13/09/2010

Michèle Lecreux et Pascal Guichard, Carlie & Sarken à l’Elysée – Poupées et panoplies à découper, Hors Collection, 2010 [illustrations poupées et accessoires: Piérô – illustrations vêtements: Marie Cardouat]

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Giancarlo Pavanello

 

Michèle Lecreux et Pascal Guichard, Carlie & Sarken à l’Elysée – Poupées et panoplies à découper, Hors Collection, 2010 [illustrations poupées et accessoires: Piérô – illustrations vêtements: Marie Cardouat]

 

L’intento comico è racchiuso nel titolo e nel sottotitolo: l’uso improprio della parola “panoplia” [almeno per un lettore italiano] passa da “collezione di armi” o, per estensione, “set di armi di offesa e di difesa” [p.e. lo “scudo” e la “corazza”] o, come nel caso del buffo libro in questione, “vestimenti protettivi” o “seduttivi” o delle “diverse occasioni della vita quotidiana” [come se ogni giornata fosse un combattimento].

 

Bambole o pupazzi e panoplie di carta da ritagliare [sia pure per finta]: come nei vecchi giochi per bambine e bambini [o, forse, tuttora in voga]. Per una presa in giro mirata: la satira di Carlà e Sarkò [Carla Bruni, prima dama di Francia, e il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy], dopo tre anni di permanenza all’Eliseo e della loro unione. Si comincia con le modalità d’uso: “Ritagliate i pupazzi che troverete in ogni pagina. Scegliete una panoplia da ritagliare ma non dimenticate di completarla con gli accessori che preferite. Fateli andare nel loro mondo fantastico!”. E la dose è rincarata in quarta di copertina: “Rivivete i grandi episodi della folle storia d’amore della coppia presidenziale. […] Tutte le situazioni sono autentiche”.

 

Così, cominciamo a sognare sfogliando le pagine che ci fanno rivivere il lusso della loro condizione sociale e le frequentazioni più o meno ufficiali con i grandi della Terra, ma non solo, c’è anche la loro vita “semplice” di persone come tutti noi [si fa per dire]. Qualche esempio:

 

Il 15 dicembre 2007 [una data storica], la coppia esibisce il proprio idillio nascente in pubblico, a Disneyland, tradotta, nella satira, nei costumi di Topolino e Minnie.

 

Il ballo all’Eliseo: ritagliare i meravigliosi vestiti: 1000 dipendenti, fra cui 87 persone addette in cucina.

 

In Vaticano: ecco la vecchia tonaca da prete cattolico e l’abito da monaca per la coppia presidenziale. Fra gli accessori: un messale e un rosario. Un cellulare: il fatto è che, durante la loro visita al papa, Sarken si è fatto sorprendere mentre digitava qualche sms sul telefonino.

 

Anche Sarken è amico dei presidenti americani, ecco la coppia alla Casa Bianca, è pronto il vestito da cow-boy per lui e per lei il costume da squaw pellerossa: ammira molto Air Force One, l’aereo di Obama, così ne ha ordinati due, in tre anni ha già speso il 50% in più in spese di viaggi aerei [confrontandole con quelle del suo predecessore rimasto in carica sette anni].

 

Carlen è una cantante: allora le si addice un costume disinvolto da palcoscenico [ma con una certa sobrietà], e la chitarra, mentre si potrebbe ritagliare anche l’abbigliamento da venditore di noccioline come se ne trovavano nei cinema e nei teatri di qualche decennio fa: ovviamente, sulla cassetta a tracolla Sarken mette in vendita i CD della moglie. I suoi accessori: il berrettino con la scritta “Carlie” e laT-shirt con la scritta “Carlie World Tour”.

 

In Bretagna, Sarken, che si mostra volentieri tra la folla [contrariamente ad altri presidenti che, giustamente, hanno paura], è stato contestato dai pescatori. Ma è  pronto a gridare a uno di loro, proprio come uno di loro, il popolino: “Ehi, tu, se hai qualcosa da dire, vieni qua!”. Per rivivere quei momenti di vita semplice tra la gente di mare: una salopette, un berrettone, un retino, una cassetta per i pesci, per lui, e per lei un salvagente, una cuffia da nuoto e un costume monopezzo, sobrio, come si addice alla prima dama di Francia.

 

Nell’intimità, Sarken chiama la propria sposa “Carlita”, mentre lei lo soprannomina “Chouchou” [“amore, cocco, tesoro”], ok, purtroppo usano tali nomignoli anche quando è in atto un’intervista per un rotocalco femminile. Chi amasse quei momenti può ritagliare una tuta vagamente adatta a Superman, una mini-sottoveste, pantofole, tazze kitsch con lo slogan molto diffuso tra noi “gente comune”: “I love NY” [con un cuoricino al posto del verbo “to love”].

 

In Africa: di fronte a una platea di universitari a Dakar, Sarken ha dichiarato: “Il dramma dell’africa è che gli africani non sono entrati abbastanza nella storia”. A disposizione: un costume da esploratore per lui, e per lei un abito tipo tunica, fra gli accessori figurano una mappa e una maschera tribale.

 

Tuttavia, qualcos’altro dovrebbe restare, soprattutto, negli annali: la visita di Sarken al “salon de l’agriculture”, un meeting, nel 2008. Un agricoltore aveva rifiutato di stringergli la mano, mentre farsi vedere ammirato è qualcosa che il presidente di tutti i francesi cerca quando scende fra il popolo, sicuro di sé. Allora non ha trovato di meglio che rimbeccargli, piccato: “Casse-toi pauvre con!”. Traducendo, l’espressione corrisponde, grosso modo, al nostro “vaff…ulo”. Malgrado i costumi da campagnolo e da bella contadina.

 

La coppia presidenziale fa la “verde” [l’ecologista]: però Sarken ha dimenticato di nominare un vice-primoministro per l’ecologia, promesso durante la campagna elettorale, imponendo, invece, una tassa sul pic-nic.

 

La scuola: Sarken ha un’opinione molto alta della scuola ma non dei professori, infatti ha dichiarato che non potrebbero mai sostituire i “sacerdoti” e i “pastori” [protestanti], insomma l’insegnamento religioso [o privato].

 

Verso la fine del libro una vera e propria perla [o il punto di vista di un “pirla”], la dimostrazione di quanto sia celebre, in negativo, il nostro capo del governo.  Sarken è molto affezionato alla democrazia, ecco la sua dichiarazione: “La cosa più importante in una democrazia è essere rieletto… Guardate Berlusconi, è stato rieletto tre volte”. Ci si può vestire, quindi, per una foto ufficiale: completo scuro, la croce dei cavalieri di Malta, la bandiera europea, i numerosi microfoni sul pulpito.

