22/09/2010

Angelo Colombo, Voci tra gli alberi, Paravia, 1947, seconda edizione [prima edizione: 1931], illustrazioni di Antonio Maria Nardi

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Giancarlo Pavanello

 

Angelo Colombo, Voci tra gli alberi, Paravia, 1947, seconda edizione [prima edizione: 1931], illustrazioni di Antonio Maria Nardi

 

Una serie di raccontini pervasi da riflessioni liriche in un’atmosfera religiosa, come un tripudio di serenità e malinconia, come un umile ringraziamento per la bellezza del creato [sono “le voci tra gli alberi”, un inno al Creatore], il tutto trattato attraverso una serie di considerazioni su una serie di piante e fiori, ma anche su vari animali, a volte di derivazione fiabesca o leggendaria: “il ginepro”, “le margheritine”, “il rosaio”, “il crisantemo”, “il bucaneve”, “le primule o primavere”, “il girasole”,“la stella alpina”, “l’ulivo”, “il fico, la vite…”, “le lucciole”, “l’asino”, “il pettirosso”, “il gabbiano”, “il canto dell’usignolo”, eccetera.

 

Qualche esempio: [con il pioppo, secondo la leggenda, “fu fatta la croce di Gesù”]: “se sbiancato dalla luna, ha un pallore tragico di sofferenza”.

 

Il “fior di cicoria”: “lungo il ciglio del fosso, verso l’estate […] c’è sempre una fiorita di stelle azzurre”.

 

Il “giglio”. Un giovane e nobile cavaliere ama una dolce e affascinante fanciulla, che sta cercando la propria strada, ossia la verità [“Sentiva che non sulla terra è la bellezza, che la bellezza vera è nel Cielo”]: tramutata in un “magnifico giglio bianco che col profumo diceva la dolcezza della rinuncia, col candore la purezza senza macchia”.

 

“La leggenda racconta che il Signore ebbe pietà [del nobile cavaliere disperato] e lo tramutò in una nube a proteggere il giglio dai troppo vivi ardori, a rianimarlo con la bontà della pioggia”.

 

La “siepe della vigna”: un oste ha una vigna che non dà frutti da quando l’ha recintata per impedire che l’uva venisse colta dagli estranei per rinfrescarsi la gola. Il Signore ne dà la spiegazione: “E io compensavo l’oste dandogli di più; molto di più di quello che i viandanti prendevano. Ma tra la sua uva e la sete dei poveri, - la mia sete, - egli ha messo i rovi con le spine, una folta siepe che non la salta nemmeno un cavallo. E’ come se avesse detto: - Signore, ti lascio fuori, ti chiudo il passo…”.

 

“Sulla Verna”. Sul Monte della Verna, dopo una grande nevicata notturna, all’ora dell’Angelus, nel freddo e nell’ululare del vento, san Francesco e gli altri frati, per la consueta processione con la croce per commemorare le stigmate, vedono arrivare solo alcuni animali, assenti gli uomini: falchi, cince, rondini, allodole, tortore, pecore, il lupo:

 

“Santo Francesco piangeva perché l’amore non era amato. Poiché gli uomini avevano mancato, erano accorsi gli animali”.

 

Sono restio a scrivere il superlativo “bellissimo”, molto abusato fra gli antiquari e i critici quando vogliono elogiare un prodotto. Ma farei un’eccezione, ora, nel vedere le illustrazioni di Antonio Maria Nardi [1897-1973]. Giovanissimo nel periodo della piena espansione del Liberty, già attivo, ha mantenuto in questi disegni l’impostazione di quello stile [soprattutto nelle figure allungate] ma semplificandolo e sottraendolo a forme datate per farne una figurazione del tutto personale.      

 

21/09/2010

A. B. Migliarini [a cura di], Alessandro Dumas, Il conte di Montecristo, Boschi, 1960, illustrazioni di [?] Guizzardi

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Giancarlo Pavanello

 

A. B. Migliarini [a cura di], Alessandro Dumas, Il conte di Montecristo, Boschi, 1960, illustrazioni di [?] Guizzardi.

 

Il romanzo [1844] di Alexandre Dumas [1802-1870] è così articolato da renderlo quasi non-riassumibile, evito i riassunti per brevità, del resto  se ne trovano in rete, trattandosi di una narrazione molto popolare, almeno nell’Ottocento e nel Novecento, un feuilleton come si usavano nell’epoca in cui non esistevano il cinema e la TV, quando la lettura costituiva un passatempo per chi aveva ricevuto un’educazione scolastica [ancora al giorno d’oggi ma molto meno]: un capolavoro del genere.

 

E’ il “romanzo d’appendice” della calunnia e della vendetta, ma anche del perdono: un giovane marinaio promettente, affezionato al vecchio genitore, destinato a una brillante carriera, viene calunniato da un rivale con una lettera anonima, imprigionato benché innocente, poi evaso dopo molti anni di segregazione, ritorna nella sua società, fra Marsiglia e Parigi, per vendicarsi di coloro che, ora potenti, lo avevano perseguitato o abbandonato e tradito [come la promessa sposa]. Diventato ricchissimo, dopo l’eredità di un favoloso tesoro di un anziano compagno di cella, si ripresenta sotto mentite spoglie con il nome di “Conte di Montecristo” [Montecristo è un’isola selvaggia a sud dell’Isola d’Elba, dove ha allestito una sua fiabesca dimora, segreta, dentro una grotta].

 

C’è un po’ di tutto in questa narrazione ambientata fra il 1815 [l’anno della sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo] e il 1838: peripezie, colpi di scena, politica. Alexandre Dumas padre, considerato un maestro del “romanzo storico”, da distinguere dallo scrittore omonimo, suo figlio, affronta l’epoca post-napoleonica, tenebrosa, piena di sospetti e di congiure, quando le fazioni in lotta erano rimaste  bonapartiste o anti-bonapartiste, avventure, passioni, travestimenti, agnizioni, drammi, ammazzamenti. Lo scopo è quello della moderna soap-opera televisiva: la suspense da un capitolo all’altro come da una puntata all’altra per mantenere vive l’attenzione e la curiosità dei lettori [dei telespettatori].

