31/12/2010

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

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Giancarlo Pavanello

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

 

Antonio Rubino [1880-1964], uno dei più noti e geniali illustratori italiani, soprattutto per bambini e ragazzi, e scrittore, pittore, autore di cartoni animati. Ma per il grande pubblico il suo nome è indiscutibilmente legato alle pagine del “Corriere dei Piccoli”, alle tavole in cui il genere del “fumetto italiano” degli inizi resta risolto in una serie di vignette con didascalie narrative in ottonari in rima baciata, senza le “nuvolette" o i “balloons” che, invece, caratterizzano questa nuova arte, dai primi anni del XX secolo al 1959.

 

Nell'introduzione i curatori sottolineano che proprio Antonio Rubino ha contribuito a legittimare l'uso del neologismo “fumetto”, nel 1938, per definire una storia disegnata, nel clima culturale dell'establishment “novecentista” imposto dall'epoca fascista.

 

Permeabile alle novità epocali delle tendenze artistiche, ha attraversato il liberty e il futurismo [in questo caso è stato avvicinato a Fortunato Depero per la sua vena favolistica], fino alle curiosità per gli sviluppi della tecnologia e della scienza [se non della “fantascienza”] nel secondo dopoguerra [risolte nell'ultima serie per il "Corriere dei Piccoli”, con un personaggio, l'ingegnere Ilario Din, che è stato interpretato come un suo autoritratto, liberamente adattato all'immaginazione fumettistica.

 

La sua cifra stilistica resta, però, sempre, ancorata a quella poetica, in sintonia con un mondo infantile il più delle volte visto con lo sguardo di una coppia di fratellini, un maschietto e una femminuccia [chissà, forse aveva studiato con molta partecipazione il comportamento dei figli].

 

Il libro nasce dalle annate del “Corriere dei Piccoli”, dagli archivi messi a disposizione da alcuni collezionisti, per cui l'edizione è più che un'antologia, è, detto con un ossimoro, una “parziale” opera completa o un primo volume destinato [forse] a essere seguito da altri, in quanto presenta “tutto il pubblicato” per ogni singolo personaggio preso in considerazione.

 

I sette racconti di Quadratino [1910-1911], che, a causa delle sue monellerie, si ritrova ogni volta con la testa modificata in un'altra figura geometrica, ogni volta rimesso a posto dalla mamma Geometria.

 

Le due serie di Pino e Pina [1910 e 1926-1927]: in cui la cesura temporale e lo stacco stilistico non impediscono lo schema fisso delle loro avventure, una serie di peripezie minime che fanno arrivare i fratellini in ritardo a scuola, trovando la porta sbarrata.

 

Le gesta di Abetino e del perfido Piombino [1917], uno di legno e l'altro di piombo, nemici in guerra, con i loro soldatini, una evidente traduzione in chiave fanciullesca della prima guerra mondiale. Il disegno, in particolare, è memore, ma con ironia, delle stilizzazioni futuriste esaltanti l'azione e la macchina, il dinamismo e il bellicismo, ma già coincidenti con il più innocuo universo onirico dei pupazzetti di Fortunato Depero.

 

Le comiche disavventure di Caro e Cora [1919-1929], mandati dal padre a frequentare una scuola speciale, la “scuola all'aria aperta”, le cui teorie montessoriane vengono messe in discussione, se non in ridicolo, con un garbo che rivela, al contrario, un vero amore per la natura, molto sentito da Antonio Rubino, attentissimo al mondo della campagna, delle piante e degli animali.

 

Più manierate, invece, le prodezze di Lio e Dado [1933-1934], i balilla protagonisti, e di Stellina, la piccola italiana sorella del secondo eroe, che debutta donandole una stella da tenere sulla fronte: “Si fa notte. In un istante/ stende il buio un fitto velo:/ ma una stella sfolgorante/ cade, pronta, giù dal cielo.”. Come non ricordare il ritornello della successiva canzone che ha segnato un'epoca [“voglio vivere così/ col sole in fronte/ e felice canto/ beatamente”]?