 

Ho visto alcuni francesi sbellicarsi dalle risa, di fronte a tante gaffes e a tante situazioni ridicole, maldestre o inaccettabili, nella patria dei principi fondamentali di ogni  repubblica, ma non sono riuscito a convincerli che le cose, in Italia, sono peggiori, i nostri politici violano le regole democratiche sapendo di violarle, facendo ridere assai più di Carlie e Sarken, con volgarità molto ma molto più penose.

26/06/2010

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

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Giancarlo Pavanello

 

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

 

Una fiaba moderna articolata in numerosi capitoli e con molte “figure” disegnate. Ma, da adulti, attenzione alla data di pubblicazione e al curriculum dell’illustratore. Gira e rigira, qualcosa di “politico” potrebbe saltare fuori, quasi senza l’intenzione di trovare significati reconditi e inappropriati. Aggiungiamo: il bello dei vecchi libri dimenticati, anche quelli per bambini o per  ragazzi, risiede molto nel gusto della ri-scoperta, nello spigolare quanto può restare di buono e bello in un insieme che potrebbe apparire datato.

 

In breve: Bobi e Bibi, due fanciullini, un maschietto e una femminuccia,  restano soli con la giovane mamma vedova. Infatti, il padre, contadino, muore all’improvviso: ritorna dai campi dicendo che “le vampate del sole gli erano entrate nel capo” [la maggioranza degli italiani era rurale nella prima metà del Novecento]. Sarà una forzatura, ma durante la lettura del libro e dopo, anche ora in questa recensione, non mi usciva e non mi esce dalla mente l’immagine retorica dell’epoca fascista, quella del “sole in fronte”, del “sole dell’avvenire”, socialista, rettificato in senso dittatoriale, la vita radiosa nelle campagne della propaganda. Quindi, la morte del padre di Bobi e Bibi sarebbe un’annotazione sarcastica.

 

Non lontana da una città chiamata “Vallebruna” [una simbologia mirata?], la famigliola vive in miseria, non ha da mangiare, ma la mamma, molto dignitosa, riesce a vincere le avversità con il lavoro, sobbarcando il lunario e insegnando ai figli di non andare a elemosinare. La fame aguzza l’ingegno dei fratellini [qualcosa di dimenticato, a posteriori: in Italia si soffriva, cibo scarso o nullo, a volte, e, spesso, durante la seconda guerra mondiale]: a questo punto scatta il genere fantastico, eccoli trasformati in formiche non appena entrano in un ampio squarcio in un castagno, così sono sufficienti un po’ di foglia e un po’ di corteccia [risolto il problema]: “Bobi si ‘trasformicola’?” [trasformicolarsi: un buffo neologismo], “anche le formiche hanno un cuore”.

 

Subito dopo trascinano la madre nella stessa avventura, e così anche lei riesce a sfamarsi, secondo la necessità, trasformandosi in formica. Ovviamente, finito il pasto, ridiventano esseri umani uscendo dal tronco dell’albero.

 

I miseri introiti della famigliola vengono destinati al resto: la casa e il vestire. Un benessere che non passa inosservato ai compaesani invidiosi, pronti a imitarli per diventare formiche ma per lasciare il proprio lavoro continuando a sfamarsi,  in realtà passano brutte traversie, avendo la stoffa delle cicale.

 

La morale della favola: le formiche, “sebbene abbiano sempre tanta roba da mangiare, lavorano nell’estate e preparano le provviste per l’inverno”.

 

Dopo una decina di anni di separazione e di drammi [chissà, forse una sottintesa epoca bellica, da non raccontare ai bambini], la famigliola riesce a ricongiungersi, allargata con un “nonno” contadino che aveva aiutato Bobi nei momenti di difficoltà, e il finale è scontato: finalmente, come in un dopoguerra, vivono tutti felici e contenti.

 

Azzeccate le caratterizzazioni dei compaesani, anche questi ritornati alle proprie attività lavorative di esseri umani, in particolare quella di una sorta di capopopolo, il farmacista del paese: “Lo chiamavano il dottor Faccio-io, perché a sentire quello che diceva quando era in mezzo ai suoi amici, pareva che facesse tutto lui e che sapesse tutto lui. Invece non sapeva niente e non faceva un bel niente”. Dice: “E un giorno vi accorgerete che ero un grand’uomo, e mi farete il monumento proprio in mezzo alla piazza”.

 

I monelli glielo fanno, il monumento: un pupazzo di neve, con la scritta “Questo è il dottor Faccio-io che non fa niente”. Curiosa l’illustrazione di Alessandro Cervellati: il testo del cartellino è manoscritto. Qualche pagina in là ancora un dettaglio inconsueto [per l’epoca]: in un manifesto affisso dal farmacista una parte è scritta a mano, il resto, in rosso, presenta grossi segmenti [a indicare una scrittura] che ricordano le “cancellature” di Man Ray [1924].

 

Il farmacista aveva rubato a un compaesano la scoperta dell’esistenza dell’“albero delle formiche”, e quando tutto ritorna nella normalità, ossia dopo i drammi vissuti [il paese deserto come durante un coprifuoco, gli anni di stenti, nella vocazione delle cicale  impossibilitate a ridiventare esseri umani], cerca di fare un “discorso” da capopopolo anche nella nuova epoca: “ma tutti gli voltarono le spalle, e gli dissero che, chiacchiere e discorsi, non ne volevano più sentire”. Sembra riecheggiare l’ascesa e il declino di un piccolo dittatore [ma ogni esplicito riferimento politico viene giustamente risparmiato ai bambini].

 

Le illustrazioni sono di un grande maestro del genere, Alessandro Cervellati [1892-1974], tra i maggiori della prima metà del Novecento. Noto come pittore, scrittore, grafico, aveva insegnato disegno e calligrafia, nel 1933, senza riuscire a ottenere la sistemazione in ruolo, non essendo iscritto al Partito Nazionale Fascista.

 

Le sue “figure” privilegiano poche tinte piatte, prive di sfumature, disposte sulla pagina senza alcuna preoccupazione prospettica, o appena accennata, nella tradizione delle stampe e dei dipinti giapponesi. Nella foto, oltre al volume con una bella copertina: uno dei tanti esempi a piena pagina tratto dal capitolo “una compagnia di saltimbanchi”, un tema in cui si era specializzato, come storico del circo e del music-hall.

