta, uccidendole, e credendo di avere ucciso, con loro, il grande amico della bambina: un omone sordomuto soprannominato “spaventapasseri”. Questo personaggio, sopravvissuto, seppellisce la bambina fra le spighe, in un campo, mettendoci una rustica croce, e si aggira o resta là nascosto nelle fogge di un vero spaventapasseri. Ritorna in paese, di notte, riuscendo a strangolare uno dei due assassini, l’altro fugge terrorizzato dallo “spettro”.

 

Savarese intuisce tutto questo, cerca il sordomuto e lo convince a fuggire e a nascondersi poiché, essendosi vendicato, potrebbe incorrere a sua volta nei rigori della giustizia: “Se ti troveranno, passerai dei guai. Hai ucciso un uomo… Sì, so che era un assassino, ma questa è la legge”. “Vattene, Spaventapasseri. Io non ti ho visto”. “E incredibilmente il fantasma si è messo in piedi. Incredibilmente, come lo avesse sentito. Poi, trascinando le gambe stanche, si confonde tra le ombre. E Johnny Savarese sa già che non ne tornerà mai più”.

 

Nel quarto capitolo, o quarto racconto, l’ambientazione sembrerebbe il Messico o, comunque, il Sud degli Stati Uniti, in una sorta di terra di confine. Una bella vedova ma povera, una donna perbene, è costretta a portare il proprio gallo al combattimento, per guadagnare un po’ di denaro.

 

Un ricco malintenzionato, che già le aveva messo gli occhi addosso, cerca di sedurla portandola all’estrema necessità, facendole uccidere il gallo nel combattimento, l’unica sua fonte di sostentamento. Savarese interviene sottraendolo a un’impari lotta. Pistole. “Il gringo ha fatto bene. Il mio gallo ha perso e non vale la pena di farlo ammazzare. La lotta è finita”. Minacce dell’aspirante seduttore, poi trovato morto, intanto il gallo viene ucciso [ma lo si capisce fra “ellissi” un po’ troppo audaci e numerose].

 

Savarese, prima incolpato dal fratello della vittima, ma di pasta opposta, fa scoprire che si è trattato di un suicidio involontario, da ubriaco, con colpi di pistola partiti per sbaglio. Quest’ultimo personaggio, un ricco brav’uomo, privato del fratello mascalzone, si avvicina alla bella vedova e ai suoi tre figlioli, per compensazione affettiva, e per intercessione di Savarese, in un lieto finale abbastanza esplicito.

 

Ho accennato alle “ellissi”. Nel linguaggio del fumetto sono le parti mancanti in una sequenza di vignette o in una striscia, in una tavola, da intuire, da ricostruire nel corso della lettura e del visionamento. Un esempio: due ceffi tengono in mano un gallo e minacciano di tirargli il collo per provocare Savarese, per indurlo alla rissa e a smammare dal paese, dove non è gradito. Molto più avanti, in un balloon, il detective volontario, ex poliziotto, conversando con la bella vedova, dice: “Che pensi di fare, ora che non hai più il gallo?”. Solo a questo punto sappiamo con certezza che fine ha fatto la povera bestiola. Nessuna didascalia ce lo ha detto. Non ci sono disegni che la mostrano morta.

 

Una tecnica molto tipica del fumetto, per esigenze di efficacia narrativa e per limitare il numero di pagine, il numero dei disegni, la griglia imposta dagli editori. Tuttavia, in questo albo le “ellissi” sembrano prevalere sulle vignette eloquenti, a volte si fatica a seguire il filo del racconto [sia pure cercando di aguzzare l’intuito]: potrebbe essere un freno voluto per rallentare la lettura [questo genere di freni e tanti altri valgono anche per le narrazioni esclusivamente letterarie].

 

I disegni di Domingo Mandrafina, però, chiari, nitidi, a colori, realistici nella dose giusta, ricalcano con sobrietà i canoni più tradizionali del fumetto, privilegiando i primi piani, dando ai volti una loro dimensione psicologica, spesso espressivi e godibili anche isolandoli nelle singole vignette.

16/02/2010

Leonardo Stano da Kochan, L’omomeccanico, Bompiani, 1973

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Giancarlo Pavanello

 

 

Leonardo Stano da Kochan. L’omomeccanico, Bompiani, 1973

 

Avevo inserito questo libro nella mostra “letteratura ciclistica e libri d’artista”, a cura mia, sponsorizzata dall’associazione “amici della bicicletta” [AdB] e dal Municipio di Venezia-Mestre, Biblioteca Civica Centrale, Venezia-Mestre, 2002 [cfr. il catalogo omonimo].