 

Sembrerebbero l'esaltazione del vivere in stile fascista: tutto azione, attività agraria, aria aperta, strapaese, sport, salutismo, dinamismo, “dux”, saluto romano, dimestichezza con le aquile, architettura razionalista, coraggio, commemorazione della “marcia su Roma”, ordine. Lo svagato Antonio Rubino, però, lo si intuisce, si adatta all'esaltazione del regime dittatoriale con l'impegno diligente di chi impara una lezione a memoria, purché venga lasciato libero nelle invenzioni grafiche, nelle fantasie fanciullesche che fanno filtrare una consueta vena ironica, se non una presa in giro o una parodia, il suo umorismo.

 

Le dieci tavole di Dino Din e Din Dinora [1955-1956] rispecchiano la fascinazione dell'atomo, tipica degli anni cinquanta, con le sue paure per la bomba atomica e nello stesso tempo con la curiosità per la scienza e per la fantascienza, trattate in modo didascalico. Il protagonista, questa volta, è un ingegnere, Ilario Din, affiancato dai figli, la solita coppia infantile, un maschietto e una femminuccia, Din e Dinora, come complementari: ma la sonorità del titolo sembra dissolvere i contorni fra loro, come se fossero diventati un unico personaggio o un'astrazione.

 

Contrariamente alle affermazioni di Paola Pallottino, che in queste ultime tavole trova “un disegno sempre più veloce e di maniera”, ritengo che siano, anzi, molto mature, nuove, sicure, anticipatrici, parallele alle tendenze astratte in tanta pittura dell'epoca, in ambientazioni risolte, spesso, in contenitori di figurine stilizzate e formicolanti, in un pulviscolo di soluzioni segniche che ricordano la cosiddetta “grafica psichedelica” degli anni sessanta e settanta, come veniva divulgata nelle rivistine underground, un chiaro anticipo sui tempi, continuando a restare personali sviluppi delle soluzioni futuriste e déco, riprese da numerosi artisti anche in tempi recenti.

 

Antonio Rubino, però, non era nuovo alle anticipazioni: con le tavole de “La Tradotta” [1918], la più famosa fra i tanti “giornali di trincea” della prima guerra mondiale, questa volta non esclusivamente per “i piccoli”, aveva creato una serie di disegni, a volte allargati su due intere pagine, con “visioni panoramiche a volo d'uccello”, quindi eludendo le rigide “gabbie squadrate” che caratterizzano i suoi fumetti senza nuvolette. Le folle di personaggi che agiscono e parlano in una stessa scena, all'insegna dell'ironia, dell'umorismo e della satira [soprattutto anti-tedesca, anti-austriaca e anti-bolscevica, ricordano, in generale, quelle assai più tarde di Benito Jacovitti, perfino in certi dettagli assurdi o surreali, inconsueti, in un inquadramento caotico di donne, uomini, animali, oggetti.

 

Il volume termina con una biografia commentata di Claudio Bertieri, “Un favoliere di Liguria”, e con una nota approfondita di Paola Pallottino, “Da Quadratino a Ilario Din – Le storie a vignette di Antonio Rubino”, assieme a un omaggio disegnato di Squaz e Tuono Pettinato che, come sottolinea un risvolto di copertina, rivisitano l'“umorismo paradossale e grottesco del Maestro”.

 

23/09/2010

Vauro, sbatti il Vauro in prima pagina, il manifesto, s. d. [2010]

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Giancarlo Pavanello

 

Vauro, sbatti il Vauro in prima pagina, il manifesto, s. d. [2010]

 

Una scelta delle vignette di Vauro apparse sulla prima pagina del “manifesto” nell’arco di dieci anni, dal 28 gennaio 2000 al 30 marzo 2010. Valentino Parlato, nell’introduzione, le definisce “accoltellanti”: in più,  essendo le espressioni del giudizio del giornale sul fatto del giorno, le considera veri e propri “editoriali”, poiché “si scrive anche dipingendo e disegnando, facendo satira attraverso il disegno”. Una tradizione, questa, risalente a William Hogarth, a Honoré Daumier, a Giuseppe Scalarini e a Mino Maccari [disegnatori che “ai potenti e agli imbroglioni diedero sferzate assai più forti ed efficaci che non tanti raffinati o veementi scritti”. Inserito a pieno titolo nella “storia dei caricaturisti politici” in Italia e in Europa.

