24/05/2010

un regalo per il mio battesimo + una cornice liberty d'argento

 
IMG_5043 (Small).JPG
IMG_5041 (Small).JPG
 
 
[nella foto, non coeva: il sottoscritto a undici-dodici anni circa] [l'inquadratura è sbagliata: troppo spazio nella parte superiore]
 
IMG_3563 (Small).JPG

08/05/2010

E. Graziani Camillucci, L’aurora del mondo, G. B. Paravia & C., 1931. Illustrazioni di Andrea Fossombrone.

IMG_3405 (Small).JPG
IMG_3419 (Small).JPG

 

Giancarlo Pavanello

 

In una collana per “fanciulli e giovinetti”,  va da sé che questa narrazione edificante sugli uomini primitivi, sui nostri antenati, sulla preistoria, debba chiarire subito nella prima nota introduttiva al primo capitolo che “nulla fa pensare che gli uomini primitivi siano discendenti dalle scimmie”. Charles Darwin non è citato e la sua teoria dell’evoluzione non viene neppure lontanamente sfiorata.

 

Tutto il libro è scandito su un altro genere di “evoluzione”, dettata dalla “divina scintilla dell’intelligenza” dell’uomo che ha saputo progredire passando da forme di vita primitivissime a forme di vita civilizzate, ma sempre con il senso innato dell’amore fra maschio e femmina [visti con parità sia pure nella tradizionale differenziazione dei ruoli], del sentimento materno, del legame fra genitori e figli. Una sorta di inno alla famiglia e alla patria. E non a caso, nella prima illustrazione si vede una coppia ignuda su un albero [ovviamente allusiva a Eva e Adamo], con tanto di pargoletto su una culla appesa a un ramo.

 

La verità scientifica è quasi del tutto difettosa ma conta soprattutto la buona volontà con cui l’autore cerca di divulgare la storia dell’umanità sulla “via dell’incivilimento”: dal bosco alle caverne, dalla caccia alla scoperta del fuoco, dai raggruppamenti in famiglie e tribù ai contrasti e alle lotte con gli “estranei” aggressori [l’amore per la patria], dalla nudità al vestito con la pelle degli animali, dai pericoli delle belve e dei “mammout” [sic] alle prime armi di pietra, dall’era glaciale al rifiorire della Terra, dall’abitudine al “lavoro, che porta benessere e tranquillità”, all’addomesticamento di alcuni animali, dalle prime “industrie” all’“arte”, dal senso della bellezza al culto per i morti, dalle “stazioni lacustri” al “pane”, dalla prima tela di lino ai metalli, dall’età della pietra all’età del bronzo, con la scoperta del ferro il passaggio dall’“età primitiva” all’“età della storia”.

 

Le ultime righe sono citabili per la loro tenerezza: “E l’uomo studiò: prima sul grande libro del mondo […] poi sui libri che i saggi lasciavano alle generazioni successive […] ma […] più bella è la meta di giustizia alla quale ogni uomo anela. E dobbiamo raggiungerla”.

 

Le illustrazioni di Andrea Fossombrone [1886-1963], un autore noto soprattutto per le sue opere di “arte sacra” o di soggetto spirituale, hanno una loro raffinatezza, nella scelta di un realismo moderno ma lontanissimo dalle avanguardie che attraversavano la sua epoca.

04/04/2010

Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia, Uomo Faber, La Repubblica – L’Espresso, 2010

IMG_3292 (Small).JPG

 

 

Giancarlo Pavanello

 

 

Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia, Uomo Faber, La Repubblica – L’Espresso, 2010

 

