29/02/2012

fumetti e libri sul fumetto: rassegna bibliografica [commentata] [post in fieri]

Stan Lee e John Buscema, disegnare i fumetti in stile Marvel, edizioni BD, 2011. Gli stridori auto-pubblicitari in copertina, prima e quarta: "la Bibbia dei disegnatori americani", "per la prima volta in edizione italiana", "su cui hanno studiato i più grandi disegnatori di comics", "un grande classico, immancabile sul tavolo da lavoro degli artisti della casa delle idee", "i trucchi del mestiere per realizzare fumetti poderosi", "Stan Lee, l'artefice dell'universo Marvel!", "John Buscema, il Michelangelo dei fumetti!". Un manuale teorico-pratico che insegna lo stile dei super-eroi. Viene lo scoramento di fronte a tanta bravura, chi potrebbe competere? Giustamente, dal loro punto di vista americano, non c'è spazio per altre scelte, per una visione in linea con un ritorno a un figurativismo primitivo, magari europeo o giapponese, in sintonia con varie tendenze della cosiddetta Grande Arte attuale.

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Massimo Rotundo - Marco Vignati, sei lezioni sul fumetto, Dino Audino editore, 2011. Come recita il sottotitolo: un "manuale pratico per diventare fumettisti". Il primo autore è un disegnatore, il secondo uno sceneggiatore e un disegnatore.  Sulla realizzazione di un fumetto come viene concepito in Italia ma anche da altri paesi, a livello internazionale in una sua linea si direbbe accademica. Entrambi docenti della "Scuola Romana dei Fumetti". Mi piace, nella presentazione, la definizione di questo genere letterario-artistico come "una forma espressiva a metà tra l'arte e l'artigianato". Quindi: una professione, un artigianato da "bottega d'arte" [nel senso migliore del termine], tutto il lavoro eseguito da una sola persona o frutto di un lavoro d'équipe: il soggetto, la sceneggiatura, il disegno, l'inchiostrazione, la copertina, eccetera. In tutta evidenza concepito per l'industria editoriale.

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 Yoshiko Watanabe – Marco Vignati, corso di manga [guida pratica al fumetto giapponese], Dino Audino editore, 2010. La parola “manga”, in giapponese, suona esotica ma indica quello che in occidente è definito “fumetto”, letteralmente “un disegno che fa ridere”, con una sua storia e una sua evoluzione che risale al “medio-evo”. Una sostanziale differenza fra “manga” e “comics”: i primi, come nella tradizione nipponica, puntano sul disegno più che sulla parola, ne deriva una espressività esagerata, al limite della caricatura, poiché i personaggi devono esprimersi soprattutto con lo sguardo e con la gestualità [ecco il senso dei grandi occhi che caratterizzano i loro volti e dell'irrilevanza di una fedeltà realistica all'anatomia]. L'importanza data alla spontaneità del flusso narrativo, a scapito di una sceneggiatura troppo rigida. Il montaggio non schematico delle vignette, varie per forma e dimensione. Un genere che ha avuto una enorme fortuna in tutto il mondo. Inoltre, altre considerazioni vanno tenute presenti: questi fumetti sono dapprima pubblicati in riviste e solo se riscuotono un grande successo fra i lettori accedono alla produzione in volume per il mercato librario. Una sorta di spietata selezione attitudinale. Un dubbio [allora]: e gli altri manga, quelli più difficili, quelli più raffinati, quelli “di nicchia” per vocazione élitaria? Siamo destinati a non conoscerli? Annotazioni da sociologia dell'editoria, ora sempre più terremotata dalla crisi che la investe per opera della “rete”.

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Andrea Leggeri, fumetto on line, Coniglio Editore, 2009. [...]

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Marco Bussagli [con testi di Franco Fossati], fumetto, Mondadori Electa, 2003. [...]

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20/07/2011

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010

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Giancarlo Pavanello

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010 [seconda edizione]

La prima tavola: un giovane ferito e dolorante su un letto d'ospedale, mentre riprende coscienza, piantonato da un poliziotto. Poi tutto il racconto passato alla storia come i “fatti del G8 di Genova del 2001” in flash-back, narrato a fumetti in prima persona, cominciando dalla vita spensierata di un gruppo di amici, la cui unica preoccupazione sono i progetti di viaggi, in contatto fra coetanei dell'UE, con la posta elettronica.

 

Vedendo in TV le prime violenze dei black bloc e soprattutto la morte di un ragazzo, causata da un carabiniere, secondo l'evidenza, decidono di recarsi a Genova, prima di continuare le vacanze, per partecipare alla manifestazione del 21 luglio, con “la varietà delle bandiere presenti” e con “ideologie differenti”. Alla ricerca di un “internet point”, vengono consigliati di recarsi alla “scuola Diaz”, diventato “il centro di comunicazione del social forum”, piena di giovani di varie nazionalità con cui socializzare e dove possono pernottare, con i sacchi a pelo, del tutto ignari della “notte cilena” che li attende.

 

Il clou di “quella notte alla Diaz”. Il capitolo inizia con una inquietante citazione di Francesco Cossiga, senatore a vita ed ex Presidente della Repubblica, che introduce le cruente vignette dell'autore e che completano le sconvolgenti immagini-video viste tante volte in TV: “[Il ministro dell'Interno] dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno, ovvero […] infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città... Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”.

 

Con il pretesto di una “perquisizione”, i pacifici e inermi convenuti vengono attaccati in piena notte dai poliziotti, a botte e manganellate, con insulti e soprusi d'ogni genere, pestati a sangue. Lamenti e pianti in tutta la palestra, da dormitorio a stanza delle torture.

 

Il giorno seguente, l'autore, che racconta questa irruzione definita “kafkiana”, si ritrova su un letto d'ospedale, sfigurato, con le mani gonfie, quasi cieco [per fortuna momentaneamente]. Una vicenda collettiva descritta come un incubo personale: la visita di un ispettore della DIGOS, la paura della tortura e della prigione, altri fatti più violenti riportati da un altro ragazzo, conciato peggio, la visita dei genitori, l'invalidazione dell'arresto, la scarcerazione, le notizie distorte, come quella secondo cui 61 dei 92 giovani trovati nella “scuola Diaz” avevano “pregresse contusioni e ferite”, il ritorno nella propria città, la salute minacciata [la vista, in primis, ma anche le conseguenze psicologiche], la ricerca di notizie sugli accadimenti di Genova reperiti in “rete” [come le atrocità compiute dalla polizia nella caserma di Bolzaneto: umiliazioni, torture].