 

Prevale lo stile dialogico [non a caso l’autore è anche un maestro del cosiddetto “teatro romantico”]: parti narrative, essenziali, e moltissime battute, proprio come se si trattasse di scene drammaturgiche o, al giorno d’oggi, di sequenze cinematografiche o televisive, di una sceneggiatura approntata per un’immediata trascrizione visiva-orale-cinetica o magari per un fumetto [ante litteram]. Infatti, colpisce la scelta ellittica fra un capitolo e l’altro. L’ “ellissi”: per capire un episodio bisogna immaginare che cosa possa essere accaduto in un riferimento precedente, taciuto o non scritto, e a volte si fa fatica a seguire il filo del discorso e il susseguirsi di allusioni a una grande abbondanza di personaggi, fra protagonisti e comparse, proprio secondo il ritmo di un preciso “montaggio”, che deve stimolare la curiosità per il “seguito”.

 

Allo scrittore il merito di una vera e propria maestria in questo settore [al 1844 appartengono anche i suoi “tre moschettieri”, un ciclo continuato negli anni successivi]: molto prolifico ma non senza una certa profondità nella sua fantasia e nella saggezza delle sue riflessioni, più o meno derivate e semplificate a misura di una vulgata popolare.

 

Ma, soprattutto, colpisce il tema principale del romanzo: la virtù perseguitata e il vizio impunito [impunito solo in parte, sopravvenendo le vendette della giustizia personale di Edmond Dantès, il futuro “Conte di Montecristo”]. E’ la scuola del marchese De Sade, a sua volta derivata dalla tradizione libertina,   portata all’esasperazione e al capovolgimento dei valori bene-male.

 

Un filone in cui si è inserito anche Alessandro Manzoni con “i promessi sposi” [la persecuzione di una coppia timorata di Dio]. Con la correzione edificante secondo cui il bene trionfa sul male, con visioni diverse, laiche in Alexandre Dumas e religiose nello scrittore italiano. Nell’ultima pagina, nella “versione   per ragazzi”, in una lettera firmata da “Edmondo Dantès, Conte di Montecristo”: “tutta l’umana saggezza consiste nelle parole: Aspetta e Spera!”.

 

Il libro in questione è una riduzione per i giovanissimi, un volume del dopoguerra, quando la grande epoca del genere “illustrazione” era tramontata, priva di grandi personalità e soprattutto di un nuovo stile definito, a parte un generico realismo riconducibile alle copertine della “Domenica del Corriere” o a quelle del “Grand Hôtel”. Tuttavia, con un suo fascino, benché non appartenga a una produzione pregiata dal punto di vista della bellezza e della rarità. La copertina, non citata, è firmata “BAR.” [lo si legge a stento]. I disegni a colori sono di un pittore  che si firma “Guizzardi”, senza nome di battesimo, sul quale ho reperito notizie bio-bibliografiche del tutto insufficienti. Una curiosità: la copertina è plastificata, forse uno dei primi esempi degli anni cinquanta-sessanta. Una collana che di sicuro i sessantenni ricordano di avere maneggiato e letto in età scolare.

13/09/2010

Michèle Lecreux et Pascal Guichard, Carlie & Sarken à l’Elysée – Poupées et panoplies à découper, Hors Collection, 2010 [illustrations poupées et accessoires: Piérô – illustrations vêtements: Marie Cardouat]

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Giancarlo Pavanello

 

Michèle Lecreux et Pascal Guichard, Carlie & Sarken à l’Elysée – Poupées et panoplies à découper, Hors Collection, 2010 [illustrations poupées et accessoires: Piérô – illustrations vêtements: Marie Cardouat]

 

L’intento comico è racchiuso nel titolo e nel sottotitolo: l’uso improprio della parola “panoplia” [almeno per un lettore italiano] passa da “collezione di armi” o, per estensione, “set di armi di offesa e di difesa” [p.e. lo “scudo” e la “corazza”] o, come nel caso del buffo libro in questione, “vestimenti protettivi” o “seduttivi” o delle “diverse occasioni della vita quotidiana” [come se ogni giornata fosse un combattimento].

 

Bambole o pupazzi e panoplie di carta da ritagliare [sia pure per finta]: come nei vecchi giochi per bambine e bambini [o, forse, tuttora in voga]. Per una presa in giro mirata: la satira di Carlà e Sarkò [Carla Bruni, prima dama di Francia, e il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy], dopo tre anni di permanenza all’Eliseo e della loro unione. Si comincia con le modalità d’uso: “Ritagliate i pupazzi che troverete in ogni pagina. Scegliete una panoplia da ritagliare ma non dimenticate di completarla con gli accessori che preferite. Fateli andare nel loro mondo fantastico!”. E la dose è rincarata in quarta di copertina: “Rivivete i grandi episodi della folle storia d’amore della coppia presidenziale. […] Tutte le situazioni sono autentiche”.

 

Così, cominciamo a sognare sfogliando le pagine che ci fanno rivivere il lusso della loro condizione sociale e le frequentazioni più o meno ufficiali con i grandi della Terra, ma non solo, c’è anche la loro vita “semplice” di persone come tutti noi [si fa per dire]. Qualche esempio:

 

Il 15 dicembre 2007 [una data storica], la coppia esibisce il proprio idillio nascente in pubblico, a Disneyland, tradotta, nella satira, nei costumi di Topolino e Minnie.

 

Il ballo all’Eliseo: ritagliare i meravigliosi vestiti: 1000 dipendenti, fra cui 87 persone addette in cucina.

 

In Vaticano: ecco la vecchia tonaca da prete cattolico e l’abito da monaca per la coppia presidenziale. Fra gli accessori: un messale e un rosario. Un cellulare: il fatto è che, durante la loro visita al papa, Sarken si è fatto sorprendere mentre digitava qualche sms sul telefonino.

 

Anche Sarken è amico dei presidenti americani, ecco la coppia alla Casa Bianca, è pronto il vestito da cow-boy per lui e per lei il costume da squaw pellerossa: ammira molto Air Force One, l’aereo di Obama, così ne ha ordinati due, in tre anni ha già speso il 50% in più in spese di viaggi aerei [confrontandole con quelle del suo predecessore rimasto in carica sette anni].

 

Carlen è una cantante: allora le si addice un costume disinvolto da palcoscenico [ma con una certa sobrietà], e la chitarra, mentre si potrebbe ritagliare anche l’abbigliamento da venditore di noccioline come se ne trovavano nei cinema e nei teatri di qualche decennio fa: ovviamente, sulla cassetta a tracolla Sarken mette in vendita i CD della moglie. I suoi accessori: il berrettino con la scritta “Carlie” e laT-shirt con la scritta “Carlie World Tour”.

