16/05/2011

una pendola da appoggio + un lampadario d'epoca [nella mia casa di Venezia-Mestre]

pendole,modernariato

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10/09/2010

C. Bruno [parole] e E. Rusconi [musica], E’ arrivato Nicolà!?..., Edizioni E. Rusconi, s.d. [anni trenta?]

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uno spartito musicale

 

C. Bruno [parole] e E. Rusconi [musica], E’ arrivato Nicolà!?..., Edizioni E. Rusconi, s.d. [anni trenta?]

 

 “Trafficando salumi e formaggio,/ laggiù nel villaggio, Nicolà…/ Di milioni, gioielli e brillanti,/ ne ha fatti… ma quanti?... Chi lo sa!/ E’ padrone di mezzo paese;/ compra tutto, non guarda alle spese;/ e, con l’aria di grande signore,/ col treno a vapore, venuto è in città…/ questo è quello che fa Nicolà!”

 

“E’ arrivato Nicolà/ con la figlia e la comare…/ Più ne spende e più ne ha!/ […]/ Pirupirulì… Oilè!/ Pirupirulà… Oilà!/ Questo è quello che fa Nicolà!”

 

“Case e ville, sui monti e sul mare/ […]/ Ha comprato un battello a vapore/ che al Lago Maggiore porterà!/ Ed ancora la cosa è indecisa/ se si compra la torre di Pisa,/ Marechiaro col porto e il vulcano/ e il Foro Traiano che a Roma ci sta/ questo è quello che fa Nicolà!...”

 

“[…]/ tutto questo è una storiella/ che sia brutta oppure bella,/ voi cantate insieme a me:/ Piripirulì… Oilè!/ Piripirulà… Oilà!/ Questo è quello che fa Nicolà!”

26/06/2010

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

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Giancarlo Pavanello

 

Ostilio Lucarini, L’albero delle formiche, Cappelli, 1943 [seconda edizione]. Illustrazioni di [Alessandro] Cervellati

 

Una fiaba moderna articolata in numerosi capitoli e con molte “figure” disegnate. Ma, da adulti, attenzione alla data di pubblicazione e al curriculum dell’illustratore. Gira e rigira, qualcosa di “politico” potrebbe saltare fuori, quasi senza l’intenzione di trovare significati reconditi e inappropriati. Aggiungiamo: il bello dei vecchi libri dimenticati, anche quelli per bambini o per  ragazzi, risiede molto nel gusto della ri-scoperta, nello spigolare quanto può restare di buono e bello in un insieme che potrebbe apparire datato.

 

In breve: Bobi e Bibi, due fanciullini, un maschietto e una femminuccia,  restano soli con la giovane mamma vedova. Infatti, il padre, contadino, muore all’improvviso: ritorna dai campi dicendo che “le vampate del sole gli erano entrate nel capo” [la maggioranza degli italiani era rurale nella prima metà del Novecento]. Sarà una forzatura, ma durante la lettura del libro e dopo, anche ora in questa recensione, non mi usciva e non mi esce dalla mente l’immagine retorica dell’epoca fascista, quella del “sole in fronte”, del “sole dell’avvenire”, socialista, rettificato in senso dittatoriale, la vita radiosa nelle campagne della propaganda. Quindi, la morte del padre di Bobi e Bibi sarebbe un’annotazione sarcastica.

 

Non lontana da una città chiamata “Vallebruna” [una simbologia mirata?], la famigliola vive in miseria, non ha da mangiare, ma la mamma, molto dignitosa, riesce a vincere le avversità con il lavoro, sobbarcando il lunario e insegnando ai figli di non andare a elemosinare. La fame aguzza l’ingegno dei fratellini [qualcosa di dimenticato, a posteriori: in Italia si soffriva, cibo scarso o nullo, a volte, e, spesso, durante la seconda guerra mondiale]: a questo punto scatta il genere fantastico, eccoli trasformati in formiche non appena entrano in un ampio squarcio in un castagno, così sono sufficienti un po’ di foglia e un po’ di corteccia [risolto il problema]: “Bobi si ‘trasformicola’?” [trasformicolarsi: un buffo neologismo], “anche le formiche hanno un cuore”.

 

Subito dopo trascinano la madre nella stessa avventura, e così anche lei riesce a sfamarsi, secondo la necessità, trasformandosi in formica. Ovviamente, finito il pasto, ridiventano esseri umani uscendo dal tronco dell’albero.

 

I miseri introiti della famigliola vengono destinati al resto: la casa e il vestire. Un benessere che non passa inosservato ai compaesani invidiosi, pronti a imitarli per diventare formiche ma per lasciare il proprio lavoro continuando a sfamarsi,  in realtà passano brutte traversie, avendo la stoffa delle cicale.