25/06/2010

Giuliano Patti, Licinio Sacconi e Giovanni Ziliani, Fotomontaggio – Storia, tecnica ed estetica, con uno scritto di Pio Baldelli, Mazzotta, 1979

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Giancarlo Pavanello: Giuliano Patti, Licinio Sacconi e Giovanni Ziliani, Fotomontaggio – Storia, tecnica ed estetica, con uno scritto di Pio Baldelli, Mazzotta, 1979

 

Un saggio molto denso che spazia dalla storia del fotomontaggio in vari paesi europei, Germania e Unione Sovietica in primis, alle considerazioni generali su questa forma di creatività e a una vasta gamma di usi dettagliati: strumento di intervento sull’ambiente, nelle arti visive, nella pubblicità commerciale, negli audiovisivi, nella didattica, nella satira, nella comunicazione politica.

 

Resta un volume fondamentale per chi voglia cimentarsi in questo genere di arte visiva, essendo nei capitoli centrali un vero e proprio manuale: “strumentazione tecnica ed elaborazioni”. Una parte, questa, solo parzialmente invecchiata o datata, alla luce delle nuove tecnologie: internet, computer graphic, photoshop, e quant’altro [negli anni in cui il libro è stato scritto e pubblicato tutto questo era ancora da scoprire, non esisteva, o lo si immaginava come “fantascienza”, sia detto con il senno di poi]. Infatti, suscita un’impressione di nostalgia la lettura delle pagine dedicate alle forbici [quelle reali, d’acciaio], alla colla, alla raccolta di frammenti fotografici da rotocalchi o da altre fonti, alle carte fotografiche, alla camera oscura.

 

Tuttavia, le tecniche per la realizzazione dei fotomontaggi restano le stesse ancora oggi: l’unica differenza riguarda solo chi voglia realizzarli esclusivamente con il computer, come immagini virtuali, da stampare in un secondo tempo nelle più svariate forme [anche concrete], per le quali occorre una conoscenza e una pratica specifiche.

 

Più godibile la prima parte, in cui viene tracciata una storia del fotomontaggio: dai primordi, con le fotografie e le cartoline “ingannatrici” [per mostrare l’inverosimile e l’inconsueto, per esempio l’apparizione di un fantasma], in pieno Ottocento, all’uso che ne ha fatto il dadaismo e il costruttivismo.

 

Cose note per chi abbia una certa dimestichezza con la storia della fotografia e della cartolina postale, oltre, naturalmente, alla frequentazione delle avanguardie storiche e delle arti visive recenti, e con la conoscenza dell’autore che, più di tutti, sembra essere un maestro indiscusso, l’artista che ha portato alla perfezione il “fotomontaggio”: John Heartfield [cfr., inoltre, una mia recensione nel post del 16 dicembre 2009 nel blog teatrodomestico.myblog.it: Eckhard Siepmann, John Heartfield, Mazzotta, 1978]. Resta, però, il merito di averle raggruppate in modo sistematico in un centinaio di pagine, e non solo per chi volesse iniziare un percorso di approfondimento.

 

La terza parte potrebbe essere la più attuale, anche se vi si sente l’atmosfera un po’ agit-prop degli anni sessanta-settanta, o proprio per questa ragione. La dimensione politica o quella, nelle arti visive, dell’impegno sociale, non sembrano affatto tramontate, perfino nei nostri anni dieci-venti del XXI secolo, finché perdurano le lotte fra le tentazioni totalitaristiche e lo spirito democratico. Basta scorrere i titoli dei numerosi capitoli: “il fotomontaggio nella scuola media”, “impiego del fotomontaggio nella satira e nella comunicazione politica”, “il fotomontaggio politico nella RFT oggi” [prima della Germania unificata dopo la caduta del muro di Berlino]. Un libro strapieno di immagini e di sottolineature a matita, postume, le mie [com’è mia abitudine leggendo, ma rispettando la carta stampata, con segni facili da cancellare], impossibile riassumerlo in una breve nota.

 

Mi sia solo concesso, con spirito di parte, citare almeno un autore cecoslovacco, al quale è dedicato un intero capitolo, un artista di punta a livello internazionale per le sue opere fra “lettrismo” e “poesia concreta”, o, genericamente, per le sue “poesie visive”: Jiri Kolàr [1914-2002] [più che di fotomontaggio, per la poesia visiva in senso generico, anche per quella italiana degli anni sessanta-settanta e successivi,  sarebbe appropriato parlare di “fotocollage”]. [N.B.: la grafia del nome è approssimativa]

 

Suggella il tutto uno scritto di Pio Baldelli [1923-2005], teorico della comunicazione di massa, pioniere del concetto di “contro-informazione”: “Politica dell’immagine. Fotomontaggio e comunicazione di massa contro il Potere e la Gerarchia”. Come conclusione, basta citarne l’incipit: “Le immagini s’incastrano in altre immagini: ormai viviamo la vita quotidiana come un gigantesco fotomontaggio”.

29/05/2010

Luigi Rinaldi, I meravigliosi viaggi di Marco Polo, Vallardi, 1939, con otto tavole a colori di Luigi Melandri

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Giancarlo Pavanello

 

Luigi Rinaldi, I meravigliosi viaggi di Marco Polo, Vallardi, 1939, con otto tavole a colori di Luigi Melandri

 

Escludiamo il testo originale del Milione di Marco Polo [1254-1324], perduto, e le sue numerose redazioni in varie lingue. In questa sede ci limitiamo a questa riduzione, fra i numerosi rifacimenti piani e facili per lettori giovanissimi o giovani, pubblicati nel corso dei secoli. Il libro, saggistico-biografico, era stato dettato a Rustichello da Pisa, quando l’esploratore veneziano, fatto prigioniero dai genovesi durante una battaglia navale, 1299, era diventato suo compagno di detenzione, al quale aveva raccontato le proprie avventure. [Il titolo, fra tanti, deriverebbe, forse, dal nome di un parente: Emilione].

 

Anche nel collezionismo di libri illustrati per ragazzi prevalgono, nel valore venale di mercato, i classici o le opere di autori “importanti”, e Marco Polo potrebbe essere fra questi [o il Pinocchio, e così via], o su una data tematica. Per cui ci si può concentrare sull’ edizione originale e sulle prime edizioni di un’opera e sugli illustratori che le hanno arricchite con i loro disegni, sia pure solo sulla copertina o nelle parti paratestuali [contano moltissimo le sovracoperte, se esistevano, e le rilegature].