 

Il limite di questo genere di “fumetto”, risolto in una sola vignetta, è spesso il suo carattere allusivo, il riferimento alla cronaca giornalistica, alla cronaca quotidiana, ai fatti che entro poco tempo sfuggono alla comprensione della maggioranza dei lettori. Abbastanza effimero, in un certo senso, proprio come gli articoli da leggere giorno dopo giorno o le notizie date in TV: se, per qualche ragione, ci si sottrae per un brevissimo periodo, poi si perde il filo del discorso, diventato perfino inintelligibile se si ignora un’“ellissi” [la parte taciuta ma legata a una “puntata” precedente].

 

Per questo motivo appare doverosa, in un’antologia di vignette satiriche, soprattutto politiche, qualche spiegazione o, come nel caso di questo volumetto, un “sommario”, per inquadrare la situazione o il personaggio o l’avvenimento presi di mira dalle frecciate del disegnatore.

 

Ogni vignetta occupa un’intera pagina e in calce viene messa una esauriente didascalia per una comprensione ottimale, come un inquadramento storico. Si comincia con l’allarme contro le nuove ondate razziste in Europa [con il successo elettorale di Haider], e via via ce n’è per tutti: il papa, le discusse elezioni negli USA, la “mucca pazza”, il rifiuto dell’immigrazione clandestina, Arafat, Cofferati, Prodi, la Moratti ministro della pubblica istruzione [definita “Morattila”], la guerra [e siamo solo al 2004].

 

Poi arriva il personaggio più molesto che imperversa sulla scena politica a tempo pieno: B., per il quale si sprecano le vignette fra le più virulente [giustamente], rappresentato come un omino basso molto basso e ridicolo, poco più di un topo, meschino quanto basta, di basso profilo, sempre pronto a fare dispetti e a tramare furbetterie per conservare un potere inacidito e poco raccomandabile.

 

L’“alta velocità”, la fame nel mondo, la base Usa a Vicenza, l’Afghanistan, i morti sul lavoro, il “family day” e la pedofilia, Veltroni [che vuole “vederci chiaro”: allora un altro omino è pronto con la spugna a lavargli gli occhiali, un riferimento alle polemiche sui “lavavetri” a Firenze], il “ciclone Grillo con il suo Vaffa…day”, i sindacati, il G8.

 

Sul problema dei “prostituti o di sinistra nella RAI”. Un signore chiede: “E in Mediaset?”. E il noto omino stra-potente e con conflitti d’interesse alle stelle, con il solito sorriso stereotipato a tutta dentiera, risponde: “Beh, lì di sinistra non c’è nessuno!”. Ancora Bush, la borsa, Israele, il triste caso di Eluana Englaro, le ronde [i “volontari della sicurezza”, pronti a sostituire con spranghe e catene i “branchi” di teppisti].

 

Con il 19 aprile 2009 siamo al terremoto a L’Aquila, dove il solito personaggino capo del governo è sempre là a presenziare per farsi pubblicità e cercare un consenso che diminuisce: “Viene così spesso che hanno montato una tenda tutta per lui!”. La tenda è quella di un circo per accoglierlo  come un clown.  Infine arriviamo a Dell’Utri e al Carroccio [la Lega Nord sul carro del vincitore]. La tragicomica cronaca italiana continua.

 

Superfluo ribadire che il punto di vista è quello di una sinistra critica, da rifondare, ammesso che ci si creda e non si sia già troppo disillusi, in opposizione alla destra e ai rimescolamenti delle carte più o meno opportunistici di un generico “centro-sinistra” in crisi d’identità. Conservando queste schematizzazioni “ideologiche” per praticità e per farsi capire a volo.