La vita di Fabrizio De André a fumetti. Nella “presentazione”, Vincenzo Mollica definisce questo libro “un vero capolavoro di letteratura disegnata”. La sceneggiatura di Fabrizio Càlzia e i disegni e acquarelli di Ivo Milazzo tracciano alcuni momenti che hanno segnato l’esistenza del cantautore, generalmente considerato un “poeta”: “Bicio” in Sardegna si riposa o è appisolato, steso sotto un albero, vita quotidiana e ricordi, ripensa al padre, poi ritorna in Liguria e, con spinta nostalgica, va a trovare un’amica d’infanzia, in campagna, il ragazzo difficile “tutto parolacce e bestemmie [ma che poi ha chiamato Cristiano il figlio]  vorrebbe riparlare con il padre morto da tanti anni, il suo “paradiso perduto” era là. Diventato un cantautore famoso, che nel suo pubblico conserva la gente dei vicoli [dei “carroggi”] ha conservato un senso genuino della vita e dei rapporti umani, restando un vero “uomo” [come indica il titolo].

 

La notte trascorsa in quella casa dà inizio all’incipit dei ricordi e degli aneddoti in flash back: il fratello morto, il padre morto, il liceale ribelle e insofferente dell’ipocrisia, l’incontro con il parroco da lui condotto nella “città dolente” [intorno a Via del Campo, il centro storico di Genova, abitata e vissuta dalle creature tanto vituperate dai benpensanti e identificate con la lettera “M” [mignotta o peggio], travestiti e aspiranti trans, compreso un giovane che si sente donna, vestito da suora, e che vorrebbe essere suora in Africa: “Cristo stava per strada” dice il giovanissimo anarchico “in mezzo alla gente, lontano dai templi”. Intanto, l’insistenza nel disegnarlo intento a fumare sigarette introduce a poco a poco la sua fine prematura: una storia da non ridurre a un racconto aneddotico, giustamente in parte immaginato, tanto più che una didascalia conclusiva ricorda una dichiarazione di Fabrizio De André: “Io appartengo soprattutto a me stesso e non mi va che mi si facciano i fumetti intorno, non lo sopporto…”.

 

Il libro riporta una brevissima nota di Don Andrea Gallo, nella quale ricorda alcune parole famose del cantautore: “Dai diamanti non nasce niente”. Insomma, la sua poetica va riportata a quella dei “fiori del male” di Charles Baudelaire: i fiori nascono dal “letame”, ritenuto tale dal perbenismo ipocrita.

 

Oltre all’atmosfera malinconica dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Ma viene ricordato anche Riccardo Mannerini, i cui versi hanno svezzato il giovane Faber.

 

Una breve bibliografia ragionata completa il volume, non esaustiva ma che rimanda ad altre bibliografie, comprese quelle che si possono trovare in internet [ormai tutto ruota sempre più nella rete]. Senza trascurare un abbozzo di  discografia [nel senso che,  sterminata, non è stato possibile inserirla nell’economia di un fumetto], con qualche segnalazione, p. e. l’iniziativa di “Repubblica” e “L’Espresso”, presentata come l’opera di un “genio disobbediente”: “Fabrizio De André – L’opera completa”, 2009.

31/03/2010

GIPI, la mia vita disegnata male, Coconino Press (Fusi orari), 2008

IMG_3291 (Small).JPG

 

Giancarlo Pavanello

 

GIPI, la mia vita disegnata male, Coconino Press (Fusi orari), 2008

 

 

Nuove generazioni di illustratori e fumettisti. Nuovi temi. Nuovi contenuti. Il titolo sembra alludere all’esistenza condotta dall’autore in gioventù e potrebbe suonare come “la mia vita imbastita male”, scombinata, un po’ balorda e un po’ sfortunata, almeno fino a quando la strada diventa maestra, sulla via del fumetto. Un’autobiografia a flash, a spezzoni, a periodi, dall’infanzia alla maturità, con drammi, viaggi, amici, rock, droga, problemi di salute, medici strani, vita quotidiana e sex, ricordi e fantasie, sequenze a colori con avventure di pirati del Settecento, fra “dramma e comicità”, come recita una nota in quarta di copertina: “[…] tutte quelle cose che avevano disegnato, spesso male, la mia esistenziucola”.