 

Le due “molotov” ritrovate nella “scuola Diaz”, un pretesto per accusare tutti i presenti di “associazione a delinquere”, poi risultate “finte”: “prove” falsificate dalla polizia. Dopo due anni, finalmente vengono assolti “tutti i no-global”: “Il castello di denunce architettate contro i manifestanti, arrestati nel corso del famigerato blitz del G8, crolla in maniera definitiva”.

 

Ma l'epilogo resta amaro: il mistero mai del tutto chiarito sulla morte del giovane Carlo Giuliani, i depistaggi, 30 assoluzioni e 15 condanne a pene lievi per poliziotti coinvolti nelle torture di Bolzaneto: “Nelle motivazioni della sentenza, i giudici lamentano la mancanza in Italia del reato di tortura, che li ha costretti a limitare le pene”. Per i fatti di Genova, 25 manifestanti condannati per “devastazione e saccheggio”, ma con due poliziotti rinviati a giudizio per “falsa testimonianza”: “Diaz – assolti i vertici. E l'aula grida 'vergogna'. E così si chiude quella che è stata definita 'la pagina più nera della democrazia italiana'”.

 

In ogni caso, tra indulto e prescrizione, nessun poliziotto finirà in prigione”. Anzi, così va il mondo: “Mentre il processo Diaz faceva il suo corso, gli imputati hanno avuto una strabiliante carriera ai vertici della polizia di stato”.

 

Un fumetto autobiografico come testimonianza di un evento pubblico, da cui trapela una critica alle storture della democrazia non completamente realizzata, che ricorda quella degli anni settanta, quella della contro-informazione, ma con personaggi immuni dal protagonismo, in una indignazione corale. Anche i disegni, con il loro tratteggio essenziale e immediato, rimanda a tanti giornalini underground di quegli anni, con forza espressiva.

 

06/07/2011

Antonio Dal Muto - Luca Ponte - Daniele Cavallari, La storia di Comacchio a fumetti, C&D Studio s.a.s., 2011

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Giancarlo Pavanello

Antonio Dal Muto – Luca Ponte – Daniele Cavallari - con la consulenza storica e dialettale di Francesco Luciani, La storia di Comacchio a fumetti, C&D Studio, s.a.s., 2011

 

Il libro si inserisce a pieno titolo nel collezionismo di “storia locale” oltre che in quello del fumetto. La salvaguardia della memoria collettiva alla portata di tutti: le antichissime origini di Comacchio, un orgoglio per i comacchiesi, defilati ma anche sempre attenzionati da tante popolazioni di ogni provenienza per il loro insediamento strategico sul mare e in prossimità della terraferma: “Quando Venezia e Ferrara sono nate, Comacchio esisteva già da secoli!”. Da pochi decenni, se non da pochi anni, sempre più viva appare la loro rivendicazione a una centralità che sia anche una più solida ripresa culturale ed economica.

 

La storia di Comacchio è vista e disegnata attraverso il racconto di una nonna al nipote, in un provvidenziale black-out [causato da un temporale], che impedisce al ragazzino l'uso del PC e la playstation, favorendo la conoscenza delle loro origini, iniziando da Spina, precedente la stessa Comacchio, poi decaduta, i cui abitanti di varie razze erano noti come “etruschi”, un porto fiorente e pieno di traffici mercantili, da nord a sud, da oriente a occidente, un “crocevia terrestre, marittimo e fluviale”.

 

Comacchio era sorta nelle vicinanze della città scomparsa [si direbbe come una piccola Atlantide], seguendo il mutare del territorio, mentre il mare si allontanava. Così la nonna continua a raccontarne i vari momenti cruciali: dai visigoti ai longobardi e ai bizantini [o “romani d'oriente”, da cui la zona denominata “Romània”, “Romagna”], fino alla “visita” di Carlo Magno, nell'anno 806, fino alla cruenta rivalità da parte di Venezia, che l'aveva distrutta due volte fra l'854 e il 932.

 

Con il nuovo millennio, la pesca e in particolare la pesca all'anguilla, assieme alla produzione del sale, avevano contribuito al fabbisogno della popolazione, che per secoli aveva dovuto fare i conti con la povertà e le difficoltà: “le basi della ricostruzione”, sostenute da una grande spiritualità, di cui era un importantissimo avamposto l'abbazia di Pomposa.

 

L'imperatore Federico II l'aveva definita “nobile e famosa”, l'Emilia e il Veneto la volevano. Ferrara, Ravenna, Venezia miravano al suo sale, il papato l'aveva presa sotto la sua “protezione”, infine diventata un “feudo estense”, un'epoca in cui i comacchiesi erano ridotti alla miseria più nera e sottoposti a vessazioni proprio mentre nelle città più potenti trionfavano la raffinatezza e il lusso del Rinascimento. Fino alla riscossa del 1597, con il ritorno al seno di Roma.

 

Infine una lenta rinascita, come il centro più conclamato delle “valli”, di cui era un segno evidente la costruzione del caratteristico “trepponti”, scalinate poggianti su tre arcate, facenti parte di un unico corpo [1634]. Ma anche la continuazione delle sue traversie, della sua povertà, delle mire espansionistiche di stati italiani e stranieri, fino al passaggio di Garibaldi sull'attuale “Lido delle Nazioni”, nel 1849, con la tragica fine di Anita.

 

Con l'unità d'Italia Comacchio riacquistò la gestione diretta delle valli... ma rimaneva il solito divieto di pesca, che fece sì che il fenomeno dei fiocinini si consolidasse”: ladri i comacchiesi? La nonna spiega al nipote, giustamente: “Ma se rubavano, rubavano il loro pesce nelle loro valli... E lo facevano per sfamare le loro famiglie!”.

 

Sembra la parte più affascinante della storia di Comacchio: non la ricchezza e l'arroganza dei potenti, non il lusso e la magnificenza dei monumenti, ma la sopportazione non piagnona [non priva di ironia e di auto-ironia] e gli espedienti più onesti per la sopravvivenza, per sfuggire alla fame e alla miseria, per secoli.

 

A poco a poco, nel XX secolo, la riabilitazione: le strade, fra cui l'inizio della Romea, la ferrovia, la bonifica delle valli, la varietà del lavoro, la scoperta delle vestigia dell'antica città etrusca di Spina, il museo archeologico di rilevanza mondiale a Ferrara [ora giustamente rivendicato dai comacchiesi, che ne trarrebbero notevoli benefici a riaverlo, soprattutto nel rendere tangibile la loro memoria storica], l'allungamento della pineta di Classe fino a Volano [anticamente arrivava a Venezia].