 

Una riflessione: le immagini fumettate, una per una, fanno ridere, e molto, anche a crepapelle, eppure quando si chiude il libro, dopo averle viste e lette tutte d’un fiato, si prova un senso di tristezza o di malinconia: i fatti raccontati ed esposti, presi nell’insieme, inducono a una visione cupa, a posteriori, vi si nota il trionfo della stupidità e dell’ignoranza, il sopravvento della meschinità e della violenza, e non solo in Italia, in tutto il mondo [da noi, di più]. La vignetta satirica tende a smussare gli angoli, a edulcorare: prendere in giro potrebbe significare “si può accettare” o “tutto sommato la cosa non è tanto grave”… o no… eppure i potenti indegni hanno paura delle contestazioni umoristiche, considerate destabilizzanti [benché disarmate].

 

Due parole sul “disegno” di Vauro. Lo si direbbe di tipo “tradizionale”, appartenente al filone vignettistico-caricaturale iniziato nel fumetto nel primo Novecento e diventato più snello e disinvolto negli ultimi decenni del secolo scorso: nelle storie della “bande dessinée” francese si riconosce perfino uno stile grafico definito “gros nez” [“naso grosso”], con riferimento anche alla sproporzione fra le altre parti anatomiche delle figure umane [orecchie, piedi, mani].

 

Tuttavia, il suo tratto è inconfondibile: sono noti al grande pubblico i disegni eseguiti in diretta che hanno accompagnato la trasmissione “Anno Zero”, in TV, e presentati in fine-serata per concludere in allegria le puntate che di umoristico avevano assai poco. Gli omini tutti nasi e con occhi come palle di biliardo, con le pancette e con le gambe secche: insomma, grotteschi e, nel caso dei personaggi pubblici, riconoscibilissimi, vere e proprie caricature.

24/05/2010

Il Grifo – Il fumetto è arte – Storia di una rivista, Edizioni Di, 2009

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Giancarlo Pavanello

 

Il GrifoIl fumetto è arteStoria di una rivista, Edizioni Di, 2009

 

Una rivista, “Il Grifo”, dedicata al fumetto e, in misura minore e in modo trasversale, all’illustrazione [per lo più di autori di fumetti], con brevi testi letterari di raccordo, 36 numeri, dal 1991 al 1995, con l’ambizione di pubblicare i maggiori autori di successo ma non solo. Molto rilievo alle copertine e alle quarte di copertina. Ripescaggi e inediti, come il “librone dei sogni” di Federico Fellini, che da giovane era stato un fumettista, una passione mai abbandonata. Perfino alcune vignette di Pier Paolo Pasolini, 1966, in preparazione al terzo episodio del film Le Streghe: La Terra vista dalla Luna.

 

Il direttore della rivista era Vincenzo Mollica e l’attenzione al mondo del cinema e alla musica leggera è evidente e tutt’altro che saltuaria, come se si volesse inserire il tutto in una più collaudata ufficialità in grado di attrarre i lettori [ma potrebbe essere una mia impressione sbagliata o riduttiva]: Totò, Roberto Benigni, Nanni Moretti, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Francesco Guccini, Lucio Dalla.

 

Il libro, Il Grifo – Il fumetto è arte – Storia di una rivista, Edizioni Di, 2009, è il catalogo della mostra omonima, a cura di Vincenzo Mollica e Mauro Paganelli, Napoli, Castel dell’Ovo, 18 dicembre 2009 – 10 gennaio 2010. Mi sto avvicinando a questo mondo di “arte popolare” [in positivo] da [relativamente] poco tempo e quindi preferisco limitarmi a citare, fra i numerosi autori antologizzati, quelli indicati nel sottotitolo [“da Federico Fellini a Milo Manara – da Hugo Pratt a Guido Crepax”], senza entrare nel merito dei loro variegati talenti, della loro bravura, al di là delle mie preferenze personali. L’avvicinarmi al volume è stato dettato esclusivamente da una volontà di orientamento, per scoprire qualche strada maestra in questo genere, definito “letteratura disegnata” da Hugo Pratt, ossia sperando di diventare un fan di alcuni personaggi grafici e dei loro ideatori-realizzatori.

 

Con convinzione, resto ancorato a qualche considerazione e a qualche annotazione in generale. Il dibattito su questo genere letterario-artistico, in Italia, ha una storia di non lunga data: Umberto Eco ricorda che solo nel 1965 è stato possibile organizzare a Bordighera il primo salone internazionale del fumetto, sulla scia della creazione, in Francia, da parte di Francis Lacassin e Alain Resnais, del “Centre d’études des littératures d’expression graphique”. Però preceduto, in sede critica, da Carlo Della Corte, I fumetti, Mondadori, 1961. E tutto era iniziato, grosso modo, con il “Corriere dei Piccoli” nel 1908.