 

In Bretagna, Sarken, che si mostra volentieri tra la folla [contrariamente ad altri presidenti che, giustamente, hanno paura], è stato contestato dai pescatori. Ma è  pronto a gridare a uno di loro, proprio come uno di loro, il popolino: “Ehi, tu, se hai qualcosa da dire, vieni qua!”. Per rivivere quei momenti di vita semplice tra la gente di mare: una salopette, un berrettone, un retino, una cassetta per i pesci, per lui, e per lei un salvagente, una cuffia da nuoto e un costume monopezzo, sobrio, come si addice alla prima dama di Francia.

 

Nell’intimità, Sarken chiama la propria sposa “Carlita”, mentre lei lo soprannomina “Chouchou” [“amore, cocco, tesoro”], ok, purtroppo usano tali nomignoli anche quando è in atto un’intervista per un rotocalco femminile. Chi amasse quei momenti può ritagliare una tuta vagamente adatta a Superman, una mini-sottoveste, pantofole, tazze kitsch con lo slogan molto diffuso tra noi “gente comune”: “I love NY” [con un cuoricino al posto del verbo “to love”].

 

In Africa: di fronte a una platea di universitari a Dakar, Sarken ha dichiarato: “Il dramma dell’africa è che gli africani non sono entrati abbastanza nella storia”. A disposizione: un costume da esploratore per lui, e per lei un abito tipo tunica, fra gli accessori figurano una mappa e una maschera tribale.

 

Tuttavia, qualcos’altro dovrebbe restare, soprattutto, negli annali: la visita di Sarken al “salon de l’agriculture”, un meeting, nel 2008. Un agricoltore aveva rifiutato di stringergli la mano, mentre farsi vedere ammirato è qualcosa che il presidente di tutti i francesi cerca quando scende fra il popolo, sicuro di sé. Allora non ha trovato di meglio che rimbeccargli, piccato: “Casse-toi pauvre con!”. Traducendo, l’espressione corrisponde, grosso modo, al nostro “vaff…ulo”. Malgrado i costumi da campagnolo e da bella contadina.

 

La coppia presidenziale fa la “verde” [l’ecologista]: però Sarken ha dimenticato di nominare un vice-primoministro per l’ecologia, promesso durante la campagna elettorale, imponendo, invece, una tassa sul pic-nic.

 

La scuola: Sarken ha un’opinione molto alta della scuola ma non dei professori, infatti ha dichiarato che non potrebbero mai sostituire i “sacerdoti” e i “pastori” [protestanti], insomma l’insegnamento religioso [o privato].

 

Verso la fine del libro una vera e propria perla [o il punto di vista di un “pirla”], la dimostrazione di quanto sia celebre, in negativo, il nostro capo del governo.  Sarken è molto affezionato alla democrazia, ecco la sua dichiarazione: “La cosa più importante in una democrazia è essere rieletto… Guardate Berlusconi, è stato rieletto tre volte”. Ci si può vestire, quindi, per una foto ufficiale: completo scuro, la croce dei cavalieri di Malta, la bandiera europea, i numerosi microfoni sul pulpito.

 

Ho visto alcuni francesi sbellicarsi dalle risa, di fronte a tante gaffes e a tante situazioni ridicole, maldestre o inaccettabili, nella patria dei principi fondamentali di ogni  repubblica, ma non sono riuscito a convincerli che le cose, in Italia, sono peggiori, i nostri politici violano le regole democratiche sapendo di violarle, facendo ridere assai più di Carlie e Sarken, con volgarità molto ma molto più penose.

04/08/2010

Nello Puccioni, Gaùma – storielle preistoriche, Bemporad, 1925, illustrazioni di Guido Colucci

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Giancarlo Pavanello

 

Nello Puccioni, Gaùma – storielle preistoriche, Bemporad, 1925, illustrazioni di Guido Colucci

 

L’avvertenza in copertina: questo libro di narrativa è “per i ragazzi d’Italia”. E conserva un certo fascino e non solo perché è [quasi] un oggetto d’antiquariato, infatti, per essere tale, la cosa deve avere all’incirca 100 anni [ma alcuni ritengono sufficienti 50-80 anni]. Quello che accade in questi capitoli è uno spaccato di vita primitiva in Italia [le zone paludose, dove ora sorge Viareggio, e le Alpi Apuane]: l’esistenza di un nucleo sociale, in particolare, “l’orda della pianura”, in cui la fanciulla Gaùma vive fino al matrimonio [chiamiamolo così per semplicità], alla nascita dei figli e alla vecchiaia [“già quasi vecchia, disfatta dalle fatiche”].

 

Con un avvenimento centrale, il suo incontro con un cacciatore appartenente ai “nemici” [l’“orda della foresta”], la causa involontaria di una guerra cruenta. L’episodio sembrerebbe alludere a grandi linee, e nell’estrema brevità, alla tragedia  shakespeariana fra i Capuleti e i Montecchi in “Giulietta e Romeo”, ma resta appena abbozzato, come un primo moto amoroso, corrisposto senza saperlo, senza seguito,  fra animi primitivi. C’è solo una dichiarazione memorabile da parte del giovane, a prima vista: “Tu sei la Felicità che non si raggiunge, come non si raggiunge l’aquila che vola”.

 

La fantasia dell’autore tende a restare ancorata alle conoscenze che avevano alimentato la sua carriera di geografo, antropologo, esploratore, e le sue opere a carattere scientifico, limitandosi a descrivere, in quattro racconti concatenati, il modo di vivere primitivo nelle caverne e nei dintorni: la caccia con armi grossolane e con tecniche strategiche appena abbozzate, la guerra, la vendetta, gli ammazzamenti disinvolti, la legge fatta di tabù e di superstizioni, le cerimonie segrete interdette alle donne [i “misteri sacri”], le nuove invenzioni [“invece delle vecchie schegge di pietra, nuove punte d’osso”].

 

In una nota conclusiva, “per i più grandi”, come per riportare il movente di un’opera di fantasia ai propri interessi scientifici, l’autore sottolinea: “nelle caverne che furono abitate dagli uomini preistorici si trovano infatti i resti del focolare ove sono ammonticchiate alla rinfusa le ossa degli animali che servirono di pasto e le armi e gli utensili di pietra”. “Quale fosse la vita di quei nostri lontanissimi progenitori, si può arguire assai bene studiando le usanze e i costumi dei popoli selvaggi che ancora non conoscono l’uso dei metalli e si servono invece della pietra per fabbricare i loro utensili”.        