 

Solo nel 1953 l'arrivo dell'acqua potabile in città, “senza pagare”, mentre prima veniva trasportata in barca o su carri dentro botti di legno per il fabbisogno della popolazione.

 

A questo punto siamo nella storia recente: dopo la tutela delle valli come “zona umida di interesse europeo”, nel 1988 la creazione del Parco del Delta del Po.

 

Ed ecco i futuri Lidi di Comacchio [una denominazione più appropriata di “lidi ferraresi”], iniziati negli anni cinquanta su intuizioni di due agricoltori romagnoli, che ne avevano capito le potenzialità turistiche. Divertente la maliziosa vignetta che segna questo trapasso alla cronaca attuale: alcuni giovani giocano sulla spiaggia mentre il giradischi suona una canzone dell'epoca: “binario, triste e solitario”.

 

Dal 1954 l'interesse del grande cinema per quelle zone, soprattutto neo-realista, che rendeva un omaggio più o meno indiretto al fascino del Delta del Po, di cui Comacchio può essere considerata la “capitale”. Nel 1972: la strada-argine degli Acciaioli.

 

E il progresso sembra continuare, sia pure in fasi alterne, come la nonna del fumetto sa bene quando conclude con orgoglio e con una netta coscienza ecologistica: “scrivere le pagine del nostro destino da protagonista... una storia di luci e ombre”.

 

I disegni di Antonio Dal Muto sono semplicemente belli: gradevoli, magistrali, nitidi nel segno e negli sfumati, nelle ombreggiature, un b/n preciso e in tutta evidenza basato su documenti iconografici che rendono credibilissimi i costumi e le ambientazioni, definiti con leggerezza e, spesso, con humour, di pari passo con l'ironia intermittente della sceneggiatura che, di sicuro, intende rispecchiare il carattere dei comacchiesi.

 

 

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31/12/2010

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

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Giancarlo Pavanello

Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli [a cura di], Antonio Rubino – Gli anni del Corriere dei Piccoli, Black Velvet Editrice, 2009

 

Antonio Rubino [1880-1964], uno dei più noti e geniali illustratori italiani, soprattutto per bambini e ragazzi, e scrittore, pittore, autore di cartoni animati. Ma per il grande pubblico il suo nome è indiscutibilmente legato alle pagine del “Corriere dei Piccoli”, alle tavole in cui il genere del “fumetto italiano” degli inizi resta risolto in una serie di vignette con didascalie narrative in ottonari in rima baciata, senza le “nuvolette" o i “balloons” che, invece, caratterizzano questa nuova arte, dai primi anni del XX secolo al 1959.

 

Nell'introduzione i curatori sottolineano che proprio Antonio Rubino ha contribuito a legittimare l'uso del neologismo “fumetto”, nel 1938, per definire una storia disegnata, nel clima culturale dell'establishment “novecentista” imposto dall'epoca fascista.

 

Permeabile alle novità epocali delle tendenze artistiche, ha attraversato il liberty e il futurismo [in questo caso è stato avvicinato a Fortunato Depero per la sua vena favolistica], fino alle curiosità per gli sviluppi della tecnologia e della scienza [se non della “fantascienza”] nel secondo dopoguerra [risolte nell'ultima serie per il "Corriere dei Piccoli”, con un personaggio, l'ingegnere Ilario Din, che è stato interpretato come un suo autoritratto, liberamente adattato all'immaginazione fumettistica.

 

La sua cifra stilistica resta, però, sempre, ancorata a quella poetica, in sintonia con un mondo infantile il più delle volte visto con lo sguardo di una coppia di fratellini, un maschietto e una femminuccia [chissà, forse aveva studiato con molta partecipazione il comportamento dei figli].

 

Il libro nasce dalle annate del “Corriere dei Piccoli”, dagli archivi messi a disposizione da alcuni collezionisti, per cui l'edizione è più che un'antologia, è, detto con un ossimoro, una “parziale” opera completa o un primo volume destinato [forse] a essere seguito da altri, in quanto presenta “tutto il pubblicato” per ogni singolo personaggio preso in considerazione.

 

I sette racconti di Quadratino [1910-1911], che, a causa delle sue monellerie, si ritrova ogni volta con la testa modificata in un'altra figura geometrica, ogni volta rimesso a posto dalla mamma Geometria.

 

Le due serie di Pino e Pina [1910 e 1926-1927]: in cui la cesura temporale e lo stacco stilistico non impediscono lo schema fisso delle loro avventure, una serie di peripezie minime che fanno arrivare i fratellini in ritardo a scuola, trovando la porta sbarrata.

 

Le gesta di Abetino e del perfido Piombino [1917], uno di legno e l'altro di piombo, nemici in guerra, con i loro soldatini, una evidente traduzione in chiave fanciullesca della prima guerra mondiale. Il disegno, in particolare, è memore, ma con ironia, delle stilizzazioni futuriste esaltanti l'azione e la macchina, il dinamismo e il bellicismo, ma già coincidenti con il più innocuo universo onirico dei pupazzetti di Fortunato Depero.

 

Le comiche disavventure di Caro e Cora [1919-1929], mandati dal padre a frequentare una scuola speciale, la “scuola all'aria aperta”, le cui teorie montessoriane vengono messe in discussione, se non in ridicolo, con un garbo che rivela, al contrario, un vero amore per la natura, molto sentito da Antonio Rubino, attentissimo al mondo della campagna, delle piante e degli animali.

 

Più manierate, invece, le prodezze di Lio e Dado [1933-1934], i balilla protagonisti, e di Stellina, la piccola italiana sorella del secondo eroe, che debutta donandole una stella da tenere sulla fronte: “Si fa notte. In un istante/ stende il buio un fitto velo:/ ma una stella sfolgorante/ cade, pronta, giù dal cielo.”. Come non ricordare il ritornello della successiva canzone che ha segnato un'epoca [“voglio vivere così/ col sole in fronte/ e felice canto/ beatamente”]?

 

Sembrerebbero l'esaltazione del vivere in stile fascista: tutto azione, attività agraria, aria aperta, strapaese, sport, salutismo, dinamismo, “dux”, saluto romano, dimestichezza con le aquile, architettura razionalista, coraggio, commemorazione della “marcia su Roma”, ordine. Lo svagato Antonio Rubino, però, lo si intuisce, si adatta all'esaltazione del regime dittatoriale con l'impegno diligente di chi impara una lezione a memoria, purché venga lasciato libero nelle invenzioni grafiche, nelle fantasie fanciullesche che fanno filtrare una consueta vena ironica, se non una presa in giro o una parodia, il suo umorismo.