 

Non manca la conoscenza dei meccanismi dell’editoria: “amare il fumetto” diventa “odiare il fumetto”, con una variante [“odiare”] che semi-cancella “amare”. O, più sarcastica, a proposito di un suo problema fisico, l’annotazione seguente: “Almeno, in quegli anni quella malattia veniva considerata tale: contagiosa e mortale. Ora le cose sono un po’ cambiate. E comunque no: non è la formidabile AIDS. Devo dirlo subito, anche se questa rivelazione avrà un effetto negativo sul volume di vendite di questo libercolo. Non è l’AIDS che mi hanno trovato”.

 

Ha capito tutto [come si dice]: occorrono temi attuali, tinte forti, giovanilismo, per attirare l’attenzione un po’ sadica degli editori che devono studiare come catturare l’interesse dei lettori.

 

Il maledettismo: “Tutte le stelle del rock avevano una caratteristica in comune, un pregio: erano morti”. Ma, per fortuna, l’autore del fumetto è stato più saggio, e si è fatto curare, sopravvivendo abbastanza bene fino alla dichiarazione conclusiva, che fa sperare bene [ma con ambiguità], quando il protagonista, ormai maturo, si trova in un métro affollato, guardando la gente dall’aria non tanto felice: “C’era amore dappertutto”.

 

il linguaggio appartiene a questi ultimi decenni, i contenuti vi si adeguano, e il fumetto è scritto in modo estemporaneo, senza partire da una sceneggiatura [sembrerebbe], con immediatezza. infatti, i disegni sono francamente bruttini [nel senso che l’autore li butta giù in punta di penna o di pennino, volutamente a-tecnici, e quindi con una tecnica peculiare], alternandoli al testo letterario, come appunti verbo-visivi [però lontanissimi anni-luce dalle opere catalogate con tale formula, più specificamente definite “poesia visiva”] [devo spiegarmi così, altrimenti chi non avesse il libro sottomano potrebbe essere indotto alla confusione]

 

Nota Bene: con “disegni bruttini” non intendo criticare in senso negativo, tutt’altro, definiti così se paragonati ai disegni accademici o “di qualità” del passato e del presente. L’autore lo sa, se ha pensato a un titolo da interpretare in maniera non univoca. Del resto, questa non è neppure una “critica”, da cui mi dissocio, non è niente, bu-u-u, roba vecchia!

30/03/2010

Sergio Toppi, Davide e Golia, Studio Michelangelo Edizioni, 2008

 
IMG_3295 (Small).JPG

 

 

Giancarlo Pavanello

 

Sergio Toppi, Davide e Golia, Studio Michelangelo Edizioni, 2008

 

 

Dieci disegni di un illustratore d’altri tempi, dagli anni cinquanta, detto in senso positivo, dal curriculum prestigioso: variazioni sul tema “Davide e Golia”, a piena pagina, in b/n. “Testi a cura di Fabrizio Lo Bianco”: non sembra chiaro se sono, anche, le didascalie [alcune del tutto necessarie per la comprensione delle intenzionalità figurative].

 

Una nota iniziale ricorda il “fatto” biblico: il piccolo Davide, inerme ma provvisto di intelligenza, con un sasso e una fionda, colpisce il gigante filisteo che cade, così può ucciderlo con la sua stessa spada.

 

Il primo disegno, riprodotto in copertina e sul frontespizio, rappresenta Davide e Golia classici, gli altri sono personaggi traslati, per così dire, argutamente rappresentati: un bambino con retino per farfalle dà del démodé a un enorme insetto vanitoso; un omino chiede a un mostruoso soldato con mitra di stare fermo per un attimo, per dargli una martellata sul mignolo; un minuscolo picchio corrode il palo che sostiene uno spaventapasseri; un seduttore conquista una enorme vamp con una rosa “aulentissima”; un cittadino lillipuziano taglia il filo che mette in collegamento un gigantesco uomo politico con molti microfoni, impedendogli l’amplificamento della sua seduzione: “E’ dovere del governo nel prossimo futuro… in un’ottica di sviluppo… dare ampia risonanza…”. E così via.