 

Guido Colucci [1877-1949], incisore, pittore, autore di una vasta produzione nel settore dell’arte applicata e delle arti decorative, ha illustrato questo libro in modo magistrale con otto tavole in b/n, cercando di attenersi al carattere primitivo dei personaggi, interpretandolo: sono disegni che, riguardandoli ogni tanto quando il libro mi ricapitava fra le mani, affascinato, ho sentito vicini al mondo del doganiere Rousseau, ma con una semplicità studiatissima, priva di ingenuità, nella scelta delle tinte grigie o scure, come fossero acqueforti.

26/06/2010

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

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Giancarlo Pavanello

 

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

 

Una fiaba moderna articolata in numerosi capitoli e con molte “figure” disegnate. Ma, da adulti, attenzione alla data di pubblicazione e al curriculum dell’illustratore. Gira e rigira, qualcosa di “politico” potrebbe saltare fuori, quasi senza l’intenzione di trovare significati reconditi e inappropriati. Aggiungiamo: il bello dei vecchi libri dimenticati, anche quelli per bambini o per  ragazzi, risiede molto nel gusto della ri-scoperta, nello spigolare quanto può restare di buono e bello in un insieme che potrebbe apparire datato.

 

In breve: Bobi e Bibi, due fanciullini, un maschietto e una femminuccia,  restano soli con la giovane mamma vedova. Infatti, il padre, contadino, muore all’improvviso: ritorna dai campi dicendo che “le vampate del sole gli erano entrate nel capo” [la maggioranza degli italiani era rurale nella prima metà del Novecento]. Sarà una forzatura, ma durante la lettura del libro e dopo, anche ora in questa recensione, non mi usciva e non mi esce dalla mente l’immagine retorica dell’epoca fascista, quella del “sole in fronte”, del “sole dell’avvenire”, socialista, rettificato in senso dittatoriale, la vita radiosa nelle campagne della propaganda. Quindi, la morte del padre di Bobi e Bibi sarebbe un’annotazione sarcastica.

 

Non lontana da una città chiamata “Vallebruna” [una simbologia mirata?], la famigliola vive in miseria, non ha da mangiare, ma la mamma, molto dignitosa, riesce a vincere le avversità con il lavoro, sobbarcando il lunario e insegnando ai figli di non andare a elemosinare. La fame aguzza l’ingegno dei fratellini [qualcosa di dimenticato, a posteriori: in Italia si soffriva, cibo scarso o nullo, a volte, e, spesso, durante la seconda guerra mondiale]: a questo punto scatta il genere fantastico, eccoli trasformati in formiche non appena entrano in un ampio squarcio in un castagno, così sono sufficienti un po’ di foglia e un po’ di corteccia [risolto il problema]: “Bobi si ‘trasformicola’?” [trasformicolarsi: un buffo neologismo], “anche le formiche hanno un cuore”.

 

Subito dopo trascinano la madre nella stessa avventura, e così anche lei riesce a sfamarsi, secondo la necessità, trasformandosi in formica. Ovviamente, finito il pasto, ridiventano esseri umani uscendo dal tronco dell’albero.

 

I miseri introiti della famigliola vengono destinati al resto: la casa e il vestire. Un benessere che non passa inosservato ai compaesani invidiosi, pronti a imitarli per diventare formiche ma per lasciare il proprio lavoro continuando a sfamarsi,  in realtà passano brutte traversie, avendo la stoffa delle cicale.

 

La morale della favola: le formiche, “sebbene abbiano sempre tanta roba da mangiare, lavorano nell’estate e preparano le provviste per l’inverno”.

 

Dopo una decina di anni di separazione e di drammi [chissà, forse una sottintesa epoca bellica, da non raccontare ai bambini], la famigliola riesce a ricongiungersi, allargata con un “nonno” contadino che aveva aiutato Bobi nei momenti di difficoltà, e il finale è scontato: finalmente, come in un dopoguerra, vivono tutti felici e contenti.

 

Azzeccate le caratterizzazioni dei compaesani, anche questi ritornati alle proprie attività lavorative di esseri umani, in particolare quella di una sorta di capopopolo, il farmacista del paese: “Lo chiamavano il dottor Faccio-io, perché a sentire quello che diceva quando era in mezzo ai suoi amici, pareva che facesse tutto lui e che sapesse tutto lui. Invece non sapeva niente e non faceva un bel niente”. Dice: “E un giorno vi accorgerete che ero un grand’uomo, e mi farete il monumento proprio in mezzo alla piazza”.

 

I monelli glielo fanno, il monumento: un pupazzo di neve, con la scritta “Questo è il dottor Faccio-io che non fa niente”. Curiosa l’illustrazione di Alessandro Cervellati: il testo del cartellino è manoscritto. Qualche pagina in là ancora un dettaglio inconsueto [per l’epoca]: in un manifesto affisso dal farmacista una parte è scritta a mano, il resto, in rosso, presenta grossi segmenti [a indicare una scrittura] che ricordano le “cancellature” di Man Ray [1924].

 

Il farmacista aveva rubato a un compaesano la scoperta dell’esistenza dell’“albero delle formiche”, e quando tutto ritorna nella normalità, ossia dopo i drammi vissuti [il paese deserto come durante un coprifuoco, gli anni di stenti, nella vocazione delle cicale  impossibilitate a ridiventare esseri umani], cerca di fare un “discorso” da capopopolo anche nella nuova epoca: “ma tutti gli voltarono le spalle, e gli dissero che, chiacchiere e discorsi, non ne volevano più sentire”. Sembra riecheggiare l’ascesa e il declino di un piccolo dittatore [ma ogni esplicito riferimento politico viene giustamente risparmiato ai bambini].

 

Le illustrazioni sono di un grande maestro del genere, Alessandro Cervellati [1892-1974], tra i maggiori della prima metà del Novecento. Noto come pittore, scrittore, grafico, aveva insegnato disegno e calligrafia, nel 1933, senza riuscire a ottenere la sistemazione in ruolo, non essendo iscritto al Partito Nazionale Fascista.