 

Le dieci tavole di Dino Din e Din Dinora [1955-1956] rispecchiano la fascinazione dell'atomo, tipica degli anni cinquanta, con le sue paure per la bomba atomica e nello stesso tempo con la curiosità per la scienza e per la fantascienza, trattate in modo didascalico. Il protagonista, questa volta, è un ingegnere, Ilario Din, affiancato dai figli, la solita coppia infantile, un maschietto e una femminuccia, Din e Dinora, come complementari: ma la sonorità del titolo sembra dissolvere i contorni fra loro, come se fossero diventati un unico personaggio o un'astrazione.

 

Contrariamente alle affermazioni di Paola Pallottino, che in queste ultime tavole trova “un disegno sempre più veloce e di maniera”, ritengo che siano, anzi, molto mature, nuove, sicure, anticipatrici, parallele alle tendenze astratte in tanta pittura dell'epoca, in ambientazioni risolte, spesso, in contenitori di figurine stilizzate e formicolanti, in un pulviscolo di soluzioni segniche che ricordano la cosiddetta “grafica psichedelica” degli anni sessanta e settanta, come veniva divulgata nelle rivistine underground, un chiaro anticipo sui tempi, continuando a restare personali sviluppi delle soluzioni futuriste e déco, riprese da numerosi artisti anche in tempi recenti.

 

Antonio Rubino, però, non era nuovo alle anticipazioni: con le tavole de “La Tradotta” [1918], la più famosa fra i tanti “giornali di trincea” della prima guerra mondiale, questa volta non esclusivamente per “i piccoli”, aveva creato una serie di disegni, a volte allargati su due intere pagine, con “visioni panoramiche a volo d'uccello”, quindi eludendo le rigide “gabbie squadrate” che caratterizzano i suoi fumetti senza nuvolette. Le folle di personaggi che agiscono e parlano in una stessa scena, all'insegna dell'ironia, dell'umorismo e della satira [soprattutto anti-tedesca, anti-austriaca e anti-bolscevica, ricordano, in generale, quelle assai più tarde di Benito Jacovitti, perfino in certi dettagli assurdi o surreali, inconsueti, in un inquadramento caotico di donne, uomini, animali, oggetti.

 

Il volume termina con una biografia commentata di Claudio Bertieri, “Un favoliere di Liguria”, e con una nota approfondita di Paola Pallottino, “Da Quadratino a Ilario Din – Le storie a vignette di Antonio Rubino”, assieme a un omaggio disegnato di Squaz e Tuono Pettinato che, come sottolinea un risvolto di copertina, rivisitano l'“umorismo paradossale e grottesco del Maestro”.

 

24/11/2010

Christian Straboni – Laurence Maurel, Le Chapeau de Rimbaud, Akileos, 2010

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Giancarlo Pavanello

Christian Straboni – Laurence Maurel, Le Chapeau de Rimbaud, Akileos, 2010

 L'Arthur Rimbaud di questo fumetto è un “riflesso”, una interpretazione della sua “leggenda”, in parte di fantasia, presumo, anche se gli autori, nei ringraziamenti, dichiarano di avere attinto dalle opere di numerosi studiosi del grande “poeta maledetto” per antonomasia. Reali sono, comunque, le circostanze, gli spaccati di vita africana, l'auto-allontanamento dalla Francia e dall'Europa, la ribellione contro i letterati, contro la borghesia del suo tempo, i suoi traffici [fra cui, il più confessabile, il commercio di armi].

 

Tuttavia, il racconto disegnato è un intrecciarsi con un'altra vita parallela, quella di un avventuriero corso, un balordo, un omicida, un avanzo di galera, un evaso, un drogato, suo coetaneo, che nelle vignette gli assomiglia [come un sosia], tanto da indurre a pensare che sia del tutto inventato [ma lo ignoro, forse c'è un minimo spunto in un personaggio reale, magari solo una foto-ritratto d'epoca a Bastia], con la funzione narrativa di esserne l'alter-ego: quello che il poeta francese, nella sua cinica ribellione totale, avrebbe voluto essere, almeno nelle proprie fantasie, nelle proprie visioni e nell'esistenza onirica, senza raggiungere tali vertici di maledettismo.

 

E infatti, come contraltare, nel fumetto la figura di Rimbaud non appare tanto malvagia e aggressiva, come siamo stati indotti a pensare, o almeno non più di tanto. Il titolo stesso indica un oggetto innocuo, un cappello di paglia fatto arrivare dall'Italia, il simbolo del suo carattere cerebrale, perfino maldestro nella vendita di armi al re Menelik.

 

E' preferibile leggere questo fumetto come una narrazione del tutto fantasiosa, lasciandoci trasportare dal sapiente gioco degli autori fra realismo e sogno, malgrado le coordinate geografiche e storiche evidenziate: l'Abissinia, il porto di Tadjourah, Aden, Menelik il re guerriero dello Scioa.

 

Nel 1866 il dodicenne corso Jean-Roch Folelli uccide il parroco in chiesa mentre, lo stesso giorno, il dodicenne Arthur Rimbaud fa la prima comunione a Charleville, nel dipartimento delle Ardennes francesi, confinanti con il Belgio. Poi, dopo una “ellissi” di venti anni, nel 1886 i due protagonisti si incontrano in Somalia, entrambi avevano partecipato alla Comune del 1971. Il primo è sempre in fuga, sempre straniero, un assassino, un evaso, un ricercato, il secondo, celebrato in patria come un maestro della poesia, ha una attività di mercante spregiudicato, in attesa di portare attraverso i deserti un carico di armi a Ménélik, allora in Abissinia: 1800 fucili e 80.000 cartucce.

 

Istruttivo il punto di vista di Rimbaud, convincenti le motivazioni che lo hanno indotto a mandare al diavolo la poesia e il proprio passato fra i letterati e gli artisti francesi: “ la poesia, tutto un risciacquo... i vecchi amici: fantasmi... la poesia era stata il mio progetto ma è preferibile occuparsi di tutt'altro, di cose tecniche e scientifiche... l'arte è una sciocchezza... non sopporto gli imbecilli... l'ipocrisia...”.

 

Dopo un ammazzamento [uno che aveva scoperto troppo del suo passato e per di più proprietario di un cavallo da sottrargli], Folelli si aggrega alla carovana, dedito alla masticatura del khat, uno stupefacente locale, e alle conseguenti visioni: uno sciacallo parlante, la regina di Saba, poi concretizzata nella reale Makéda, una nera transfuga da una missione, con la quale si mette a vivere more uxorio, smarrito nel deserto e ritrovato, una aeronave onirica [il futuro aereo].