 

La morale della favola: le formiche, “sebbene abbiano sempre tanta roba da mangiare, lavorano nell’estate e preparano le provviste per l’inverno”.

 

Dopo una decina di anni di separazione e di drammi [chissà, forse una sottintesa epoca bellica, da non raccontare ai bambini], la famigliola riesce a ricongiungersi, allargata con un “nonno” contadino che aveva aiutato Bobi nei momenti di difficoltà, e il finale è scontato: finalmente, come in un dopoguerra, vivono tutti felici e contenti.

 

Azzeccate le caratterizzazioni dei compaesani, anche questi ritornati alle proprie attività lavorative di esseri umani, in particolare quella di una sorta di capopopolo, il farmacista del paese: “Lo chiamavano il dottor Faccio-io, perché a sentire quello che diceva quando era in mezzo ai suoi amici, pareva che facesse tutto lui e che sapesse tutto lui. Invece non sapeva niente e non faceva un bel niente”. Dice: “E un giorno vi accorgerete che ero un grand’uomo, e mi farete il monumento proprio in mezzo alla piazza”.

 

I monelli glielo fanno, il monumento: un pupazzo di neve, con la scritta “Questo è il dottor Faccio-io che non fa niente”. Curiosa l’illustrazione di Alessandro Cervellati: il testo del cartellino è manoscritto. Qualche pagina in là ancora un dettaglio inconsueto [per l’epoca]: in un manifesto affisso dal farmacista una parte è scritta a mano, il resto, in rosso, presenta grossi segmenti [a indicare una scrittura] che ricordano le “cancellature” di Man Ray [1924].

 

Il farmacista aveva rubato a un compaesano la scoperta dell’esistenza dell’“albero delle formiche”, e quando tutto ritorna nella normalità, ossia dopo i drammi vissuti [il paese deserto come durante un coprifuoco, gli anni di stenti, nella vocazione delle cicale  impossibilitate a ridiventare esseri umani], cerca di fare un “discorso” da capopopolo anche nella nuova epoca: “ma tutti gli voltarono le spalle, e gli dissero che, chiacchiere e discorsi, non ne volevano più sentire”. Sembra riecheggiare l’ascesa e il declino di un piccolo dittatore [ma ogni esplicito riferimento politico viene giustamente risparmiato ai bambini].

 

Le illustrazioni sono di un grande maestro del genere, Alessandro Cervellati [1892-1974], tra i maggiori della prima metà del Novecento. Noto come pittore, scrittore, grafico, aveva insegnato disegno e calligrafia, nel 1933, senza riuscire a ottenere la sistemazione in ruolo, non essendo iscritto al Partito Nazionale Fascista.

 

Le sue “figure” privilegiano poche tinte piatte, prive di sfumature, disposte sulla pagina senza alcuna preoccupazione prospettica, o appena accennata, nella tradizione delle stampe e dei dipinti giapponesi. Nella foto, oltre al volume con una bella copertina: uno dei tanti esempi a piena pagina tratto dal capitolo “una compagnia di saltimbanchi”, un tema in cui si era specializzato, come storico del circo e del music-hall.

25/06/2010

Giuliano Patti, Licinio Sacconi e Giovanni Ziliani, Fotomontaggio – Storia, tecnica ed estetica, con uno scritto di Pio Baldelli, Mazzotta, 1979

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Giancarlo Pavanello: Giuliano Patti, Licinio Sacconi e Giovanni Ziliani, Fotomontaggio – Storia, tecnica ed estetica, con uno scritto di Pio Baldelli, Mazzotta, 1979

 

Un saggio molto denso che spazia dalla storia del fotomontaggio in vari paesi europei, Germania e Unione Sovietica in primis, alle considerazioni generali su questa forma di creatività e a una vasta gamma di usi dettagliati: strumento di intervento sull’ambiente, nelle arti visive, nella pubblicità commerciale, negli audiovisivi, nella didattica, nella satira, nella comunicazione politica.

 

Resta un volume fondamentale per chi voglia cimentarsi in questo genere di arte visiva, essendo nei capitoli centrali un vero e proprio manuale: “strumentazione tecnica ed elaborazioni”. Una parte, questa, solo parzialmente invecchiata o datata, alla luce delle nuove tecnologie: internet, computer graphic, photoshop, e quant’altro [negli anni in cui il libro è stato scritto e pubblicato tutto questo era ancora da scoprire, non esisteva, o lo si immaginava come “fantascienza”, sia detto con il senno di poi]. Infatti, suscita un’impressione di nostalgia la lettura delle pagine dedicate alle forbici [quelle reali, d’acciaio], alla colla, alla raccolta di frammenti fotografici da rotocalchi o da altre fonti, alle carte fotografiche, alla camera oscura.