 

Lo slogan di Vincenzo Mollica, “il fumetto è arte”, accompagna ogni quarta di copertina della rivista, e figura anche nel sottotitolo del volume. Lo trovo un po’ semplicistico: sarebbe come affermare che la pittura è un’arte, il cinema è un’arte, e così via, ossia, tautologicamente, “Sanremo è Sanremo”. In tutta evidenza, era ancora una fase in cui esistevano gli oppositori con le loro  affermazioni contrarie, con l’accusa di trovarsi di fronte, al massimo, a un’arte minore. Giulio Riccio, in una introduzione, ricorda: “[i detrattori] […] il cui argomento principe è che ‘chi parla di fumetti ha eliminato ogni differenza tra Dante e Topolino’ (U. Eco)”.

 

Molti anni sono passati da quando la semiologia sembra essere passata di moda. Per fortuna, la differenza fra “esprit de géométrie” e “esprit de finesse”, non inconciliabili [anzi, auspicabilmente complementari], nel linguaggio di Blaise Pascal, acquista una nuova linfa, con la pulsione ancora viva alla critica sfumata, ai distinguo, alle impressioni pertinenti, alla sensibilità interpretativa, al giudizio non infallibile ma acuto.

 

Per dire che, accettato l’assunto secondo cui il fumetto è un’arte, bisognerebbe procedere a una ricognizione a 360 gradi su tutto il ventesimo secolo, o secondo altri criteri, per non esaltare in modo arbitrario un disegnatore a scapito di un altro, un post-post-post aspirante futurista al posto di un neo-espressionista, un facitore di immagini piacevoli ma di scarsa qualità o di qualità banale e non un autore meno ammirato dalla maggioranza ma più complesso e profondo, e così via. Insomma: vediamo caso per caso chi è bravo e chi lo è meno. Ma senza limitarci a un brevissimo periodo di fine Novecento.

 

Cerchiamo di conoscere meglio gli illustratori e i fumettisti della prima metà del secolo e confrontiamoli con quelli successivi, rimescolando le carte. Inoltre, ha smesso di essere convincente la tendenza a porre sullo stesso piano opere impegnate e di grande spessore e quelle cosiddette “popolari”. Senza pregiudizi né culturali né ideologici, tuttavia, solo per valutarle con pertinenza, al di là di qualsiasi forma di terrorismo pseudo-intellettuale, con “esprit de finesse”, appunto.

 

Tutte le arti vanno di pari passo, dalla poesia alla pittura, dalla narrativa al cinema, dalla musica al teatro. Così, restando a una conclusione riguardante le illustrazioni e i comics, si ha l’impressione che, a un certo punto, il realismo più o meno socialista o lirico-esistenziale o pop art, rifiutato come improponibile nei principali filoni delle avanguardie artistiche, abbia ritrovato un re-impiego nella cosiddetta  “letteratura disegnata”. Come se fosse un personaggio spinto fuori dalla porta di un appartamento al secondo piano e che trova una rivincita mettendo una scala a pioli sul muro di una casa per tentare di entrarci dalla finestra.

28/04/2010

Adriana Enriques, tanti cuori tanti rubini, Paravia, 1924 [illustrazioni di Paola Bologna]

 

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Giancarlo Pavanello

 

La tesi di questa raccolta di racconti per bambine e bambini buoni è che i bimbi sanno insegnare “tante belle cose alle persone grandi”, perfino contro i pregiudizi iniziali, indotti dall’ambiente, dall’ambiente familiare in primis. E’ il mito del “buon selvaggio”, di tanta letteratura sei-settecentesca, soprattutto francese, perfezionata in senso pedagogico da Jean-Jacques Rousseau con il suo “Emilio”, in cui, appunto, l’autore pone le regole per l’educazione di un fanciullo fino all’età adulta [un approccio, questo, sbeffeggiato dagli scrittori libertini e, molto in qua nel tempo, rettificato da Sigmund Freud].