 

In una brevissima nota sul risvolto di copertina, l’autore stesso parla di “ironia” e “sarcasmo”, dichiarandosi di “mediocre statura”, ma la valenza politica  dell’insieme viene sottolineata da una pagina di Sergio Staino, che sottrae Davide e Golia all’aneddoto biblico per darne un’interpretazione più universale, come del resto siamo abituati a pensare, essendo i due personaggi una chiara metafora della lotta fra il debole e il forte, fra il piccolo e il grande, fra la ragione e la brutalità. Un mito di tutti i tempi che dà soddisfazione al giusto contro l’ingiusto, alla speranza contro la disperazione.

 

[Una curiosità: ho letto questo libro in tre o quattro fermate di métro, da Lotto verso Cadorna, a Milano.]

11:17 Scritto da: auro.lauro in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: davide, golia, libro, foto | OKNOtizie |  Facebook

18/01/2010

tre fumetti francesi [di David B., Singeon, La Grenouille Noire]

 

IMG_3073 (Small).JPG

 

Giancarlo Pavanello

tre fumetti francesi

[18 gennaio 2010]

 

Una libreria specializzata in fumetti, a Vincennes, alle porte di Parigi-centro. Un librino o un opuscolo di poche pagine, con 22 tavole in b/n: David B., la bombe familiale, L’Association, 2003 [collection  Patte de Mouche]. Il mondo della letteratura disegnata ridotto ai minimi termini, tutto minuscolo [il formato: cm 15 x 10,5, in tutto 24 pagine + copertina leggera].

 

Il nome dell’autore [uno pseudonimo?]: un’allusione a B[ande] D[essinée] [= fumetto], rovesciando le iniziali? Una collana all’insegna della “patte de mouche” [la zampetta di una mosca], ogni esemplare in vendita a 3 euro. Segno dei tempi? Penso di sì: la rete globale incombe, il modo di veicolare la creatività umana cambia, la sopravvivenza dei libri cartacei viene messa in dubbio, anche se la sua fine non sembra imminente.

 

La storiella raccontata è inquietante, malgrado la banalità: omini e donnine tipici dei fumetti [con nasoni lunghi, rotondi o puntuti], gente qualsiasi in una città. Misteriose bombe enormi, appoggiate al suolo in senso verticale, seguono i cittadini dalla strada a casa, li affiancano nella loro vita quotidiana, si  impongono in silenzio, la polizia esige che ognuno ne tenga in casa almeno una, vengono sistemate in stanzette dignitose [in famiglia].

 

Nessuno se ne pente, anzi, tutti si accorgono che le “ospiti” sono di grande aiuto [si occupano dei cani, dei bambini, accompagnano al lavoro]. Finché da un giorno all’altro scompaiono e scoppia la “guerra”, ecco le bombe dappertutto viste dalla finestra.

 

Le “bombe” sono alieni, immigrati [immigrate, badanti straniere?], però poi la cittadinanza deve fare i conti con il loro numero, così come i paesi occidentali e ricchi si trovano alle prese con gli “stranieri” [musulmani?]. L’autore non è esplicito, sceglie di restare al di qua di qualsiasi spiegazione, giustamente. Potrebbe essere una delle tante interpretazioni, non se ne deve dare  una lettura [razzista?] in senso unilaterale.

 

***

 

Un altro fumetto “minimo”, con tavole a colori: Singeon, Burt & Pénélope, Editions Danger Public – Groupe La Martinière Le Seuil, s.d. [ma nell’ultima tavola figura 01/06/06] [Collection Miniblogs]. Il formato ancora più minuscolo: cm 12 x 7,5, in tutto 16 paginette, compresa la copertina.