 

Tuttavia, le tecniche per la realizzazione dei fotomontaggi restano le stesse ancora oggi: l’unica differenza riguarda solo chi voglia realizzarli esclusivamente con il computer, come immagini virtuali, da stampare in un secondo tempo nelle più svariate forme [anche concrete], per le quali occorre una conoscenza e una pratica specifiche.

 

Più godibile la prima parte, in cui viene tracciata una storia del fotomontaggio: dai primordi, con le fotografie e le cartoline “ingannatrici” [per mostrare l’inverosimile e l’inconsueto, per esempio l’apparizione di un fantasma], in pieno Ottocento, all’uso che ne ha fatto il dadaismo e il costruttivismo.

 

Cose note per chi abbia una certa dimestichezza con la storia della fotografia e della cartolina postale, oltre, naturalmente, alla frequentazione delle avanguardie storiche e delle arti visive recenti, e con la conoscenza dell’autore che, più di tutti, sembra essere un maestro indiscusso, l’artista che ha portato alla perfezione il “fotomontaggio”: John Heartfield [cfr., inoltre, una mia recensione nel post del 16 dicembre 2009 nel blog teatrodomestico.myblog.it: Eckhard Siepmann, John Heartfield, Mazzotta, 1978]. Resta, però, il merito di averle raggruppate in modo sistematico in un centinaio di pagine, e non solo per chi volesse iniziare un percorso di approfondimento.

 

La terza parte potrebbe essere la più attuale, anche se vi si sente l’atmosfera un po’ agit-prop degli anni sessanta-settanta, o proprio per questa ragione. La dimensione politica o quella, nelle arti visive, dell’impegno sociale, non sembrano affatto tramontate, perfino nei nostri anni dieci-venti del XXI secolo, finché perdurano le lotte fra le tentazioni totalitaristiche e lo spirito democratico. Basta scorrere i titoli dei numerosi capitoli: “il fotomontaggio nella scuola media”, “impiego del fotomontaggio nella satira e nella comunicazione politica”, “il fotomontaggio politico nella RFT oggi” [prima della Germania unificata dopo la caduta del muro di Berlino]. Un libro strapieno di immagini e di sottolineature a matita, postume, le mie [com’è mia abitudine leggendo, ma rispettando la carta stampata, con segni facili da cancellare], impossibile riassumerlo in una breve nota.

 

Mi sia solo concesso, con spirito di parte, citare almeno un autore cecoslovacco, al quale è dedicato un intero capitolo, un artista di punta a livello internazionale per le sue opere fra “lettrismo” e “poesia concreta”, o, genericamente, per le sue “poesie visive”: Jiri Kolàr [1914-2002] [più che di fotomontaggio, per la poesia visiva in senso generico, anche per quella italiana degli anni sessanta-settanta e successivi,  sarebbe appropriato parlare di “fotocollage”]. [N.B.: la grafia del nome è approssimativa]

 

Suggella il tutto uno scritto di Pio Baldelli [1923-2005], teorico della comunicazione di massa, pioniere del concetto di “contro-informazione”: “Politica dell’immagine. Fotomontaggio e comunicazione di massa contro il Potere e la Gerarchia”. Come conclusione, basta citarne l’incipit: “Le immagini s’incastrano in altre immagini: ormai viviamo la vita quotidiana come un gigantesco fotomontaggio”.

01/06/2010

una camicia da notte maschile [primo-Novecento] [piegata e, sorry, non stirata]

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indumenti intimi da donna primo novecento: mutandoni [con ricami] + una camicia da notte + una sottoveste + un paio di guanti estivi [forse si usavano fino agli anni cinquanta]

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28/05/2010

dixieland [una compilation jazz: disco a 33 giri] [anni sessanta]

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08:35 Scritto da: auro.lauro in musica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: disco, dixieland, jazz, musica, modernariato | OKNOtizie |  Facebook

27/05/2010

Maria Tibaldi-Chiesa e A. di Lario, Barbablu, favola narrata e cantata su tre dischi infrangibili Durium, musiche di Mario Mariotti, figurazioni di Nicola Benois, Durium, 1945

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Giancarlo Pavanello

 

Maria Tibaldi-Chiesa e A. di Lario, Barbablu, favola narrata e cantata su tre dischi infrangibili Durium, musiche di Mario Mariotti, figurazioni di Nicola Benois, Durium, 1945

 

La favola è notissima o era notissima [non so se venga ancora narrata ai bambini], di Charles Perrault [1628-1703]. Ridotta in tre pagine, in tre parti, in tre dischi, con tre illustrazioni. Un signorotto dalla barba turchina chiede in sposa una delle due figlie di una vedova, trovandole restie [per le brutte voci che corrono sulla sua vita poco chiara] invita le tre donne nel proprio castello, prodigando una settimana di feste, danze, divertimenti.