 

Tuttavia, può sempre essere stimolante il gusto della scoperta: scoprire testi e autori sconosciuti, scrittori e illustratori meno noti, opere dimenticate ma meritevoli, infischiandosene delle valutazioni fissate dai librai antiquari nei loro cataloghi.

 

Ribadendo che intendo limitarmi a questa edizione, sottolineo che mantengo la stessa grafia dei nomi di persone e di luoghi, sorvolando sulle numerose avventure, molte appartenenti al nostro immaginario. Più appropriato mi appare lo spigolare qua e là per reperire citazioni particolarmente pregnanti a vario titolo.

 

Marco e Rusticiano, diventati amici in prigionia, si scambiano a vicenda “la consolante parola”, entrambi nobili persone: “la nostra anima è così fatta che essa trova tollerabile il vivere meschino, purché possa scorgere fra le tenebre più fitte un tenuissimo raggio di speranza”. Inizia così la narrazione dettata a un letterato da chi aveva saputo solo viaggiare e affrontare tantissime peripezie: “per tetto le stelle […], colto fiori nelle aiuole di giardini incantati”. Fino al 1301, quando finalmente i due detenuti ritrovano la libertà.

 

Marco, adolescente, attende il ritorno del padre, Niccolò, e dello zio, Maffèo, mercanti e viaggiatori, rimasti lontani da Venezia per 15 anni, ai quali assomiglia per indole: “nella quiete patriarcale di Venezia, non adatta, in vero, all’ardente e avventurosa natura dei due fratelli veneziani”.

 

Avendo promesso a Cublai Cane, il potentissimo imperatore del Cataio [la Cina], di ritornare, decidono di ripartire, acconsentendo di essere accompagnati dal giovanissimo ma robusto e ardimentoso Marco. L’obiettivo, per i mercanti, sono gli oggetti preziosi e le ricchezze da accumulare, ma nello spirito d’avventura e nella predisposizione per la scoperta del mondo, con la curiosità per nuove conoscenze [come in ogni esploratore, in ogni viaggiatore, a cominciare da Ulisse].

 

Li attendono meraviglie, incontri, eventi naturali mai visti: “sorgenti d’olio da ardere […] [che] scaturiva dalla terra”, “l’incantevole e immensa città di Bagdad […] [con palazzi incantati], “giardini pensili dove migliaia di specie di fiori rarissimi facevano pensare a lembi di paradiso terrestre”.

 

Anche ansie e sofferenze, malattie, pericoli, idoli e “strane costumanze”, il deserto di Gobi. “Per deserti e montagne, i tre viaggiatori giungono, dopo lungo e periglioso viaggio, ai confini della Persia”. Ma prima che i messi imperiali conducano i “tre ardimentosi veneziani” al cospetto di Cublai Cane, una leggenda, forse la più nota, quella del “vecchio della montagna” [come diciamo comunemente] viene riferita in modo dettagliato, finendo perfino nei vocabolari di tutto il mondo.

 

In un castello, su un’altura, intorno al quale si distende rigoglioso un paradiso terrestre, vive il capo di una setta di giovani “assassini” [la parola deriverebbe da “hashish”], ai suoi ordini, pronti a rubare e a uccidere, per ritornare e restare in quei luoghi incantati, dediti alla droga e ai piaceri.

 

Il racconto riferito in questo libro per ragazzi è leggermente edulcorato ma tuttavia chiaro:

 

La valle di Aladino è quella del “veglio della montagna”, che vive nel suo “immenso castello” e nel suo giardino: “opera d’incantamento più che di umana fantasia”. Il malvagio proprietario ha fatto rapire “fanciulli e giovinette di una bellezza senza pari”, illudendoli di trovarsi, dopo essere stati addormentati con potenti droghe, in Paradiso.

 

Con astuzia, poi, li fa risvegliare in “un luogo tetro del palazzo”, suscitando il desiderio di ritornare, promettendo il ritorno nella “via smarrita del Paradiso” e a “nuove droghe” dopo avere ubbidito ai suoi ordini: “comandava ai più forti di andare a uccidere coloro che egli, per propria malvagità o vendetta, voleva morti”.

 

I tre veneziani restano presso la corte del “Gran Cane” [Cublai Cane], nella leggendaria città di Pechino, nel lusso e nell’assoluta protezione dell’imperatore, ricambiando gli onori ricevuti con i propri servizi di gentiluomini sagaci e intraprendenti o in qualche missione [Marco diventa per un periodo  l’amatissimo governatore di una lontana regione del Cataio], infine presi dalla nostalgia della terra d’origine, da Venezia, dove ritornano, non senza altre peripezie, accolti come “foresti”, poi riconosciuti come appartenenti alla famiglia Polo quando esibiscono le ricchezze accumulate: “Dalle stoffe dilacerate, cominciarono a piovere sotto il naso dei convitati… perle magnifiche, rubini sfolgoranti, ametiste, zaffiri, smeraldi, diamanti e monete d’oro in tale quantità, che tutti gli occhi si spalancavano in una specie d’incanto magnetico fra parole smozzicate e sussurri”. [La cronaca fissa la loro assenza dalla città natale in queste date: dal 1271 al 1288, diciassette anni circa.]

 

Ma prima di chiudere il libro, meritano di essere rilette alcune spigolature [o citazioni]:

 

Otto “baroni” porgono le vivande al Gran Cane con “il naso e la bocca ricoperti di drappi di seta”: “Per impedire […] che il loro alito possa sfiorare i cibi destinati all’imperatore!”.

 

I libri per ragazzi servono [o servivano], oltre che per lo svago, anche per i loro insegnamenti morali, spesso utili agli adulti:

 

Marco Polo aveva capito “il pericolo di essere invidiato”: “Per giungere dove egli voleva aveva bisogno di una via sgombra da insidie e da rancori. Si mostrava quindi modesto, affabile, rispettosissimo con tutti, esperto nell’arte di non apparire ingombrante e di non urtare la sensibilità di alcuno”.