 

Questo libretto, comunque, non ha pretese pedagogiche o filosofiche, si rivolge ai fanciulli per raccontare loro tanti esempi di bontà e di magnanimità. Tuttavia è  datato, nel linguaggio e nel contenuto, almeno in parte], e può interessare un adulto soprattutto per le illustrazioni di Paola Bologna.

 

Il primo racconto, “la fiaba del rubino”, chiarisce subito il significato del titolo: i veri rubini sono i “cuori” dei fanciulli. Nel secondo, che si intuisce ambientato durante e immediatamente dopo la prima guerra mondiale, un pregiudizio anti-tedesco, inculcato dagli adulti che ne fanno una componente della propria ideologia, viene lucidamente annullato da un bambino che, all’inizio, ripete “pum! pum!” ogni volta che sente dire “tedesco”, con l’esplicita approvazione omicida dell’entourage familiare.

 

Durante un viaggio in treno, il piccolo protagonista si accorge che una famigliola tedesca è  del tutto simile alla sua, tanto che per primo dubita che si debba dire e fare “pum! pum!”. Conclusione moraleggiante: “I bimbi non odiano, amano tutti e sanno dare bacini a tutti gli uomini del mondo. Perché essi comprendono che tutti gli uomini sono dei papà”.

 

Un altro pregiudizio ideologico, sfatato dall’inclinazione alla bontà dei fanciulli, in “Tita socialista”. Intanto, va chiarito che in tutti questi raccontini esiste una netta differenza di classe fra i “signorini” e le “signorine” [ai quali di dà del “lei” anche se hanno sei anni] e i figli delle classi lavoratrici. Ebbene, i bimbi buoni  hanno un innato istinto democratico. Infatti, avendo una sola altalena, Tita fa a turno con gli amichetti, “i piccoli contadinelli”. Poi non vuole più andare al teatro dei burattini perché non le permettono si sedersi per terra come loro [che risparmiano sul biglietto d’ingresso]. Accusata di essere “socialista” dai genitori “fascisti”, alla fine capisce il senso della socialdemocrazia [diremmo ora], ma non prima di passare attraverso un altro pregiudizio: “i socialisti” sono “quelli che prendono l’olio di ricino. Glielo danno i fascisti perché sono cattivi”.

 

Infine, la conclusione della favolista: “Non tutti i socialisti sono cattivi, non tutti vogliono la rivoluzione nel mondo. Ci sono anche i socialisti buoni come Tita che si contentano di non andare al teatro dei burattini”.

 

E così via con tanti esempi di abnegazione, solidarietà, beneficienza [tutto riassumibile nella parola “bontà”, l’unico modo “per essere felici nel mondo”].

 

Le illustrazioni di Paola Bologna sono godibili nella precisione con cui vengono tratteggiati persone e figure, ambienti e paesaggi. Si direbbero di lontanissima ascendenza Aubrey Beardsley [1872-1898], ma senza la sua lussureggiante perfidia, o Antonio Rubino [1880-1964], ma senza la sua sfrenata fantasia, al di fuori del suo mondo fantastico per privilegiare un realismo essenziale, stilizzato,  quasi di bambole in ambientazioni per bambole. [L’autrice, illustratrice e pittrice, negli anni trenta inizia a collaborare con la manifattura Lenci]. Un’attenzione particolare alle venature del legno, in mobili e soffitti, e alle decorazioni delle stoffe dei vestiti.

11/04/2010

Magnus , 110 pillole - storyboard, edizioni REM, 2000

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 Giancarlo Pavanello

 

Magnus , 110 pillole - storyboard, edizioni REM, 2000 [foto]

 

 

Non è una nuova versione delle “110 pillole” ma, postuma, un’edizione sul materiale preparatorio [raccolto e realizzato in una serie di studi minuziosi] a questo  fumetto “per adulti” che aveva avuto tantissima fortuna, tradotto in varie lingue, fra cui l’inglese, il danese e il greco, negli ultimi anni di vita dell’autore [Roberto Raviola], nato nel 1939, morto nel 1996. In modo particolare, vi vengono riprodotti il soggetto, annotazioni, ritagli di immagini reperite da varie fonti, schemi di sceneggiatura e molte tavole di “storyboard”, che nel linguaggio della “letteratura disegnata” è una prima visualizzazione dell’insieme, vignetta per vignetta, striscia per striscia, tavola per tavola, in abbozzi elementari, per valutare lo spazio destinato al testo [nuvolette, didascalie, onomatopee].