 

Mesi di cammino attraverso spaventosi deserti senza strade, tensioni con i carovanieri [provvisti di inquietanti coltelli e di lance minacciose], la morte di un cammelliere in un precipizio [si può immaginare, non fortuita, e se ne può sospettare l'autore], tempeste di sabbia, durante i bivacchi ancora le vedute di Rimbaud sulla poesia: “si salva Baudelaire, a volte Verlaine... gli altri sono tutti garzoni di drogheria, rimaioli... la poesia è un inganno... un'impresa vana... la vera formula sta nella vita...”. Altri omicidi [un vecchio missionario, un fabbro fabbricatore di coltelli: malgrado le ellissi, è intuibile l'assassino per futili motivi o per motivi inesistenti... o è tutta una visione].

 

Infine, non senza essere tampinato dai creditori, e dopo avere incrociato una carovana di schiavi guidati da arabi, Rimbaud arriva al cospetto del re Menelik, il futuro imperatore d'Etiopia, che non gli risparmia un voltafaccia. Guadagni molto inferiori a quelli pattuiti, un fiasco, povero trafficante: per rifarsi, decide di andare al Cairo [in quarta di copertina una breve nota sintetizza: [Folelli e Rimbaud] sono “alla ricerca di un altrove sempre sfuggente”.

 

Intanto, la storia dell'avventuriero corso, l'alter-ego delle visioni, si chiarisce: aveva ucciso il parroco per vendetta [poiché aveva consegnato il padre assassino alla polizia, poi ghigliottinato]. Sempre più in preda alla follia, incontra due guerrieri neri, uno dei quali, in tutta evidenza, ha rubato il “cappello di Rimbaud” [a suo tempo fatto arrivare dall'Italia]... i quali lo seppelliscono vivo fino alla testa e lo abbandonano al suo destino. Ecco un verso di Rimbaud: “la pelle della mia testa si dissecca”.

 

L'io narrante, Folelli, morto nel deserto, e Rimbaud, disilluso anche dai traffici e dalla vita avventurosa, si trova su una nave in partenza per il Cairo. In lontananza, vede il cappello sulla testa di uno dei due guerrieri [vagamente assomigliante a quello che, nelle illustrazioni più celebri, indossa Don Chisciotte]. La sua ultima battuta ne rivela la svolta rinunciataria: “non sto bene con il cappello...”. Parafrasando alcuni versi di una sua poesia, “Départ”, “Partenza”: ha visto abbastanza, ha avuto abbastanza, ha conosciuto abbastanza... ha avuto abbastanza visioni.

 

Il libro termina con alcune poesie del poeta francese e con alcune tavole preparatorie di Christian Straboni, autore del soggetto e dei disegni, in b/n, tracciati con l'immediatezza di segni non indulgenti con i dettagli inutili: essenziali, immediati, neo-espressionisti.

 

10/11/2010

NAVO, la bande pas dessinée, VRAOUM!, 2010

 

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 Giancarlo Pavanello

NAVO, la bande pas dessinée, VRAOUM!, 2010

Un albo coloratissimo “per coloro che ritengono che, nei fumetti, il disegno è un po' sopravvalutato”: questa dichiarazione paradossale in quarta di copertina indica lo stile scherzoso di tutto il volumetto. Una presa di posizione che si inserisce nella smania contemporanea, soprattutto metropolitana, e francese, giovanilistica, di rendere tutto superato, invecchiato, mese dopo mese, anno dopo anno. Una novità scaccia l'altra in un vorticoso girare a vuoto in un mondo “futurista” [nel senso generico del termine, non tanto lusinghiero].

 

Se il genere “letteratura disegnata” segna il passo, resa desueta dall'avvento di internet e dei blog, qualcuno deve cercare di portarlo a compimento, dire l'ultima parola: nel caso in questione un fumetto fatto di strisce, di vignette e di moltissime nuvolette [secondo le regole accademiche sia pure rimodernate] ma senza immagini figurative, ossia senza disegni di personaggi e di scene. Insomma, poco più che una serie di dialoghi che ricordano, appunto, il “teatro sintetico” futurista [con un linguaggio del giorno d'oggi].

 

Il titolo lo sottolinea con chiarezza: stiamo per leggere e osservare l'enfasi visiva di una serie di battute molto spesso imbastite sul gioco di parole [tipico della lingua francese che vi si presta a meraviglia, molto comune fra la popolazione più vivace]: “la bande dessinée” [“il fumetto”, letteralmente “la striscia disegnata”], diventa “la bande pas dessinée” [“il fumetto non disegnato”, “la striscia disegnata non disegnata”]. E: “plus qu'un concept, un pas concept” [“più che un concetto, un non-concetto”].

 

E così via nella direzione dell'anti-fumetto, come ci sono e ci sono stati l'anti-letteratura [in Italia già al tempo della “scapigliatura”, nell'Ottocento], l'anti-arte [soprattutto con il “dada” europeo del primo Novecento], l'anti-tutto e l'anti-contrario-di-tutto, ricordando, inoltre, che la Francia è il paese di Raymond Queneau e dell'OULIPO [acronimo di “OUvroir de LIttérature POtentielle”, “laboratorio di letteratura potenziale”, opere letterarie scritte dandosi regole personali, per lo più assurde, in cui proprio i vincoli e le restrizioni permettono un'infinità di realizzazioni fresche e inedite], iniziando nel 1960.

 

Comunque, qualcosa emerge sul piano del contenuto, se non proprio della narrazione, inesistente, sopraffatta da una serie di dialoghetti in tre vignette. Sembrerebbe uno spaccato agrodolce della vita dei giovani d'oggi e dei loro rapporti effimeri con gli interlocutori, compresi i parenti, il proprio cane, le ragazze: va da sé che nemmeno gli amori sono duraturi, in una società scollata, priva di punti di riferimento culturali e politici, fra tanti segni d'interpunzione, onomatopee, domande, esclamazioni, deformazioni verbali, tipiche della parlata del tempo presente [negli anni settanta si diceva “franglais”, un misto di francese e inglese, come anche “itangliano”, ma dopo internet le lingue nazionali si sono ulteriormente imbarbarite, nel bene e nel male].

 

Scartato il racconto lineare, dunque, occorrono alcuni nuclei tematici [o, meglio, non-tematici] da racchiudere in tre vignette: i “personaggi” [inutile disegnarli, sono già stati disegnati tutti, “piovre che ballano il tip-tap, ballerine nude in pattini a rotelle, otto fratelli gemelli che cantano in coro, e così via buffoneggiando], l'“aids” [una “enorme palla piena di aculei”], il “senso della vita” [“è da quella parte”].