 

Lo pseudonimo: Singeon, da “singe”, scimmia, quindi più o meno “scimmiotto”. E’ dedicato a un “loubard intergalactique”, un teppista intergalattico, in viaggio nel cosmo con parenti nel “side-car”. In questo opuscolo, l’unico che ho letto, della serie, la storiella è inconsistente: una coppia, Burt e Pénélope, lui enorme, con strane basettone che sembrano orecchie mostruose, e lei molto più minuta con due filamenti che le scendono dalle guance come strani baffi cresciuti al di sotto del punto normale. Sono vestiti e disegnati nello stile del vecchio “uomo mascherato” o del Tarzan o del Mandrake dei comics dei primi tempi.

 

L’eroe e l’eroina, separati dai malvagi, si cercano e si ritrovano, nel tentativo di distruggere la loro astronave distruggono anche la propria, a quanto sembra, ma di sicuro nella prossima puntata si scoprirà che l’avevano salvata e si erano salvati, non importa: secondo lei stanno per morire, secondo lui no, dichiarazione d’amore, “bisous” [bacetti], molte onomatopee, krang krang, “fuochi d’artificio”, salta tutto. Ed ecco il colpo di scena più interessante, in terza di copertina: il “miniblog” cartaceo continua su internet, password “simiesque” [scimmiesco]. L’opuscolo è in vendita a 1 euro.

 

***

 

Il terzo fumetto è un’edizione più tradizionale, tavole in b/n: la grenouille noire, conscient de vacuité, CFSL INK, 2009. Il formato: 16 x 11,5, più di 300 pagine, 15 euro.

 

L’autore si firma con un nick-name: “la grenouille noire”, il ranocchio nero. Con convinzione e in piena consapevolezza del ruolo dell’artista, in generale, e del disegnatore, in particolare, nella nostra epoca. Come dire: anonimato. Infatti, il libro è autobiografico, traccia la storia di un giovane appassionato di fumetti, con scuole adeguate, tirocini vari, compresa un’esperienza americana nel cinema [lavoro d’équipe], con l’aspirazione a una professione remunerata e con la soddisfazione di diventare un “nome” come quelli dei maestri ammirati [ma appartengono al passato, ahimé, in un presente che sembra negare tale velleità ai principianti].

 

Scompare la fantascienza più o meno di maniera, tutto viene raccontato in modo “esistenziale”, con disegni in punta di pennello, neo-espressionisti ma rettificati in senso meno drammatico, ravvivati dall’uso intensivo del “retinato”, foschi o lugubri, in contrasto, invece, con il tono leggero e a volte scanzonato dell’insieme, con lo humour con cui l’autore affronta l’autobiografia critica, nelle peripezie, nelle frustrazioni, nelle speranze, nelle sconfitte e nei piccoli successi promettenti fino a una consapevolezza fondamentale, la coscienza del vuoto [una sorta di “coscienza di classe” senza un soggetto collettivo, reale]: il mondo attuale è privo di contenuti, le difficoltà di una carriera di disegnatore coincidono con un ingranaggio disumano nei rapporti umani e professionali. Restano possibili le mascherature: il capellone, il dandy inglese, il russo dell’unione sovietica, in un viaggio quotidiano privo di profondità: “una battaglia ininterrotta e senza tregua contro la mancanza di ispirazione”.

 

Aveva pensato alle piccole tirature, alle edizioni rare, ma con molti dubbi, fino alla scoperta delle “communautés virtuelles” [le community, i social network, i blog], una vera e propria “liberazione”. Un nuovo slancio nella coscienza epocale  di potere comunicare ad altri, e con facilità, “le immagini che riempivano la sua testa”. Il silenzio e le amarezze per i lavori saltuari,  poco pagati dalle “sanguisughe”, sembravano risibili in confronto a questi media a portata di tutti. Da allora: il computer, la creatività personale senza costrizioni, che conta molto di più dell’aspirazione alla fama. Diventato un’icona per se stesso, in primis,  il “ranocchio nero” si sente realizzato, però consapevole della necessità di lottare contro la mancanza di ispirazione, in un mondo che appiattisce tutto e tutti.