 

Le sue “figure” privilegiano poche tinte piatte, prive di sfumature, disposte sulla pagina senza alcuna preoccupazione prospettica, o appena accennata, nella tradizione delle stampe e dei dipinti giapponesi. Nella foto, oltre al volume con una bella copertina: uno dei tanti esempi a piena pagina tratto dal capitolo “una compagnia di saltimbanchi”, un tema in cui si era specializzato, come storico del circo e del music-hall.

29/05/2010

Luigi Rinaldi, I meravigliosi viaggi di Marco Polo, Vallardi, 1939, con otto tavole a colori di Luigi Melandri

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Giancarlo Pavanello

 

Luigi Rinaldi, I meravigliosi viaggi di Marco Polo, Vallardi, 1939, con otto tavole a colori di Luigi Melandri

 

Escludiamo il testo originale del Milione di Marco Polo [1254-1324], perduto, e le sue numerose redazioni in varie lingue. In questa sede ci limitiamo a questa riduzione, fra i numerosi rifacimenti piani e facili per lettori giovanissimi o giovani, pubblicati nel corso dei secoli. Il libro, saggistico-biografico, era stato dettato a Rustichello da Pisa, quando l’esploratore veneziano, fatto prigioniero dai genovesi durante una battaglia navale, 1299, era diventato suo compagno di detenzione, al quale aveva raccontato le proprie avventure. [Il titolo, fra tanti, deriverebbe, forse, dal nome di un parente: Emilione].

 

Anche nel collezionismo di libri illustrati per ragazzi prevalgono, nel valore venale di mercato, i classici o le opere di autori “importanti”, e Marco Polo potrebbe essere fra questi [o il Pinocchio, e così via], o su una data tematica. Per cui ci si può concentrare sull’ edizione originale e sulle prime edizioni di un’opera e sugli illustratori che le hanno arricchite con i loro disegni, sia pure solo sulla copertina o nelle parti paratestuali [contano moltissimo le sovracoperte, se esistevano, e le rilegature].

 

Tuttavia, può sempre essere stimolante il gusto della scoperta: scoprire testi e autori sconosciuti, scrittori e illustratori meno noti, opere dimenticate ma meritevoli, infischiandosene delle valutazioni fissate dai librai antiquari nei loro cataloghi.

 

Ribadendo che intendo limitarmi a questa edizione, sottolineo che mantengo la stessa grafia dei nomi di persone e di luoghi, sorvolando sulle numerose avventure, molte appartenenti al nostro immaginario. Più appropriato mi appare lo spigolare qua e là per reperire citazioni particolarmente pregnanti a vario titolo.

 

Marco e Rusticiano, diventati amici in prigionia, si scambiano a vicenda “la consolante parola”, entrambi nobili persone: “la nostra anima è così fatta che essa trova tollerabile il vivere meschino, purché possa scorgere fra le tenebre più fitte un tenuissimo raggio di speranza”. Inizia così la narrazione dettata a un letterato da chi aveva saputo solo viaggiare e affrontare tantissime peripezie: “per tetto le stelle […], colto fiori nelle aiuole di giardini incantati”. Fino al 1301, quando finalmente i due detenuti ritrovano la libertà.

 

Marco, adolescente, attende il ritorno del padre, Niccolò, e dello zio, Maffèo, mercanti e viaggiatori, rimasti lontani da Venezia per 15 anni, ai quali assomiglia per indole: “nella quiete patriarcale di Venezia, non adatta, in vero, all’ardente e avventurosa natura dei due fratelli veneziani”.

 

Avendo promesso a Cublai Cane, il potentissimo imperatore del Cataio [la Cina], di ritornare, decidono di ripartire, acconsentendo di essere accompagnati dal giovanissimo ma robusto e ardimentoso Marco. L’obiettivo, per i mercanti, sono gli oggetti preziosi e le ricchezze da accumulare, ma nello spirito d’avventura e nella predisposizione per la scoperta del mondo, con la curiosità per nuove conoscenze [come in ogni esploratore, in ogni viaggiatore, a cominciare da Ulisse].

 

Li attendono meraviglie, incontri, eventi naturali mai visti: “sorgenti d’olio da ardere […] [che] scaturiva dalla terra”, “l’incantevole e immensa città di Bagdad […] [con palazzi incantati], “giardini pensili dove migliaia di specie di fiori rarissimi facevano pensare a lembi di paradiso terrestre”.

 

Anche ansie e sofferenze, malattie, pericoli, idoli e “strane costumanze”, il deserto di Gobi. “Per deserti e montagne, i tre viaggiatori giungono, dopo lungo e periglioso viaggio, ai confini della Persia”. Ma prima che i messi imperiali conducano i “tre ardimentosi veneziani” al cospetto di Cublai Cane, una leggenda, forse la più nota, quella del “vecchio della montagna” [come diciamo comunemente] viene riferita in modo dettagliato, finendo perfino nei vocabolari di tutto il mondo.

 

In un castello, su un’altura, intorno al quale si distende rigoglioso un paradiso terrestre, vive il capo di una setta di giovani “assassini” [la parola deriverebbe da “hashish”], ai suoi ordini, pronti a rubare e a uccidere, per ritornare e restare in quei luoghi incantati, dediti alla droga e ai piaceri.

 

Il racconto riferito in questo libro per ragazzi è leggermente edulcorato ma tuttavia chiaro:

 

La valle di Aladino è quella del “veglio della montagna”, che vive nel suo “immenso castello” e nel suo giardino: “opera d’incantamento più che di umana fantasia”. Il malvagio proprietario ha fatto rapire “fanciulli e giovinette di una bellezza senza pari”, illudendoli di trovarsi, dopo essere stati addormentati con potenti droghe, in Paradiso.

 

Con astuzia, poi, li fa risvegliare in “un luogo tetro del palazzo”, suscitando il desiderio di ritornare, promettendo il ritorno nella “via smarrita del Paradiso” e a “nuove droghe” dopo avere ubbidito ai suoi ordini: “comandava ai più forti di andare a uccidere coloro che egli, per propria malvagità o vendetta, voleva morti”.