 

E questo intero paragrafo [di grande attualità]: “Non c’era periodo di carestia che non potesse venire immediatamente fronteggiato e superato. Se in una provincia la scarsità del raccolto minacciava tristi giorni per la popolazione, il Gran Cane, rapidamente informato, non solo rinunciava a tutti i tributi dovutigli da quella provincia, ma si faceva premura di inviare aiuti d’ogni genere: denari, bestiame, grano, orzo, riso, sementi. Previdentissimo, negli anni di maggiore abbondanza egli accantonava in grandissima quantità i prodotti del suolo che servivano, ben conservati, ad alimentare il popolo durante l’epoca della carestia. Tutto questo senza tener conto di circa trentamila poveri i quali, per tutto l’anno, ricevevano quotidianamente pane dalla carità dell’imperatore”.

 

Ancora: “Il ministro Ahmed era un ladro matricolato. E non si accontentava di arricchire imponendo al popolo, arbitrariamente, tasse e balzelli di ogni genere; ma si rivelava anche di una crudeltà senza pari e mandava a morte con estrema facilità tutti coloro che osavano muovere qualche critica al suo operato. Il nobile Tien-fou, da lui odiato e minacciato perché retto e magnanimo, lo aveva ucciso per liberare l’impero da un essere pericoloso e indegno”.

 

Verificato tutto questo, il nostro esploratore aveva potuto constatare che “le ricchezze accumulate da Ahmed, erano enormi, tali da non potersi concepire appartenenti a un governatore morigerato ed onesto”, decidendosi a esporre al Gran Cane i risultati della sua inchiesta.

 

Inviato a visitare le provincie dell’ovest, Marco Polo aveva potuto soddisfare il proprio istinto mai sopito: viaggiare. Con nuove scoperte, con nuove conoscenze. Era arrivato in “plaghe pericolosamente infestate da tribù malfide esperte nell’arte barbara del tatuaggio”.

 

Infine, governatore, aveva potuto tradurre in atto il suo “ideale di giustizia”: “sapeva sempre trovare il modo di assegnare in giusta misura il torto e la ragione senza creare malcontenti e rancori”, convinto che “la felicità di un popolo va ricercata nel rispetto reciproco e nell’amore”.  E [udite, in un libro pubblicato nel 1939]: “Incoraggiava le arti e i commerci, faceva prosperare l’agricoltura, ordinava la costruzione di comode case per la gente più povera; abbelliva le strade e i giardini, alleggeriva il gravame delle imposte, regolava i contratti di lavoro in modo favorevole per l’operaio, predicava l’economia, la virtù dei costumi, la bontà e condannava severamente l’ozio”.

 

Il ritorno, per “il bisogno di libertà” dei tre veneziani: “non siamo in fine che prigionieri”: “La gabbia è immensa e tutta d’oro”, ma resta una gabbia.

 

Di Luigi Melandri non sono reperibili le date di nascita e di morte, comunque molto noto e attivo negli anni venti-cinquanta, collaboratore del “Corriere dei Piccoli” dal 1921 al 1946. Le sue illustrazioni, inserite in un tardo-liberty [forse di più agli inizi della sua carriera], sembrano privilegiare un realismo essenziale e descrittivo, a tinte opache, quello che ha il sopravvento negli anni quaranta e cinquanta. Le otto tavole a colori e a piena pagina del suo Marco Polo sono perfettamente in sintonia con la sua onesta sobrietà artigianale.

27/05/2010

Maria Tibaldi-Chiesa e A. di Lario, Barbablu, favola narrata e cantata su tre dischi infrangibili Durium, musiche di Mario Mariotti, figurazioni di Nicola Benois, Durium, 1945

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Giancarlo Pavanello

 

Maria Tibaldi-Chiesa e A. di Lario, Barbablu, favola narrata e cantata su tre dischi infrangibili Durium, musiche di Mario Mariotti, figurazioni di Nicola Benois, Durium, 1945

 

La favola è notissima o era notissima [non so se venga ancora narrata ai bambini], di Charles Perrault [1628-1703]. Ridotta in tre pagine, in tre parti, in tre dischi, con tre illustrazioni. Un signorotto dalla barba turchina chiede in sposa una delle due figlie di una vedova, trovandole restie [per le brutte voci che corrono sulla sua vita poco chiara] invita le tre donne nel proprio castello, prodigando una settimana di feste, danze, divertimenti.

 

Una delle due fanciulle ne resta conquistata e accetta di sposarlo, dimenticando che, a quanto si diceva, le sue sei precedenti mogli erano tutte scomparse nel più fitto mistero.

 

Dopo un mese dal matrimonio, Barbablu la mette alla prova, deve assentarsi e fa promettere alla sposa di non usare mai la chiave d’oro della porta del “sottosuolo”: “e chi scoperto mai fosse in dolo/ l’ira paventi di Barbablù” [sic]. Ovviamente, secondo il luogo comune, la curiosità è femmina e la moglie va ad aprire: orrore… lugubri lamenti nelle tenebre… sei giovani donne simili a spettri chiedono aiuto, chiedono di essere liberate.

 

Sono le prime mogli, disobbedienti come la settima. Sentendo che il marito-mostro ritorna dal viaggio [in un’interpretazione corrente, è il primo serial killer della letteratura favolistica], la giovane donna fugge, chiude la porta ma si ferisce la mano, una goccia di sangue resta sulla chiave d’oro. Il marito scopre che l’ha disobbedito e la minaccia di morte, però acconsentendole un ultimo saluto alla sorella.

 

Assieme, le due donne chiamano in soccorso i due fratelli, entrambi moschettieri: “Sorella Anna, mia sorellina/ non vedi alcuno che s’avvicina?”. Arrivano e uccidono Barbablu trapassandolo da parte a parte con le spade [nell’illustrazione il cuore gli esce dalla schiena, infilzato come in uno spiedo].

 

Le sei spose, tratte dal sotterraneo, ritornano alla vita, le sette vedove ereditano le ricchezze di Barbablu e si risposano, vivendo tutti felici “senza più ansie né terrori”.

 

Da bambino, le “figure” di questo libro-album per dischi [ascoltati con un vecchio grammofono-radio] mi facevano molta paura, nella loro attenzione fiabesca ai costumi e alle ambientazioni del Seicento [il castello, il buffone di corte, le mogli spettrali], ma soprattutto l’ottima recitazione e le parti cantate [i lamenti dal sottosuolo, l’attesa dei soccorritori].

 

La caratterizzazione di Barbablu è particolarmente efficace [a parte la barba con un colore innaturale, i capelli nell’immagine in copertina ricordano le pettinature a cresta, un po’ punk, di tanti giovanissimi, con il gel].