 

Una delle due fanciulle ne resta conquistata e accetta di sposarlo, dimenticando che, a quanto si diceva, le sue sei precedenti mogli erano tutte scomparse nel più fitto mistero.

 

Dopo un mese dal matrimonio, Barbablu la mette alla prova, deve assentarsi e fa promettere alla sposa di non usare mai la chiave d’oro della porta del “sottosuolo”: “e chi scoperto mai fosse in dolo/ l’ira paventi di Barbablù” [sic]. Ovviamente, secondo il luogo comune, la curiosità è femmina e la moglie va ad aprire: orrore… lugubri lamenti nelle tenebre… sei giovani donne simili a spettri chiedono aiuto, chiedono di essere liberate.

 

Sono le prime mogli, disobbedienti come la settima. Sentendo che il marito-mostro ritorna dal viaggio [in un’interpretazione corrente, è il primo serial killer della letteratura favolistica], la giovane donna fugge, chiude la porta ma si ferisce la mano, una goccia di sangue resta sulla chiave d’oro. Il marito scopre che l’ha disobbedito e la minaccia di morte, però acconsentendole un ultimo saluto alla sorella.

 

Assieme, le due donne chiamano in soccorso i due fratelli, entrambi moschettieri: “Sorella Anna, mia sorellina/ non vedi alcuno che s’avvicina?”. Arrivano e uccidono Barbablu trapassandolo da parte a parte con le spade [nell’illustrazione il cuore gli esce dalla schiena, infilzato come in uno spiedo].

 

Le sei spose, tratte dal sotterraneo, ritornano alla vita, le sette vedove ereditano le ricchezze di Barbablu e si risposano, vivendo tutti felici “senza più ansie né terrori”.

 

Da bambino, le “figure” di questo libro-album per dischi [ascoltati con un vecchio grammofono-radio] mi facevano molta paura, nella loro attenzione fiabesca ai costumi e alle ambientazioni del Seicento [il castello, il buffone di corte, le mogli spettrali], ma soprattutto l’ottima recitazione e le parti cantate [i lamenti dal sottosuolo, l’attesa dei soccorritori].

 

La caratterizzazione di Barbablu è particolarmente efficace [a parte la barba con un colore innaturale, i capelli nell’immagine in copertina ricordano le pettinature a cresta, un po’ punk, di tanti giovanissimi, con il gel].

 

Da adulto riascoltavo questi dischi e una volta li avevo registrati in una cassetta [a sua volta una tecnologia superata], per timore che si deteriorassero e che non si potessero più udire. Negli anni settanta davo a questa edizione una lettura politica: un’allusione al regime fascista e a Benito Mussolini e alla necessità della liberazione dalla dittatura.

 

Questa interpretazione potrebbe non essere una forzatura: l’armistizio con gli anglo-americani avviene l’8 settembre 1943, la “liberazione” il 25 aprile 1945, questo album di Barbalu è pubblicato nel mese di luglio dello stesso anno. Quando le due sorelle attendono gli aiuti dei soccorritori, a un certo punto vedono in lontananza un polverone sulla strada… ma è un gregge di pecore e agnelli, ossia la maggioranza che non lotta con la resistenza. Infine i fratelli moschettieri, nello stile “arrivano i nostri” dei fumetti “cow-boy” e dei film western che negli anni successivi tengono banco nei cinema italiani.

 

 

In generale, però, il significato della fiaba [l’originale e l’adattamento],  è chiaro, vero in ogni epoca, sia pure esprimendoci con linguaggi diversi : contro i mariti-padroni, contro i padri-padroni, per la libertà, a favore del diritto alla liberazione dall’ansia e dalla paura, la ricerca della felicità.

 

22/05/2010

un ricordo della prima comunione [1919] + un leggìo in ferro battuto [anni venti?] [lo usava mio padre per i suoi spartiti musicali quando suonava il violino]

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21/05/2010

oggettistica per la scuola e per l'ufficio e giochi: scatole di pennini [piene di pennini] [primo Novecento] + un elastico per tenere i libri + uno schedario in metallo

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[si usava fra anni cinquanta e anni sessanta]
 
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[utilizzato nel preparare la mia tesi di laurea, fine anni sessanta - primi anni settanta]
 
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