 

Dall’annotazione bibliografica: “Traduzione [dal tedesco] di Clara Lürig. Lettering: Angiola Castillet. Un volume con disegni grotteschi e crudeli, e didascalie maccheroniche a caratteri maiuscoli, come in un vecchio manoscritto. Dedicato all’evoluzione umana in senso meccanico, l’uomo come macchina. Gli accenti ambientalisti dell’unica pagina introduttiva, figurata, una “prefazio”, suggeriscono di inserire il volume in una collezione di “letteratura ciclistica”, anche se alla bicicletta viene dedicata una sola immagine, all’interno e in copertina [quindi con l’idea di renderla protagonista]: uno scheletro in perfetta simbiosi con il veicolo a due ruote, ‘per coprire lunghe distantie, lo scheletro umano se adequa a le esigentie’”.

 

Da un’angolatura completa, ora, va citata soprattutto l’introduzione che, come le didascalie che accompagnano i disegni, è scritta in un italiano re-inventato, fra il volgare e il maccheronico, con finta aria scientifica, per porre l’accento sull’annunciata estinzione della razza umana per opera delle sue stesse macchine, ideate e inventate. Ma con una rettifica non irrilevante: in tono semiserio [ora si direbbe con “accenti ambientalistici”], l’autore propende a credere che in realtà l’uomo si stia solo trasformando.

 

Assistiamo a un nuovo essere, “l’omo macchina”, a causa dei “contatti elettronici”, dei “gas di scarico di automobili e ciminiere di fabbrica”, dell’inquinamento dei canali e dei fiumi. L’ “homo novus” funziona come i principi della meccanica e perfino la sua anima ha “quattro marce in avanti ed una retromarcia”. Per pregare va al “supermercato”, poi viene ipnotizzato dalla televisione, la sua evoluzione continua verso la “fusione di arte e mechanica” [sic], destinato a diventare un superuomo, ossia un “homo elephans”.

 

Con questa premessa non tanto allegra, satirica, il seguito è una sequenza di disegni che francamente non si possono definire “belli” [ma proprio questo è il “bello”]: spesso, nemmeno le immagini surrealiste erano eseguite con cura, a volte approssimative, con segni incerti. Contavano soprattutto l’emergere icastico della psiche e la dimensione onirica. In questo libro, invece, la qualità dell’insieme deriva dalla precisione con cui viene estrinsecato il pensiero sarcastico dell’autore, nella sua visione a metà strada fra il grottesco delle  vignette comiche e la lucidità nel denunciare il processo di disumanizzazione dell’uomo contemporaneo, fra la pulsione burlesca e la lucidità didascalica, non immemore delle duchampiane “macchine celibi” [rivisitate nel gusto dell’assurdo e del comico].

 

Mentre i surrealisti serbavano, comunque, serietà e pathos perfino nell’umorismo nero, questo strano autore, che in tutta evidenza si firma con uno pseudonimo, pensa solo a indurre alla riflessione e al riso [amaro]. Molti i temi trattati, fra cui insistito è l’eros [vi figura anche un “homo eroticus”]. Una vignetta mostra una donnina nuda e all’interno del corpo del signore che la insegue si vedono i marchingegni che lo spingono verso la preda: una “caldaia a vapore”, un cuore ardente [in senso concreto, ha preso fuoco], una “turbina a vapore”. C’è abbastanza misoginia, tutto sembra pervaso da una neo-misantropia indotta dalle brutte pieghe che sta prendendo il mondo manomesso dall’umanità.

 

un sole-scheletro, ossa-luce, l’effetto dell’ “hashish” sul sistema nervoso centrale [l’omino si accende la sigaretta e al posto del cervello ha una bomba innescata], un automobilista è in simbiosi con la sua auto, parti del suo corpo sono parti del suo mezzo di trasporto, l’infarto è una pendola [il peso è il cuore, il cucù è uno scheletrino vestito da morte con la falce], la società dei consumi [un signore seduto sul WC e dentro di lui un maialino perfettamente posizionato sia per assumere il cibo sia per evacuarlo]

 

E come fare nella dittatura? Ecco, allora, un omino in varie fasi, nella fase 2 si ritira in se stesso, ossia dentro se stesso, poi comincia a uscire dall’involucro della propria pelle [da dietro], come durante la muta di un rettile, è come se abbandonasse una tuta, infine ritorna nudo, libero e felice senza dittatura. Intanto molti prodotti non nascono nelle fabbriche ma sono il risultato di incroci sistematici [e assurdi]: un cammello + un serpente = un reggiseno,  un elefante + un lombrico = un carro armato,   un soldato + una gallina = una bomba a mano, e così via.

 

“incisivo factore ne lo sviluppo del gorilla […] est lo continuo aumentare de l’inquinamento de l’aria”: nella linea evolutiva, dopo l’ “homo sapiens” arrivano l’ “homo smog” e l’ “homo elephans”

 

penultima vignetta: l’origine dell’olio di girasole: quattro elefanti sotterrati in senso verticale, le loro proboscidi erette attingono il petrolio come pompe, in superficie i girasoli sono il prolungamento delle loro code