 

Da adulto riascoltavo questi dischi e una volta li avevo registrati in una cassetta [a sua volta una tecnologia superata], per timore che si deteriorassero e che non si potessero più udire. Negli anni settanta davo a questa edizione una lettura politica: un’allusione al regime fascista e a Benito Mussolini e alla necessità della liberazione dalla dittatura.

 

Questa interpretazione potrebbe non essere una forzatura: l’armistizio con gli anglo-americani avviene l’8 settembre 1943, la “liberazione” il 25 aprile 1945, questo album di Barbalu è pubblicato nel mese di luglio dello stesso anno. Quando le due sorelle attendono gli aiuti dei soccorritori, a un certo punto vedono in lontananza un polverone sulla strada… ma è un gregge di pecore e agnelli, ossia la maggioranza che non lotta con la resistenza. Infine i fratelli moschettieri, nello stile “arrivano i nostri” dei fumetti “cow-boy” e dei film western che negli anni successivi tengono banco nei cinema italiani.

 

 

In generale, però, il significato della fiaba [l’originale e l’adattamento],  è chiaro, vero in ogni epoca, sia pure esprimendoci con linguaggi diversi : contro i mariti-padroni, contro i padri-padroni, per la libertà, a favore del diritto alla liberazione dall’ansia e dalla paura, la ricerca della felicità.

 

10/05/2010

Liri Trevisanello e Erika De Pieri, Il mostro di Firenze, Becco Giallo, 2007

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Giancarlo Pavanello

 

Liri Trevisanello e Erika De Pieri, Il mostro di Firenze, Becco Giallo, 2007.

 

Una “cronaca a fumetti”, secondo il sottotitolo, sul “mostro” o sui “mostri” di Firenze, così indicati nei mass media, autori di efferati delitti che hanno insanguinato molti luoghi appartati sulle colline nei dintorni della città, dal 1968 al 1985: le vittime erano coppie in macchina o in tenda, per lo più giovani, non solo italiane, preferibilmente in attività sessuale, tra festività e pre-festività e nelle notti di novilunio. Per la prima volta, l’Italia scopriva l’esistenza dei serial killer e di tutta una realtà fatta di “perversioni”, il dilagare di una criminalità disinvolta nelle piccole località di provincia in apparenza tranquille e sonnolente. Nei risvolti più inquietanti di quelle vicende: l’accanimento macabro nel ritagliare il pube e un brandello di un seno delle donne uccise.

 

Erano stati individuati i colpevoli, più volte, assolti più volte, un po’ tutti non privi di precedenti o di dubbia moralità, ma il gruppo che ha fatto più notizia e che ha alimentato le fantasie degli italiani è quello diventato famoso come “compagni di merende” [avevano minimizzato in questo modo le loro incursioni in cerca di coppiette]: Pietro Pacciani, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Il primo, soprattutto, il “contadino di Mercatale”, settantenne con un passato di omicida e di stupratore delle figlie, era diventato un vero e proprio “personaggio mediatico”.

 

Un po’ tutti i personaggi coinvolti hanno trovato una fine violenta o quantomeno misteriosa, compreso Pietro Pacciani, per cui, restando la vicenda non del tutto chiarita, ha cominciato a farsi strada l’ipotesi che ci fossero altri mostri da scoprire, in libertà, e che gli assassini uccidessero per qualche forma di rito esoterico, in un giro di sette segrete, di orge e di messe nere, con tutta probabilità perfino a pagamento per conto di qualcuno [gli omicidi erano considerati “lavori”]: potrebbe essere stato un medico, Francesco Narducci, la cui presunta morte per annegamento resta un mistero [si ipotizza perfino che sia solo scomparso dalla circolazione].

 

Il fumetto, di un realismo sintetico e a volte appena abbozzato, con tenui colori grigi in varie sfumature, presenta, per forza di cose, alcuni protagonisti e alcuni momenti-chiave, compreso gli inquirenti, in particolare la SAM, la Squadra Anti Mostro, creata ad hoc dalla polizia e dai carabinieri, soprattutto nella persona di Michele Giuttari dal 1995.

 

Un po’ a sorpresa, però, la combriccola dei “compagni di merende” non viene raccontata dal protagonista che ha stimolato di più la curiosità degli italiani per quella cronaca nera, Pietro Pacciani, ma soprattutto da Giancarlo Lotti, presentato come una persona ignorante e primitiva, non privo di furbizia, colui che ha cominciato a “sfasciare” l’omertà che teneva unito il “branco”: “rapporti complicati per menti così elementari”.

 

Infatti, le autrici danno uno strano rilievo [nell’economia del fumetto] alla sua omosessualità [negata o non dichiarata], con tanto di descrizione accurata di una sodomizzazione a cui Pietro Pacciani lo avrebbe sottoposto per soggiogarlo psicologicamente, per ricattarlo e per rafforzare la loro complicità nei delitti.

 

Nel balloon di una vignetta con gli investigatori: “Il quadro è questo: Lotti ha tendenze omosessuali. Pacciani è un ipersessuato, violenta le figlie per anni. Vanni è un iposessuato, violento, forse sadico…”.

 

Il libro, che in varie riprese ricorda le povere vittime “barbaramente uccise, senza un motivo, senza un perché”, termina con una cronistoria dal 1968 al 2006, approfondita da una nota di Francesca Beghin, Mostro, mostri, e da una bibliografia con segnalazioni, inoltre, di interventi e inchieste in TV, per radio, nel cinema, in precedenti fumetti e in internet.

08/05/2010

E. Graziani Camillucci, L’aurora del mondo, G. B. Paravia & C., 1931. Illustrazioni di Andrea Fossombrone.

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Giancarlo Pavanello

 

In una collana per “fanciulli e giovinetti”,  va da sé che questa narrazione edificante sugli uomini primitivi, sui nostri antenati, sulla preistoria, debba chiarire subito nella prima nota introduttiva al primo capitolo che “nulla fa pensare che gli uomini primitivi siano discendenti dalle scimmie”. Charles Darwin non è citato e la sua teoria dell’evoluzione non viene neppure lontanamente sfiorata.

 

Tutto il libro è scandito su un altro genere di “evoluzione”, dettata dalla “divina scintilla dell’intelligenza” dell’uomo che ha saputo progredire passando da forme di vita primitivissime a forme di vita civilizzate, ma sempre con il senso innato dell’amore fra maschio e femmina [visti con parità sia pure nella tradizionale differenziazione dei ruoli], del sentimento materno, del legame fra genitori e figli. Una sorta di inno alla famiglia e alla patria. E non a caso, nella prima illustrazione si vede una coppia ignuda su un albero [ovviamente allusiva a Eva e Adamo], con tanto di pargoletto su una culla appesa a un ramo.