 

Un po' di volgarità giovanilistica, molto cinismo giovanilistico, molte freddure giovanilistiche [amorali]: il “malodore” [“cacciare i barboni con una frusta è come cercare di annegare le sirene...”], un “regalo” [un cagnolino in una scatola, nella terza vignetta della striscia ne veniamo a conoscere la sorte: “avresti dovuto farci qualche buco”], il “politicamente corretto” [“la storia di un ebreo tetraplegico che alcuni bambini travestono da nazista il giorno di Natale”], la “logica” [“ho visto l'uomo invisibile... avevo gli occhi chiusi”], il “razzista” [“qualcuno mi ha dato del razzista... era un cinese figlio di puttana”], l'“alcool” [“ho un problema con l'alcool... è troppo caro”], la “proposta” [se un tipo ti dà un milione di dollari per andare a letto con la tua ragazza... cosa ne dici... dico no... perché la conosco... la mattina dopo quello verrebbe a reclamare i 999.990 dollari che gli devo!”], l'“affare” [la girl-friend vuole lasciare il non-protagonista e gli chiede: “ma perché hai voluto uscire con me?”, la risposta: “perché eri gratuita!”], l'“esperienza” [i “no-life” potranno avere figli... finalmente sono riuscito a innestare le ovaie nei fazzoletti di carta!”. Di questo passo, sarebbe brevissimo il passaggio alle barzellette non-disegnate.

 

Un chiarimento: ignoro tutto dell'autore, ignoro se ci sia una sua adesione [non-filosofica] a questa “situazione”, a questo spaccato della società e del linguaggio comune. Voglio sperare che, nelle sue intenzionalità, ci sia stata esclusivamente una visione oggettiva, l'osservazione della realtà.

 

Come fa intendere la penultima pagina, in stampa [quasi] normale, questo “libro-concetto” potrebbe avere un seguito in un “fumetto non disegnato non disegnato”, con nuove trovate: una “saga”, quindi, e chissà se lo pseudonimo “NAVO” ha intuito che, a parte l'arguzia grafica potenzialmente rinnovabile con la quale si auspica una continuazione, sarebbe meglio di no o un non-sì.

 

10:51 Scritto da: auro.lauro in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fumetto, giovani | OKNOtizie |  Facebook

09/11/2010

Davide Pascutti, Fausto Coppi – l'uomo e il campione, Becco Giallo, 2010

 

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Giancarlo Pavanello

Davide Pascutti, Fausto Coppi – l'uomo e il campione, Becco Giallo, 2010

 Vediamo subito Biagio Cavanna, il massaggiatore cieco, “il massaggiatore delle tenebre”, lo scopritore del giovanissimo Fausto Coppi [1919-1960], mentre gli prodiga alcuni consigli, se vuole diventare un campione, cosciente che lo diventerà: “attento a ciò che mangi... pedala più che puoi... non andare a donne... la solitudine è la tua forza... solo con te stesso... solo contro te stesso”.

 

Dopo l'antefatto, il fumetto inizia con il famosissimo Giro d'Italia del 1949, uno spaccato di questo solo anno [con qualche flashback onirico], quando il popolo dei tifosi, per non dire tutta l'Italia, parteggia in modo esasperato per Gino Bartali [cattolico e sanguigno] o per Fausto Coppi [laico, malinconico, schivo e taciturno], ritenuti rivali, in realtà amici, come dimostrano tanti episodi.

 

La mitica tappa Cuneo-Pinerolo: due ragazzini fanno i preparativi per il passaggio dei corridori, con le scritte pitturate sulla strada, poi seduti su un dosso erboso ascoltando la radio-cronaca: “... un uomo solo al comando... la sua maglia è biancoceleste... il suo nome è... Fausto Coppi”. Maglia Rosa. Vincitore. Ma con i problemi famigliari di una persona comune. Una moglie e una figlia che lo aspettano mentre, invece, per essere se stesso avrebbe bisogno di dimenticare tutto: “a volte mi sembra di essere condannato a un destino che mi offre la gloria e in cambio si prende la felicità...”.

 

In un dialogo con Biagio Cavanna, esprime i propri dubbi, incalzato dal massaggiatore: “Ognuno di noi ha un fuoco dentro, una scintilla che può divampare come un incendio o spegnersi sonnecchiando. […] C'è solo una cosa che ti devi chiedere... La tua fiamma brucia ancora?”. Per spingerlo a non desistere e a partecipare al Tour de France: se perde, resta un campione, se vince entrambe le competizioni nello stesso anno, come non era mai riuscito a nessuno, diventa un “campionissimo”.

 

Una brutta caduta durante il Tour de France riporta Fausto Coppi alla nostalgia per la vita tranquilla, per la serenità in famiglia, vorrebbe ritirarsi ma viene sostenuto dal commissario tecnico Alfredo Binda e da Gino Bartali stesso, che lo convince a superare le sue incertezze del genere “qua siamo come burattini, poco più che carne da macello”.

 

Gli italiani continuano a essere i primi in questo memorabile Tour de France, nell'anno più rappresentativo della storia del ciclismo. Durante la diciassettesima tappa, 19 luglio 1949: la famosa scena dei due campioni [diventata un'icona dell'immaginario collettivo], quasi uno accanto all'altro, con Gino Bartali che passa la borraccia a Fausto Coppi, leggermente davanti. E il fumetto finisce così, prevedendo la vittoria: “Parigi mi appare vicina... per un istante mi scopro felice... non riesco a non commuovermi un po'”.

 

Le ultime pagine del libro, come un'appendice, “Dietro le quinte”, presentano alcune riflessioni dell'autore sulla scelta di limitarsi a concentrarsi esclusivamente su alcuni “eventi”, senza realizzare una “biografia esaustiva”, notando: “La costante comune in quasi ogni documento che ho consultato era la solitudine di Fausto”. Per cui, per esempio, resta del tutto assente la sua relazione con Giulia Occhini, la “dama bianca”, che tanto clamore e scandalo aveva suscitato nei primi anni cinquanta, quando si considerava l'adulterio un delitto punibile con il carcere [e l'istituzione del divorzio era di là da venire].

 

Seguono i ritratti letterari dei personaggi che hanno condiviso con il campionissimo l'esistenza privata e la vita professionale: il fratello Serse Coppi [ciclista prematuramente scomparso dopo una brutta caduta nel 1951], Biagio Cavanna, la moglie Bruna Ciampolini, Gino Bartali, Alfredo Binda. Il tutto intervallato da frammenti di story-board, da schizzi, da materiali preparatori.