 

I tre veneziani restano presso la corte del “Gran Cane” [Cublai Cane], nella leggendaria città di Pechino, nel lusso e nell’assoluta protezione dell’imperatore, ricambiando gli onori ricevuti con i propri servizi di gentiluomini sagaci e intraprendenti o in qualche missione [Marco diventa per un periodo  l’amatissimo governatore di una lontana regione del Cataio], infine presi dalla nostalgia della terra d’origine, da Venezia, dove ritornano, non senza altre peripezie, accolti come “foresti”, poi riconosciuti come appartenenti alla famiglia Polo quando esibiscono le ricchezze accumulate: “Dalle stoffe dilacerate, cominciarono a piovere sotto il naso dei convitati… perle magnifiche, rubini sfolgoranti, ametiste, zaffiri, smeraldi, diamanti e monete d’oro in tale quantità, che tutti gli occhi si spalancavano in una specie d’incanto magnetico fra parole smozzicate e sussurri”. [La cronaca fissa la loro assenza dalla città natale in queste date: dal 1271 al 1288, diciassette anni circa.]

 

Ma prima di chiudere il libro, meritano di essere rilette alcune spigolature [o citazioni]:

 

Otto “baroni” porgono le vivande al Gran Cane con “il naso e la bocca ricoperti di drappi di seta”: “Per impedire […] che il loro alito possa sfiorare i cibi destinati all’imperatore!”.

 

I libri per ragazzi servono [o servivano], oltre che per lo svago, anche per i loro insegnamenti morali, spesso utili agli adulti:

 

Marco Polo aveva capito “il pericolo di essere invidiato”: “Per giungere dove egli voleva aveva bisogno di una via sgombra da insidie e da rancori. Si mostrava quindi modesto, affabile, rispettosissimo con tutti, esperto nell’arte di non apparire ingombrante e di non urtare la sensibilità di alcuno”.

 

E questo intero paragrafo [di grande attualità]: “Non c’era periodo di carestia che non potesse venire immediatamente fronteggiato e superato. Se in una provincia la scarsità del raccolto minacciava tristi giorni per la popolazione, il Gran Cane, rapidamente informato, non solo rinunciava a tutti i tributi dovutigli da quella provincia, ma si faceva premura di inviare aiuti d’ogni genere: denari, bestiame, grano, orzo, riso, sementi. Previdentissimo, negli anni di maggiore abbondanza egli accantonava in grandissima quantità i prodotti del suolo che servivano, ben conservati, ad alimentare il popolo durante l’epoca della carestia. Tutto questo senza tener conto di circa trentamila poveri i quali, per tutto l’anno, ricevevano quotidianamente pane dalla carità dell’imperatore”.

 

Ancora: “Il ministro Ahmed era un ladro matricolato. E non si accontentava di arricchire imponendo al popolo, arbitrariamente, tasse e balzelli di ogni genere; ma si rivelava anche di una crudeltà senza pari e mandava a morte con estrema facilità tutti coloro che osavano muovere qualche critica al suo operato. Il nobile Tien-fou, da lui odiato e minacciato perché retto e magnanimo, lo aveva ucciso per liberare l’impero da un essere pericoloso e indegno”.

 

Verificato tutto questo, il nostro esploratore aveva potuto constatare che “le ricchezze accumulate da Ahmed, erano enormi, tali da non potersi concepire appartenenti a un governatore morigerato ed onesto”, decidendosi a esporre al Gran Cane i risultati della sua inchiesta.

 

Inviato a visitare le provincie dell’ovest, Marco Polo aveva potuto soddisfare il proprio istinto mai sopito: viaggiare. Con nuove scoperte, con nuove conoscenze. Era arrivato in “plaghe pericolosamente infestate da tribù malfide esperte nell’arte barbara del tatuaggio”.

 

Infine, governatore, aveva potuto tradurre in atto il suo “ideale di giustizia”: “sapeva sempre trovare il modo di assegnare in giusta misura il torto e la ragione senza creare malcontenti e rancori”, convinto che “la felicità di un popolo va ricercata nel rispetto reciproco e nell’amore”.  E [udite, in un libro pubblicato nel 1939]: “Incoraggiava le arti e i commerci, faceva prosperare l’agricoltura, ordinava la costruzione di comode case per la gente più povera; abbelliva le strade e i giardini, alleggeriva il gravame delle imposte, regolava i contratti di lavoro in modo favorevole per l’operaio, predicava l’economia, la virtù dei costumi, la bontà e condannava severamente l’ozio”.

 

Il ritorno, per “il bisogno di libertà” dei tre veneziani: “non siamo in fine che prigionieri”: “La gabbia è immensa e tutta d’oro”, ma resta una gabbia.

 

Di Luigi Melandri non sono reperibili le date di nascita e di morte, comunque molto noto e attivo negli anni venti-cinquanta, collaboratore del “Corriere dei Piccoli” dal 1921 al 1946. Le sue illustrazioni, inserite in un tardo-liberty [forse di più agli inizi della sua carriera], sembrano privilegiare un realismo essenziale e descrittivo, a tinte opache, quello che ha il sopravvento negli anni quaranta e cinquanta. Le otto tavole a colori e a piena pagina del suo Marco Polo sono perfettamente in sintonia con la sua onesta sobrietà artigianale.

27/05/2010

Maria Tibaldi-Chiesa e A. di Lario, Barbablu, favola narrata e cantata su tre dischi infrangibili Durium, musiche di Mario Mariotti, figurazioni di Nicola Benois, Durium, 1945

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Giancarlo Pavanello

 

Maria Tibaldi-Chiesa e A. di Lario, Barbablu, favola narrata e cantata su tre dischi infrangibili Durium, musiche di Mario Mariotti, figurazioni di Nicola Benois, Durium, 1945

 

La favola è notissima o era notissima [non so se venga ancora narrata ai bambini], di Charles Perrault [1628-1703]. Ridotta in tre pagine, in tre parti, in tre dischi, con tre illustrazioni. Un signorotto dalla barba turchina chiede in sposa una delle due figlie di una vedova, trovandole restie [per le brutte voci che corrono sulla sua vita poco chiara] invita le tre donne nel proprio castello, prodigando una settimana di feste, danze, divertimenti.

 

Una delle due fanciulle ne resta conquistata e accetta di sposarlo, dimenticando che, a quanto si diceva, le sue sei precedenti mogli erano tutte scomparse nel più fitto mistero.

 

Dopo un mese dal matrimonio, Barbablu la mette alla prova, deve assentarsi e fa promettere alla sposa di non usare mai la chiave d’oro della porta del “sottosuolo”: “e chi scoperto mai fosse in dolo/ l’ira paventi di Barbablù” [sic]. Ovviamente, secondo il luogo comune, la curiosità è femmina e la moglie va ad aprire: orrore… lugubri lamenti nelle tenebre… sei giovani donne simili a spettri chiedono aiuto, chiedono di essere liberate.