 

Un libro di fumetti postato in un “forum” a dieci tavole al giorno [http://CFSL.net], come l’autore aveva proposto all’editore, quindi con una pre-pubblicazione a puntate, come un feuilleton, pronto in un mese e infine stampato. Il seguito: fiction nei “Carnets de la Grenouille Noire”. Una tendenza che potrebbe continuare fino all’eliminazione del libro tradizionale [nei prossimi decenni]?

22/12/2009

Giancarlo Pavanello: un ex-libris [primi anni novanta] + un'etichetta d'artista [il vino: i fumi cotti di Ripe S. Ginesio, 2003]

 
ex libris. illustrazioni.JPG
IMG_2771 (Small).JPG

16/12/2009

Eckhard Siepmann, John Heartfield, Mazzotta, 1978

IMG_2944 (Small).JPG

 

Giancarlo Pavanello

Eckhard Siepmann, John Heartfield, Mazzotta, 1978

[una recensione anomala]

 

Il nome di John Heartfield è legato alla tecnica del fotomontaggio politico. Dagli inizi dadaisti, essendo il dada un movimento artistico del primo Novecento che aveva colto l’importanza dell’immagine  fotografica nelle sperimentazioni d’avanguardia, alla coscienza sociale che l’aveva spinto ad allinearsi con il KPD [il partito comunista tedesco],  con la classe operaia e in generale con le classi oppresse e sfruttate contro il capitalismo, prima e dopo l’ascesa del nazismo.

 

Ma la sua critica sociale, lungi dall’essere datata, resta tuttora attuale, quando i tradizionali partiti della sinistra sono scomparsi, quando i fascismi del passato si sono trasformati in parvenze democratiche e/o liberali, in un contesto globale con nuovi equilibri nazionali e trans-nazionali. La sua leggibilità è, spesso,  in apparenza effimera [legata ad allusioni alla vita politica del suo tempo, alla cronaca, incomprensibile nei dettagli se non viene supportata da didascalie chiarificatrici]: in realtà risulta essere valida in ogni epoca, poiché il vigore dialettico e satirico di John Heartfield aveva sondato le radici della violenza e della prevaricazione [del capitalismo, come si preferiva dire, o delle classi al potere per arroganza e per il proprio tornaconto, a scapito della popolazione svantaggiata, come si potrebbe dire al giorno d’oggi con pii eufemismi].

 

L’aspetto tecnico-espressivo dei suoi fotomontaggi e dei collages derivava da forme ingenue, prima del dada, dall’iconografia popolare [soprattutto durante il boom della cartolina illustrata fra ottocento e novecento], dalla pubblicità e dal giornalismo stesso, ma portato a perfezione raffinandone gli “strumenti” e i “procedimenti” di cui, nel libro, parlano Giuliano Patti, Licinio Sacconi e Giovanni Ziliani: la raccolta di ritagli di giornale e di immagini in un archivio, le forbici e la colla, le fotografie trovate [l’autore non fotografava ma le reperiva nelle pubblicazioni per farle interagire con quelle commissionate a un suo collaboratore], la “fotografia di posa” [se i repertori non fornivano i materiali richiesti], la sovraimpressione [un montaggio eseguito in camera oscura: in tempi recenti si poteva ottenere questa funzione con una normalissima reflex], il “fotoaccostamento” [un risultato dialettico giustapponendo due fotografie dal significato antitetico, per trasformare il “veleno” in “antidoto”], l’uso parsimonioso del colore aggiunto, il disegno, l’aerografo [per incorporare meglio i vari elementi], il ritocco, le proporzioni, il testo [per completare il significato della parte visiva].