 

I disegni in b/n, a parte la copertina, sembrano di getto, in tratti svelti, essenziali, nitidi, e tuttavia vi traspare una scelta sapiente, calibrata, tra realismo abbozzato e deformazione caricaturale [per caratterizzare], non priva di leggerezza e di ironia.

06/11/2010

Frédéric Rébéna – Jean-Marc Thévenet -Rémi Baudouï, Le Corbusier architecte parmi les hommes, Dupuis, 2010

 

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Giancarlo Pavanello

Frédéric Rébéna – Jean-Marc Thévenet -Rémi Baudouï, Le Corbusier architecte parmi les hommes, Dupuis, 2010

I fumetti divulgativi corrispondono ai romanzi storici o biografici o a tema, su fatti di cronaca, lontanissimi dalla fiction illustrata o dalla fiction disegnata. Hanno il grande merito di insegnare e diffondere la conoscenza in modo facile, non superficiali, tutt'altro, approfonditi ma nell'essenziale, in sintesi, come un invito a continuare nello studio con altre pubblicazioni in base alle bibliografie disponibili.

 

Questo volume è diviso in due parti, a conferma. La prima parte rivisita gli ultimi quindici anni di Charles-Édouard Jeanneret [detto Le Corbusier] [1887-1965], una ventina di pagine di fumetto vero e proprio, un racconto a flash su vari momenti della vita professionale dell'architetto.

 

Nel 1951 la visita, nel suo studio, di un ministro suo ammiratore, e già si parla dei progetti in India, commissionati da Nehru, l'importante uomo politico, l'erede spirituale di Gandhi. Nella seconda tavola afferma che intende costruire una città unica al mondo, “per realizzare la gioia di vivere nella semplicità”.

 

Nel 1952 è a Marsiglia con la sua “unità abitativa” in cemento, al “servizio dell'alloggio delle famiglie”. Ma subito, sempre sulla Costa Azzurra, esprime il desiderio di ritornare al suo “castello”, ossia al suo “cabanon”, la sua capanna di Roquebrune-Cap-Martin, fatta di assi, 1,90x4,00: la sua stanza per la villeggiatura, dove ci fa stare tutto il necessario, dalla cucina al letto allo spazio per dipingere e scrivere. Intanto lo vediamo fare il bagno con il fotografo Brassaï, che gli ha fatto visita.

 

Nel 1954, a Ronchamp, spiega che l'idea del tetto della Cappella di Notre-Dame du Haut gli è venuta dal carapace di un granchio: “le forme naturali hanno un valore spirituale... senza essere un credente... riconosco il valore della spiritualità”.

 

Qualche aspetto eccentrico [ma non troppo]: un giornalista suona alla sua porta, Le Corbusier apre ma dice che Le Corbusier è assente [infatti, di mattina si chiama Charles-Edouard Jeanneret ed è un pittore mentre sta dipingendo]. Stessa scena il pomeriggio: questa volta lo fa entrare, è un architetto.

 

Nel 1956 l'expo di Bruxelles: il padiglione Philips con un'installazione plastica, sonora e colorata, il “Poema Elettronico”, con le musiche di Varèse. E via via i numerosi successi ma anche le incomprensioni e gli intralci, l'affronto delle promesse non mantenute [per esempio da parte del ministro-scrittore Malraux, con il quale lo vediamo in vari colloqui], fino alla speranza [poi realizzata] di una fondazione che gli sopravviva.

 

Ma le tavole più intense sembrano quelle dedicate alla sua vita quotidiana, al suo mondo interiore: “il vero esiste al di là dell'apparenza”, “anche l'architettura deve tendere a questo aldilà del visibile... benché io sia agnostico, credo in una trascendenza non religiosa”, “ho l'anima di un monaco ma il mio mestiere mi costringe a essere un viaggiatore impenitente”. Un po' deluso, Le Corbusier appare incline a restare nella capanna solitaria di Roquebrune-Cap-Martin dove, ripensando al proprio passato, scivola in una sorta di “silenzio”, come silenziosa è la sua discesa verso l'annegamento, non spiegato, in tre belle vignette mute: di spalle sulla battigia a figura intera, di spalle in primo piano, il mare piatto sullo sfondo, il mare vuoto e il cielo.

 

La seconda parte propone una cronologia illustrata da documenti appartenenti all'archivio della “Fondazione Le Corbusier”: dagli anni della formazione alla sua identità d'architetto, dalle difficoltà incontrate durante la sua carriera agli aspetti privati della sua esistenza. Con numerose foto di opere e di libri. All'insegna del rinnovamento e dell'essenzialità: senza inutili decorazioni negli spazi abitativi a misura d'uomo.

 

I disegni di Frédéric Rébéna, con pochi colori non chiassosi, sono essenziali nella loro immediatezza ma precisi nei tratti e nelle caratterizzazioni dei personaggi e delle località, delle architetture: in perfetta sintonia con il taccuino di schizzi di Le Corbusier, di cui vengono riprodotte alcune pagine.

 

14/09/2010

Lionel Koechlin, le football punk – mémoires d’Eugène Claquot martyr du ballon rond, Alain Beaulet éditeur, 2010, tiratura: 1000 esemplari numerati

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Giancarlo Pavanello

 

Lionel Koechlin, le football punk – mémoires d’Eugène Claquot martyr du ballon rond, Alain Beaulet éditeur, 2010, tiratura: 1000 esemplari numerati

 

Un libriccino di 24 pagine con una o due vignette b/n per pagina, alcune nuvolette ma prevalgono le didascalie narrative. I disegni, molto carini, ricordano le figure stilizzate anni venti e trenta, un po’ futuriste del periodo fra le due guerre e un po’ Fortunato Depero. Una edizioncina che, forse, riconferma l’ipotesi della crisi del fumetto cartaceo [a favore di quello “on line”], se indica un ritorno alle tirature limitate e numerate per gli appassionati di rarità.

 

Una storiella quasi inconsistente, brevissima, giocata sull’ironia e sull’umorismo, come viene indicato nel titolo: il calcio punk, le memorie di un personaggio,  martire di uno sport per il quale il pallone viene definito “rotondo”, con un pleonasmo comico.

 

Il raccontino inizia il 6 giugno, una data che potrebbe avere un suo significato nel mondo del calcio, ma corrisponde, comunque, allo sbarco degli alleati in Normandia nel 1944, il che con tutta probabilità non c’entra niente. Un signore con l’anello al naso,  con un pallone in mano, ogni anno si mette a cercare un punk: “Quei tipi stazionano spesso nel métro in cui il futuro è fatalmente sotterraneo”. E questo è l’incipit.