 

Sono le prime mogli, disobbedienti come la settima. Sentendo che il marito-mostro ritorna dal viaggio [in un’interpretazione corrente, è il primo serial killer della letteratura favolistica], la giovane donna fugge, chiude la porta ma si ferisce la mano, una goccia di sangue resta sulla chiave d’oro. Il marito scopre che l’ha disobbedito e la minaccia di morte, però acconsentendole un ultimo saluto alla sorella.

 

Assieme, le due donne chiamano in soccorso i due fratelli, entrambi moschettieri: “Sorella Anna, mia sorellina/ non vedi alcuno che s’avvicina?”. Arrivano e uccidono Barbablu trapassandolo da parte a parte con le spade [nell’illustrazione il cuore gli esce dalla schiena, infilzato come in uno spiedo].

 

Le sei spose, tratte dal sotterraneo, ritornano alla vita, le sette vedove ereditano le ricchezze di Barbablu e si risposano, vivendo tutti felici “senza più ansie né terrori”.

 

Da bambino, le “figure” di questo libro-album per dischi [ascoltati con un vecchio grammofono-radio] mi facevano molta paura, nella loro attenzione fiabesca ai costumi e alle ambientazioni del Seicento [il castello, il buffone di corte, le mogli spettrali], ma soprattutto l’ottima recitazione e le parti cantate [i lamenti dal sottosuolo, l’attesa dei soccorritori].

 

La caratterizzazione di Barbablu è particolarmente efficace [a parte la barba con un colore innaturale, i capelli nell’immagine in copertina ricordano le pettinature a cresta, un po’ punk, di tanti giovanissimi, con il gel].

 

Da adulto riascoltavo questi dischi e una volta li avevo registrati in una cassetta [a sua volta una tecnologia superata], per timore che si deteriorassero e che non si potessero più udire. Negli anni settanta davo a questa edizione una lettura politica: un’allusione al regime fascista e a Benito Mussolini e alla necessità della liberazione dalla dittatura.

 

Questa interpretazione potrebbe non essere una forzatura: l’armistizio con gli anglo-americani avviene l’8 settembre 1943, la “liberazione” il 25 aprile 1945, questo album di Barbalu è pubblicato nel mese di luglio dello stesso anno. Quando le due sorelle attendono gli aiuti dei soccorritori, a un certo punto vedono in lontananza un polverone sulla strada… ma è un gregge di pecore e agnelli, ossia la maggioranza che non lotta con la resistenza. Infine i fratelli moschettieri, nello stile “arrivano i nostri” dei fumetti “cow-boy” e dei film western che negli anni successivi tengono banco nei cinema italiani.

 

 

In generale, però, il significato della fiaba [l’originale e l’adattamento],  è chiaro, vero in ogni epoca, sia pure esprimendoci con linguaggi diversi : contro i mariti-padroni, contro i padri-padroni, per la libertà, a favore del diritto alla liberazione dall’ansia e dalla paura, la ricerca della felicità.

 

25/05/2010

G. Setti, Domenico Savio, Libreria Dottrina Cristiana, s. d. [anni quaranta – anni cinquanta?], disegni di E. Fiorio [non reperibili altre notizie sugli autori] [collezionismo di immaginette e di libri religiosi]

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Giancarlo Pavanello

 

G. Setti, Domenico Savio, Libreria Dottrina Cristiana, s. d. [anni quaranta – anni cinquanta?], disegni di E. Fiorio [non reperibili altre notizie sugli autori].

 

Un albo interamente illustrato, come un fumetto ma con didascalie narrative, quattro per pagina. La vita di un giovanissimo santo, nato nel 1842, morto nel 1857, lo si vede in culla e sul letto di morte, e dopo, quando appare al padre e, in sogno, a Don Bosco, suo maestro.

 

La storia di un bambino buono, che più buono non si può, in famiglia, con i coetanei, con i compagni di scuola, con i superiori, quando decide di indirizzarsi alla vita sacerdotale, precocissimo difensore della fede cattolica. In una vignetta [ce ne sono quattro per pagina], vediamo “un elegante giovanotto” che si introduce nell’Oratorio… e subito diciamo “ahi ahi” [sospettosi, pensando con malizia all’attuale psicosi della pedofilia], invece no, vuole seminare zizzania, sì, ma la sua corruzione dei giovani consiste nel fare “strani apprezzamenti sulla religione, sulla Chiesa”, censurando “preti e frati”. Subito Domenico lo smaschera [“Era un protestante”]. E si allontana, portando con sé gli amici.

 

Purtroppo, non è solo buono, appare anche strano [è inquietante, ci fa ribellare contro i fattori famigliari e ambientali che lo portano a esagerare più delle sue forze, facendoci ritenere la sua malattia e la sua morte una conseguenza delle  sofferenze auto-inflitte [dal punto di vista moderno e senza indagare la realtà storica, limitandoci a questa pubblicazione follemente edificante, molto datata].

 

Si esercita nella mortificazione raccattando i “bocconcelli” in refettorio e mangiandoseli [per fortuna interviene Don Bosco, suo padre spirituale, a farlo desistere, altrimenti “chissà dove sarebbe arrivato”].

 

Un giorno un assistente gli trova sul letto “pezzi di legno, sassolini, gusci di noce” [per fare penitenza].  Un altro giorno Don Bosco lo trova in chiesa, “in estasi”, “un piede sull’altro”, “una mano appoggiata sul leggio dell’antifonario, l’altra sul petto, con la faccia fissa rivolta al tabernacolo”: “Quell’attimo divino era durato sette ore!”. Povera creatura: in odore di santità a quell’età, è veggente, avverte che nella soffitta di una casa “una povera operaia” è  “agonizzante” [ansioso di procurarle i conforti religiosi]. E dopo la morte, in Paradiso, nel 1927, invocato dalla mamma di un bambino moribondo, lo guarisce all’improvviso, quando il medico curante “ha già scritto la dichiarazione di morte”.