 

La verità scientifica è quasi del tutto difettosa ma conta soprattutto la buona volontà con cui l’autore cerca di divulgare la storia dell’umanità sulla “via dell’incivilimento”: dal bosco alle caverne, dalla caccia alla scoperta del fuoco, dai raggruppamenti in famiglie e tribù ai contrasti e alle lotte con gli “estranei” aggressori [l’amore per la patria], dalla nudità al vestito con la pelle degli animali, dai pericoli delle belve e dei “mammout” [sic] alle prime armi di pietra, dall’era glaciale al rifiorire della Terra, dall’abitudine al “lavoro, che porta benessere e tranquillità”, all’addomesticamento di alcuni animali, dalle prime “industrie” all’“arte”, dal senso della bellezza al culto per i morti, dalle “stazioni lacustri” al “pane”, dalla prima tela di lino ai metalli, dall’età della pietra all’età del bronzo, con la scoperta del ferro il passaggio dall’“età primitiva” all’“età della storia”.

 

Le ultime righe sono citabili per la loro tenerezza: “E l’uomo studiò: prima sul grande libro del mondo […] poi sui libri che i saggi lasciavano alle generazioni successive […] ma […] più bella è la meta di giustizia alla quale ogni uomo anela. E dobbiamo raggiungerla”.

 

Le illustrazioni di Andrea Fossombrone [1886-1963], un autore noto soprattutto per le sue opere di “arte sacra” o di soggetto spirituale, hanno una loro raffinatezza, nella scelta di un realismo moderno ma lontanissimo dalle avanguardie che attraversavano la sua epoca.

Il secolo del fumetto - lo spettacolo a strisce nella società italiana 1908-2008, a cura di Sergio Brancato, Tunué, 2008

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Giancarlo Pavanello

 

Il secolo del fumetto - lo spettacolo a strisce nella società italiana 1908-2008, a cura di Sergio Brancato, Tunué, 2008

 

[contributi di Alberto Abruzzese, Daniele Barbieri, Sergio Brancato, Stefano Cristante, Adolfo Fattori, Enrico Fornaroli, Gino Frezza, Fabio Gadducci, Marco Pellitteri, Luca Raffaelli, Matteo Stefanelli]

 

Tanti studi, una vasta bibliografia sulle origini del fumetto, a livello mondiale, nato negli Stati Uniti sul finire del XIX secolo [1894] con il personaggio Yellow Kid, o in Europa addirittura con Rodolphe Töpffer che nel 1833 pubblica Histoire de Monsieur Jabot, una sequenza di vignette con poche righe di testo, senza peraltro dimenticare che le illustrazioni e le stampe popolari hanno costituito anche nei secoli precedenti una notevole  pratica nella  comunicazione grafica.

 

 

[Potremmo aggiungere: le miniature dei codici miniati e tantissimi esempi di pre-fumetti perfino nella pittura e in altri manufatti di ogni epoca e in ogni cultura. Di recente ho ammirato una tavola nel Museo Castelvecchio di Verona, di un pittore anonimo della fine del XIV secolo, “trenta storie della Bibbia”, straordinaria la disposizione dei riquadri che sintetizzano gli episodi, allineati in sequenze di sei “vignette” per ogni “striscia”, cinque “strisce” mute a formare una “tavola”.]

 

Viene citato anche un libro di Lancelot Hogben, Dalla pittura delle caverne ai fumetti, Mondadori, 1952, ma giustamente si dà rilievo, in linea di massima allo specifico della “letteratura disegnata” [sembrerebbe, questa, una formula di Hugo Pratt], facendola iniziare, in Italia, con il “Corriere dei Piccoli” [1908-1995], che è stato una filiazione del “Corriere della Sera”. Tuttavia, anche in questo caso c’è stato da discutere fra gli studiosi se in questa “arte sequenziale” o in queste “narrazioni grafico-verbali” l’elemento linguistico del “balloon” o della “nuvoletta” [che ha dato il nome al nuovo genere d’arte] sia o non sia sostituibile dalla didascalia, usata nelle origini europee e italiane del fumetto].

 

Un problema inattuale, quando moltissime sperimentazioni sono state fatte, fino all’esaurimento, si direbbe. Più drammatiche sembrano, invece, altre consapevolezze, accennate in vari punti dei saggi del libro: la disaffezione dei giovani verso il fumetto che, in passato, li distoglieva dalle letture ritenute più serie, e soprattutto l’avvento spiazzante dei video-giochi, di internet e dei blog.

 

Gli autori dei saggi raccolti in questo volume, in prevalenza sociologi e professori, ma non solo, tentano di “esprimersi sullo stato del fumetto nella nostra società”, come recita la nota in quarta di copertina, per costruirne un “tessuto teorico”, scegliendo [come appare evidente] di “dialogare con gli altri linguaggi dell’industria culturale” per contribuire a rinnovare la “cultura dei comics” [quindi, notiamo, escludendo qualsiasi riferimento alla vasta produzione della cosiddetta “controcultura” e della “contro-informazione” degli anni sessanta e settanta, ormai fuori-moda].

 

Il titolo, in cui si trova la parola “spettacolo”, “lo spettacolo a strisce”, va spiegato, in parte, con la dichiarazione contenuta in un saggio del curatore stesso: “il fumetto sta all’illustrazione come il cinema sta alla fotografia”.

28/04/2010

Adriana Enriques, tanti cuori tanti rubini, Paravia, 1924 [illustrazioni di Paola Bologna]

 

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Giancarlo Pavanello

 

La tesi di questa raccolta di racconti per bambine e bambini buoni è che i bimbi sanno insegnare “tante belle cose alle persone grandi”, perfino contro i pregiudizi iniziali, indotti dall’ambiente, dall’ambiente familiare in primis. E’ il mito del “buon selvaggio”, di tanta letteratura sei-settecentesca, soprattutto francese, perfezionata in senso pedagogico da Jean-Jacques Rousseau con il suo “Emilio”, in cui, appunto, l’autore pone le regole per l’educazione di un fanciullo fino all’età adulta [un approccio, questo, sbeffeggiato dagli scrittori libertini e, molto in qua nel tempo, rettificato da Sigmund Freud].

 

Questo libretto, comunque, non ha pretese pedagogiche o filosofiche, si rivolge ai fanciulli per raccontare loro tanti esempi di bontà e di magnanimità. Tuttavia è  datato, nel linguaggio e nel contenuto, almeno in parte], e può interessare un adulto soprattutto per le illustrazioni di Paola Bologna.