 

Quindi, in fase “storyboard” il disegnatore studia, inoltre, se e come variare la sceneggiatura approntata, nella descrizione dettagliata del racconto, se di racconto si tratta [infatti, possono esserci anche fumetti didattici o non narrativi].

 

Un riassunto della narrazione, di Bepi Vigna, il ritratto psicologico del protagonista Hsi-Men Ching, di Giuseppe Pollicelli, e le descrizioni dettagliate delle mogli dai nomi poetici, di Claudio Dell’Orso, interessano meno in questa sede, o comunque basta sapere che l’eroe del fumetto è un ricco possidente e mercante farmaceutico [le pillole che danno il titolo a questa fiaba erotica sono afrodisiache, grosso modo fanno pensare al viagra]: vive con un harem di concubine, in più va con altre amanti o prostitute, perfino con travestiti, è un assatanato del sesso e un libertino ma in allegria, con eleganza e con estremo dispendio di forze, fino all’ultimo respiro, ossia fino alla malattia e alla morte in età giovanile.

 

La storia è tratta da un romanzo cinese [licenzioso] del XVI secolo [o, diciamo pure, erotico o pornografico], ma nella traduzione fumettistica l’ambientazione, i costumi e soprattutto le fisionomie ricordano maggiormente l’India, di sicuro con una voluta ricerca di commistione di elementi disparati, come fa notare Giulio Cesare Cuccolini in uno dei saggi introduttivi: “ex oriente lux” [tracciando alcune linee della “spiritualità” orientale presenti in una narrazione che resta “d’evasione”]. Una nota di Graziano Origa, “amore e morte”, sottolinea, inoltre, freudianamente, le due pulsioni, verso l’eros e verso thanatos: dall’inferno dei sensi  all’autodistruzione in un unico vortice vitalistico.

 

Puntuale anche un altro saggio inserito in questa edizione, “natura e metafora”, di Gianni Brunoro: la vita del protagonista si svolge nella sua tenuta, in una sorta di reggia, e proprio il giardino viene disegnato dall’autore in modo da rispecchiare i principali momenti del racconto, lussureggiante con il “tripudio dei sensi” di Hsi-Men Ching, notturno o cupo o sotto un temporale con il suo incipiente declino fisico, fino a diventare gelido e ostile con i primi presagi di morte, e dopo la sua scomparsa, quando la fontana è asciutta  e tutto resta  inaridito. Insomma, un’esistenza sciupata, contraria ai principi etici del taoismo, che ammonisce a scegliere la “via di mezzo”, lontana dagli eccessi.

 

Ma, gira e rigira, il fumetto, con le sue vignette dettagliatamente e insistentemente erotiche, è stato concepito soprattutto come un’opera pornografica, di qualità, certo, con eleganza e con maestria, non so se sia un filone degli anni settanta-ottanta-novanta, un po’ venuto a noia nel XXI secolo,  o tuttora un genere con molti appassionati [ormai il sesso lo si trova 24 ore su 24 in internet, senza la necessità di sfumarlo con insegnamenti morali più o meno sinceri].

 

Il disegno: definirlo classico o accademico sia pure in modo personale? Il segno nitido in tutte le vignette finite è così perfetto da rasentare il “calligrafismo”, come fa notare Giulio Cesare Cuccolini, dal tratteggio dei personaggi alle ambientazioni architettoniche. In questo senso, notevolissima, nella tavola 22, l’immagine con i fuochi artificiali, raffigurati come le pianticelle e le foglie della canapa indiana.  Eppure, a volte gli studi e i bozzetti e, appunto, ogni pagina di “storyboard”, sembrano più affascinanti nella loro immediatezza e nella loro urgenza, simili a pagine di scrittura.