 

Ma con la seconda vignetta ci mettiamo all’erta, c’è una annotazione abbastanza acida: “I punk, come diceva Mitterrand parlando dei primi ministri, se ne trovano sempre!”. Ce n’è abbastanza per intuire che tutto va letto in chiave allusiva. Infatti: “Se gli si regalano lamette Gillette vintage o spille da balia sono pronti a tutto”. Poi: “Non indietreggiano di fronte alla sporcizia… Al contrario!”.

 

Sì, quando leggiamo “punk” dobbiamo pensare anche alla vita sociale e alla politica. Comunque, i ricordi dell’ambiente del calcio del protagonista [l’io narrante] continuano, pretesti per precise stilettate: era un campione ma un eccesso di onestà, un gol con fallo di mano, che l’arbitro non aveva visto, poi denunciato da lui stesso e annullato, lo aveva fatto cadere in disgrazia, troppo ingenuo, troppo corretto. Conseguenze: uno schiaffo dell’allenatore, la domanda della Legione d’Onore respinta, annunciata dall’autista del ministro dello sport. Una carriera stroncata.

 

Passano gli anni e il nostro eroe continua a consolarsi con una vicina disponibile, filosofeggiando: “Fate sport in camera da letto… C’è questo in comune fra i punk e i vecchi calciatori!”. E la cosa è ribadita mentre lo si vede ballare con la vicina in pazza allegria. Insomma, “il calcio punk” corrisponde al rifiuto di entrare in una carriera, qualsiasi carriera, dove trionfano il compromesso e la disonestà, contro la rettitudine morale, contrariamente a quanto insegnano i genitori, la maestra e il parroco. Una versione riveduta e corretta dello slogan anni sessanta: “fate l’amore… non fate la guerra”.

18:11 Scritto da: auro.lauro in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: calcio, punk, fumetto, politica | OKNOtizie |  Facebook

28/07/2010

Carlos Trillo e Domingo Mandrafina, Il Cavalier di Gommasgonfia, Mare Nero, 2000

 

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Giancarlo Pavanello

 

Carlos Trillo e Domingo Mandrafina, Il Cavalier di Gommasgonfia, Mare Nero, 2000.

 

 

[La seguente nota è apparsa nel catalogo “letteratura ciclistica e libri d’artista”,  AdB, 2002, in occasione della mostra collettiva, omonima, a cura mia, Biblioteca Civica Centrale, Venezia-Mestre, 9 ottobre – 9 novembre 2002, nel decimo anniversario dell’associazione ciclo-ecologista “Amici della Bicicletta” di Venezia-Mestre]:

 

“Testi del primo autore, disegni del secondo. Il titolo e la copertina costituiscono la sintesi di una storia a fumetti in cui un moderno Don Chisciotte con una scopa da spazzacamino al posto di una lancia, al servizio di un ‘re’ in camicia nera e dall’inequivocabile aspetto di un boss mafioso, accorre al suo richiamo per mettersi alla ricerca di uno scrigno rubato, contenente ‘potere’ e ‘grandezza’, ossia una polvere bianca che più avanti viene sniffata da Zelda, una ‘dea’ dell’Olimpo [un teatro], cantante e cocainomane, che ovviamente si mette a volare, e così via. Una fiaba per adulti fra l’horror e l’erotico, fra il grottesco e il disincanto. Con un aspetto non secondario e abbastanza raro: mentre di solito dominano eroi in motocicletta, in automobile, in aereo, o a cavallo nelle avventure anacronistiche, in questo caso il Ronzinante è una bicicletta, davvero protagonista, poiché è in grado di seguire il padrone in modo autonomo, come fosse viva, in apparenza fedele, in realtà traditrice, poiché si reca da ‘sua maestà’ e dai suoi accoliti a denunciare lo sgarro del cavaliere di Gommasgonfia dimentico della sua missione in un droga party con gli amici, con esecuzione mafiosa nel finale e con l’inaugurazione di un monumento alla bicicletta delatrice che, ora ce ne rendiamo conto, è il vero eroe dell’avventura, la vera eroina. [Un’annotazione sulla letteratura disegnata: le narrazioni a vignette e i personaggi che colpiscono l’immaginario, o vellicano la fantasia, non sembrano andare al di là di una produzione paraculturale d’intrattenimento, come i romanzi di facile lettura con tematiche d’attualità, effimeri. Gli episodi non prevedono sfumature, né psicologiche né concettuali, e il linguaggio che li intreccia, nella laconicità dei luoghi comuni, non ricerca la densità e lo spessore di un atteggiamento critico, sia pure nella fantasia più sfrenata.]”

 

conclusione della recensione anomala

[dopo una rilettura del fumetto]

 

Un trio di musicanti apre i sei episodi o vi si trovano coinvolti, fino al droga party, di cui trapela una vaga apologia, in tutta evidenza apparsi a puntate con un numero di otto tavole alla volta [otto pagine], successivamente ripubblicati in un albo: volgarità, disimpegno morale, erotismo allusivo al pornò esplicito, tutto questo vorrebbe esternare la visione di una società in sfacelo e priva di valori, senza tentare qualche alternativa. Il condimento prevalente è la fantasia, il lato onirico, il trip freudiano e surrealisteggiante, in un grottesco in cui, non a caso e con un’offensiva anti-ambientalistica, l’anti-eroe donchisciottesco è un ciclista, per di più tradito dal suo stesso mezzo di locomozione [un “cavallo” fedifrago]. I disegni in b/n sono di un maestro del genere, di facile comprensione per il  pubblico: molto acute le fisionomie dei personaggi, vagamente tendenti alla caricatura.

 

La bicicletta sul piedestallo, diventata un monumento, non sarebbe là se non fosse un’eroina [nel doppio senso]: è un sostantivo maschile, si chiama “Silver”, il vero “eroe di questa avventura”, come dice il boss in camicia nera e cravatta chiara al momento dell’inaugurazione. Un intrattenimento in cui ci si astiene dal giudicare, optando, così, di fatto, per  “sua maestà”, accettando il suo pensiero primitivo, esposto all’inizio: [il suo “scrigno del potere” racchiude un “tesoro” tenuto sotto chiave, gli è stato sottratto da “mani diaboliche”, vuole riaverlo e per riconoscerlo il cavaliere di Gommasgonfia deve sapere che “ […] contiene una polvere bianca, che pare talco e tuttavia talco non è. E’chiaro? E’ potere”. [Sembrano i pensieri più o meno segreti di alcuni uomini politici del giorno d’oggi].