 

Nell’introduzione di Mario De Micheli viene messo in evidenza, invece, l’aspetto contenutistico e la carica morale e agitatoria dell’autore, in controtendenza con il franamento morale della borghesia tedesca post-1918, in un’atmosfera di crisi rispecchiata, dopo lo Jugendstil, nell’espressionismo, prima, e poi nel dada. Una ribellione che aveva fatto dire al pittore Ludwig Meidner: “Non dipendiamo forse dal capriccio dei collezionisti borghesi? Non vuole la borghesia impossessarsi di nuovo delle redini del potere attraverso la violenza, la corruzione, il broglio elettorale? Non vuole ancora una volta questa nuova Germania della borghesia spadroneggiante abusare vergognosamente delle forze dei lavoratori e umiliare un’altra volta il povero?”. [Ora si preferirebbe criticare, non i generici collezionisti, ma il “mercato dell’arte”]

 

Il caso “John Heartfield”, maestro del fotomontaggio, si innesta nel periodo storico del sopravvento della borghesia per modificarlo o quantomeno per  indurre le classi sprovviste di potere, se non di sussistenza, a criticarlo e ad opporsi. L’arte visiva era diventata uno strumento di lotta sociale [satirica e critica]: non aveva più bisogno di pennelli, colori e tele, ma di “rotocalchi” in cui  veicolarsi, diffusa fra le masse lavoratrici, come “A-I-Z” [“Arbeiter-Illustrierte-Zeitung”], il maggiore periodico operaio del tempo.

 

Nel libro non manca una biografia commentata dell’autore, dalla giovinezza alle amicizie con altri artisti come George Grosz e Erwin Piscator, dagli studi artistici [più nel senso delle arti applicate] all’adesione al movimento dada: notevole la copertina alla “piccola cartella di Grosz”, 1917, in cui appare una sintesi tra parola e immagine [la forma della parola si inserisce nell’immagine]. Una sperimentazione, questa, comune ad altre scuole, il futurismo in primis [e la “poesia visiva”, molti anni dopo], ma ancora anarchica e non inquadrata in una scelta ideologica e costruttiva, tuttavia indicativa di una predisposizione per la tecnica espressiva del montaggio e del fotomontaggio: la parola scritta modifica il significato dell’immagine, diventando un inserimento a sua volta semantico nella logica dell’insieme, a volte ribaltandone il significato.

 

La rivoluzione sociale [o socialista] tentata da molti oppositori della socialdemocrazia borghese, prima, e poi del nazifascismo, veniva presa estremamente sul serio da coloro che avevano smesso di credere nelle arti letterarie e visive come manifestazioni del proprio io, come pura soggettività. E già agli inizi la protesta etica era una manifestazione politica, come afferma Eckhard Siepmann, l’autore di questo fondamentale saggio su John Heartfield, in cui il percorso più interessante resta quello che passa attraverso le più notevoli realizzazioni e le più diffuse pubblicazioni alle quali ha collaborato come illustratore e autore di fotomontaggi, quasi sempre come agitprop, fino alla citata “A-I-Z”. [era il nome anglicizzato di Helmuth Herzfeld, adottato dopo la sua fuga dalla Germania nazista]

 

La rilettura di questo libro, dopo trenta anni, dopo la visita a una mostra commemorativa a Londra nei primi anni ottanta, per forza di cose fa scoprire alcuni aspetti che non possono sfuggire ora, nell’epoca dei blog e dei blogger: basterebbe ricordare che la rivista “A-I-Z”, di cui John Heartfield era stato co-fondatore, aveva lanciato il “movimento degli operai-fotografi”: i lettori venivano invitati a collaborare inviando fotografie per documentare dal vivo della loro esistenza lavorativa e sociale le loro condizioni reali e la loro critica.

 

Di fatto, una sorta di “contro-informazione”, in opposizione a quanto veniva offerto ai lettori dagli altri giornali: “Come le agenzie di informazione capitalistiche […] sconvolgono i quotidiani con notizie tendenziose sui fatti del mondo, così le agenzie fotografiche della stampa borghese ci sommergono di immagini che dovrebbero influenzare le masse in senso capitalistico e borghese […] le forze operaie hanno già capito quanto sia importante l’informazione sulla vita politica, sociale e culturale anche attraverso le immagini”.