 

I disegni sono disarmanti e affascinanti, nel loro realismo morbido, oleografico, a tinte opache, da immaginette, accuratissimo nelle ambientazioni interne e nei paesaggi, nell’abbigliamento dei personaggi [perfino i bambini sotto i dieci anni sono vestiti come ometti in calzoni lunghi, panciotto e giacca, camicia bianca e cravattino-papillon, di quelli ad angolo], negli utensili e nei decori dell’epoca.

 

Gli appassionati di fumetti vorrebbero inserire i fumettisti e gli illustratori nella storia dell’arte [a volte i confini fra i due generi di disegnatori non sono netti]: teoricamente sono d’accordo o, forse, sarei d’accordo, ma una ricognizione soddisfacente dovrebbe comprendere, come minimo, tutta la produzione di un secolo, decennio dopo decennio, a prescindere dai contenuti. Insomma, il realismo delle storie metropolitane degli ultimi decenni del Novecento, con i giovani alla moda, con i miti contemporanei, con il “pop” o con il “fantasy” o con l’ “horror”, e così via, con i loro autori più ammirati, non deve  prevalere per forza di cose e in modo acritico su quello che è servito a raccontare una storiella edificante di un ragazzino decisamente lontano dalle nostre sensibilità laiche.

11/05/2010

"fantasie nuove e vecchie per voi bambini", a cura di Laura Okely Romiti, Edizioni Gino Conte, s.d. [1950?], copertina di Maraja [Libico Romano Maraja]

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Giancarlo Pavanello

 

Fantasie nuove e vecchie per voi bambini, a cura di Laura Okely Romiti, Edizioni Gino Conte, s.d. [1950?], copertina di Maraja [Libico Romano Maraja]

 

Non è indicata la data della pubblicazione ma una dedica autografa in matita rossa di una maestra al “piccolo Mario” indica “Natale 1950”. Di sicuro gli ultra-sessantenni ricordano questi albi della “Collana Rosa d’Oro”, costavano poco ai genitori e venivano venduti nelle edicole e nelle cartolerie. Curioso il sottotitolo nel frontespizio, in cui figura il Padre Eterno fra pergamene e libri: “un cantuccio azzurro del Paradiso”.

 

Vengono riciclate e riscritte o inventate fiabe e racconti in cui gli umani interagiscono e dialogano con gli animali o gli animali fra loro, a volte antropomorfi, con le cenerentole buone e le sorellastre cattive, con principi giovinetti e re saggi: “la gattina in pianelle rosa”, “la capretta e il suo caprettino”, “il gatto mammone”, “la donnina piccina picciò”, “il corvo e la volpe” [quest’ultimo episodio, tale e quale, da Esopo, Fedro e La Fontaine]. Ma non mancano le filastrocche e le canzoncine: “Madama Lumachina/ la veste ha cilestrina,/ ma quella tutta rosa/ la mette Mariarosa”.

 

Libico Romano Maraja [1912-1983] firma la copertina ma in tutta evidenza sono sue anche le numerose illustrazioni a colori che ricordano il dopoguerra e lo stile post-fascista, quello dei libri scolastici e dei sussidiari degli anni quaranta e cinquanta e, nelle figure di ragazzine e di donne, i volti acqua-e-sapone [con le belle guance rosee] di tante immagini [comprese quelle pubblicitarie, p.e. della coca-cola e della vespa, tanto per citare qualcosa]. E’ un disegno a tinte morbide, caratteristico dell’autore che, precoce, ha operato come grafico pubblicitario [e non solo] dalla fine degli anni venti e dagli anni trenta, poi con il primo libro per l’infanzia nel 1938, segnando soprattutto l’epoca di passaggio dalla monarchia e dalla dittatura alla prima repubblica italiana, molto attivo fino alla morte.

08/05/2010

E. Graziani Camillucci, L’aurora del mondo, G. B. Paravia & C., 1931. Illustrazioni di Andrea Fossombrone.

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Giancarlo Pavanello

 

In una collana per “fanciulli e giovinetti”,  va da sé che questa narrazione edificante sugli uomini primitivi, sui nostri antenati, sulla preistoria, debba chiarire subito nella prima nota introduttiva al primo capitolo che “nulla fa pensare che gli uomini primitivi siano discendenti dalle scimmie”. Charles Darwin non è citato e la sua teoria dell’evoluzione non viene neppure lontanamente sfiorata.

 

Tutto il libro è scandito su un altro genere di “evoluzione”, dettata dalla “divina scintilla dell’intelligenza” dell’uomo che ha saputo progredire passando da forme di vita primitivissime a forme di vita civilizzate, ma sempre con il senso innato dell’amore fra maschio e femmina [visti con parità sia pure nella tradizionale differenziazione dei ruoli], del sentimento materno, del legame fra genitori e figli. Una sorta di inno alla famiglia e alla patria. E non a caso, nella prima illustrazione si vede una coppia ignuda su un albero [ovviamente allusiva a Eva e Adamo], con tanto di pargoletto su una culla appesa a un ramo.

 

La verità scientifica è quasi del tutto difettosa ma conta soprattutto la buona volontà con cui l’autore cerca di divulgare la storia dell’umanità sulla “via dell’incivilimento”: dal bosco alle caverne, dalla caccia alla scoperta del fuoco, dai raggruppamenti in famiglie e tribù ai contrasti e alle lotte con gli “estranei” aggressori [l’amore per la patria], dalla nudità al vestito con la pelle degli animali, dai pericoli delle belve e dei “mammout” [sic] alle prime armi di pietra, dall’era glaciale al rifiorire della Terra, dall’abitudine al “lavoro, che porta benessere e tranquillità”, all’addomesticamento di alcuni animali, dalle prime “industrie” all’“arte”, dal senso della bellezza al culto per i morti, dalle “stazioni lacustri” al “pane”, dalla prima tela di lino ai metalli, dall’età della pietra all’età del bronzo, con la scoperta del ferro il passaggio dall’“età primitiva” all’“età della storia”.

 

Le ultime righe sono citabili per la loro tenerezza: “E l’uomo studiò: prima sul grande libro del mondo […] poi sui libri che i saggi lasciavano alle generazioni successive […] ma […] più bella è la meta di giustizia alla quale ogni uomo anela. E dobbiamo raggiungerla”.

 

Le illustrazioni di Andrea Fossombrone [1886-1963], un autore noto soprattutto per le sue opere di “arte sacra” o di soggetto spirituale, hanno una loro raffinatezza, nella scelta di un realismo moderno ma lontanissimo dalle avanguardie che attraversavano la sua epoca.