 

Il primo racconto, “la fiaba del rubino”, chiarisce subito il significato del titolo: i veri rubini sono i “cuori” dei fanciulli. Nel secondo, che si intuisce ambientato durante e immediatamente dopo la prima guerra mondiale, un pregiudizio anti-tedesco, inculcato dagli adulti che ne fanno una componente della propria ideologia, viene lucidamente annullato da un bambino che, all’inizio, ripete “pum! pum!” ogni volta che sente dire “tedesco”, con l’esplicita approvazione omicida dell’entourage familiare.

 

Durante un viaggio in treno, il piccolo protagonista si accorge che una famigliola tedesca è  del tutto simile alla sua, tanto che per primo dubita che si debba dire e fare “pum! pum!”. Conclusione moraleggiante: “I bimbi non odiano, amano tutti e sanno dare bacini a tutti gli uomini del mondo. Perché essi comprendono che tutti gli uomini sono dei papà”.

 

Un altro pregiudizio ideologico, sfatato dall’inclinazione alla bontà dei fanciulli, in “Tita socialista”. Intanto, va chiarito che in tutti questi raccontini esiste una netta differenza di classe fra i “signorini” e le “signorine” [ai quali di dà del “lei” anche se hanno sei anni] e i figli delle classi lavoratrici. Ebbene, i bimbi buoni  hanno un innato istinto democratico. Infatti, avendo una sola altalena, Tita fa a turno con gli amichetti, “i piccoli contadinelli”. Poi non vuole più andare al teatro dei burattini perché non le permettono si sedersi per terra come loro [che risparmiano sul biglietto d’ingresso]. Accusata di essere “socialista” dai genitori “fascisti”, alla fine capisce il senso della socialdemocrazia [diremmo ora], ma non prima di passare attraverso un altro pregiudizio: “i socialisti” sono “quelli che prendono l’olio di ricino. Glielo danno i fascisti perché sono cattivi”.

 

Infine, la conclusione della favolista: “Non tutti i socialisti sono cattivi, non tutti vogliono la rivoluzione nel mondo. Ci sono anche i socialisti buoni come Tita che si contentano di non andare al teatro dei burattini”.

 

E così via con tanti esempi di abnegazione, solidarietà, beneficienza [tutto riassumibile nella parola “bontà”, l’unico modo “per essere felici nel mondo”].

 

Le illustrazioni di Paola Bologna sono godibili nella precisione con cui vengono tratteggiati persone e figure, ambienti e paesaggi. Si direbbero di lontanissima ascendenza Aubrey Beardsley [1872-1898], ma senza la sua lussureggiante perfidia, o Antonio Rubino [1880-1964], ma senza la sua sfrenata fantasia, al di fuori del suo mondo fantastico per privilegiare un realismo essenziale, stilizzato,  quasi di bambole in ambientazioni per bambole. [L’autrice, illustratrice e pittrice, negli anni trenta inizia a collaborare con la manifattura Lenci]. Un’attenzione particolare alle venature del legno, in mobili e soffitti, e alle decorazioni delle stoffe dei vestiti.

23/04/2010

Roberto Sgrilli, Piccoli Eroi, collana “favole e raccontini illustrati per dipingere”, Alfredo Caravaggio Editore, s.d. [anni trenta del XX secolo?]

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Giancarlo Pavanello

 

Roberto Sgrilli, Piccoli Eroi, collana “favole e raccontini illustrati per dipingere”, Alfredo Caravaggio Editore, s.d. [presumibilmente anni trenta del XX secolo]

 

Roberto Sgrilli [1897-1985] è uno dei grandi illustratori dell’epoca d’oro dell’illustrazione: la prima metà del Novecento. Avevo acquistato questo opuscolo molti anni fa, quando collezionavo libri per ragazzi, in tutta evidenza destinato ai più piccoli: uno di quegli album in cui una stessa immagine è riprodotta due volte, una a colori, l’altra senza colore ma a contorni netti, affinché venga completata copiando l’originale.

 

Una paginetta introduttiva specifica che le tavole a tutta pagina derivano dal libro “cuore” [non nomina l’autore, ormai fuori diritti, però non è questo il problema]: cinque tavole [più l’immagine in copertina] per cinque racconti che, all’epoca, dovevano essere molto noti ai bambini buoni, ridotti a didascalie di una o due righe.

 

L’eroismo dei “piccoli eroi” in questione fa rabbrividire o, quantomeno lascia perplessi [sono tuttora possibili esempi di magnanimità di bambini e giovanissimi, da lodare e da premiare, ma, nel complesso la nostra sensibilità di moderni ci induce a ritenere che dovrebbero essere lasciati in pace affinché divengano cittadini civili senza retorica e senza inculcare loro le nostre fisse più o meno politiche, tantomeno con spot pubblicitari o di regime.

 

Infatti, questi piccoli eroi sembrerebbero rivisti e ritoccati a uso e consumo dei balilla dell’epoca fascista, anacronisticamente, tuttavia non insisto, potrei sbagliarmi. Eccoli: il “contadinello lombardo”, il “piccolo tamburino sardo”, il “monello che fa scudo alla nonna inferma per difenderla da un ladro mascherato”, il “piccolo genovese”, il “piccolo siciliano”. L’immagine che preferisco è questa: “Un ultimo saluto… poi la nave s’inabissa, portando seco l’eroico fanciullo”.

 

Il ragazzino è solo un minimo segno nell’atto di salutare con il braccio alzato, ma la maestria dell’autore riesce a disegnare bene perfino il berretto, poco più di un punto, tanto che ricorda il fez, il copricapo degli “arditi”, inducendomi a pensare, con crudele perfidia: “Gli sta bene”. Sto scherzando, dopotutto è solo una recensione anomala, un’annotazione personale. Tuttavia, l’invasamento eroico rientrava nella propaganda fascista, poiché tutti, perfino i bambini, venivano abituati a un’educazione paramilitare, con miti come l’“ardire”, il “coraggio”, il “sacrificio”, le “cose grandi”, la “patria”, la “famiglia”.

 

A parte questo, resto incantato dalla bravura con cui, Roberto Sgrilli, dopo Katsushika Hokusai [1760-1849], sa rendere un’impressione stilizzata del mare mosso, delle onde e della schiuma sulle creste delle onde, vicina agli stilemi “art déco”.