 

Il lavoro più maturo di John Heartfield si sviluppa, dunque, soprattutto in “A-I-Z”, con intuizioni sempre attuali, basta solo tradurre alcune parole per rendere più moderni e chiari il linguaggio e le realtà: p.e., proviamo a sostituire “classe operaia” o “masse operaie” con “lavoratori”, “gente”, “famiglie”, disoccupati”, “precari” e così via, i rapporti di forza nella compagine sociale restano simili, da una parte il potere del neo-capitalismo, dall’altra il non-potere della popolazione consumatrice [nei casi più fortunati]. [riferimenti puramente indicativi e generici, per l’inquadramento di un’attività d’autore, di sicuro non esatti dal punto di vista filosofico, sociologico ed economico]

 

Puntuale resta soprattutto il mezzo espressivo adottato, partendo da un’analisi dei media di allora [ora assai più sofisticati e invadenti], così afferma Roland März, citato da Eckhard Siepmann: “La fotografia, che riproduce otticamente l’apparenza degli oggetti, può diventare strumento di illusione proprio in quanto dà una parvenza di realtà. Heartfield interviene dunque sulla fotografia in modo da dare a determinate contraddizioni sociali un’espressione figurata che susciti innanzitutto contraddizioni nell’osservatore”. Insomma, un’opera di demistificazione, individuale e collettiva: un po’ come accade tra i frequentatori dei blog, o gli “utenti”, liberi di criticare come e quanto vogliono, con parole e immagini [tuttavia in una eccessiva discordanza, che di fatto sembra creare un equilibrio senza una vera e propria incisività, salvo tante eccezioni].

 

Inoltre, in “A-I-Z” non c’erano rubriche tuttora presenti nei giornali e nelle riviste [“la posta dei lettori” o simili, ora potremmo aggiungere, con la TV, le telefonate del pubblico in diretta e le letture delle e-mail]: al contrario, la collaborazione dei corrispondenti e dei fotografi [lavoratori informati sui propri posti di lavoro e sulle condizioni sociali vissute in prima persona] è la premessa stessa e l’essenziale nella realizzazione del rotocalco. Esatto: a grandi linee, come nella rete dei blog e dei bloggers, visibilmente mescolati all’intreccio delle “redazioni” [più o meno con la parte del leone o con il coltello dalla parte del manico].

 

Fra le numerose illustrazioni in b/n, una fra le tante colpisce per la sua attualità linguistica [la pulsione caratteriale alla dittatura, in ogni luogo e in ogni tempo]: una dichiarazione di Adolf Hitler [che aveva detto: “non conosco più partiti, conosco solo tedeschi”], nella trascrizione in un fotomontaggio diventa “la nazione mi appoggia compatta” [con l’immagine di un campo di concentramento in Germania]. Insomma, in termini più aderenti allo stile della comunicazione mass-mediatica moderna: “faccio quello che mi pare perché sono stato eletto dal popolo”.

 

Concludendo con la copertina, che mostra un altro celebre fotomontaggio: “Adolf il superuomo: ingoia oro e dice sciocchezze”].

12/11/2009

Giancarlo Pavanello: tre bambolini di celluloide in un vero nido di uccelli [in un barattolo di plastica] + un bambolino di celluloide in un barattolo di vetro da cucina [primi anni settanta] + una gabbia [ready-made rettificati]

IMG_2786 (Small).JPG
IMG_2781 (Small).JPG
un bambolino di celluloide (Small).JPG
una gabbia di legno [con un uccellino finto] [la gabbia dovrebbe essere anni sessanta] [mio assemblaggio: primissimi anni settanta] [utilizzata in alcune serate di "poesiateatro" e di "teatro elementare"]
 IMG_3509 (Small).JPG

14/10/2009

un cuscino con ricamo + una chioccia e tre viperette [oggetti fatti da mia madre]

con disegno naïf [Biancaneve]: realizzato presumibilmente nel 1938, anno in cui il film “Biancaneve e i sette nani” viene doppiato in Italia, o negli anni immediatamente successivi
 
 
IMG_3560 (Small).JPG
 
IMG_2779 (Small).JPG