20/07/2011

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010

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Giancarlo Pavanello

Christian Mirra, Quella notte alla Diaz – Una cronaca del G8 a Genova, Guanda Graphic, 2010 [seconda edizione]

La prima tavola: un giovane ferito e dolorante su un letto d'ospedale, mentre riprende coscienza, piantonato da un poliziotto. Poi tutto il racconto passato alla storia come i “fatti del G8 di Genova del 2001” in flash-back, narrato a fumetti in prima persona, cominciando dalla vita spensierata di un gruppo di amici, la cui unica preoccupazione sono i progetti di viaggi, in contatto fra coetanei dell'UE, con la posta elettronica.

 

Vedendo in TV le prime violenze dei black bloc e soprattutto la morte di un ragazzo, causata da un carabiniere, secondo l'evidenza, decidono di recarsi a Genova, prima di continuare le vacanze, per partecipare alla manifestazione del 21 luglio, con “la varietà delle bandiere presenti” e con “ideologie differenti”. Alla ricerca di un “internet point”, vengono consigliati di recarsi alla “scuola Diaz”, diventato “il centro di comunicazione del social forum”, piena di giovani di varie nazionalità con cui socializzare e dove possono pernottare, con i sacchi a pelo, del tutto ignari della “notte cilena” che li attende.

 

Il clou di “quella notte alla Diaz”. Il capitolo inizia con una inquietante citazione di Francesco Cossiga, senatore a vita ed ex Presidente della Repubblica, che introduce le cruente vignette dell'autore e che completano le sconvolgenti immagini-video viste tante volte in TV: “[Il ministro dell'Interno] dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno, ovvero […] infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città... Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”.

 

Con il pretesto di una “perquisizione”, i pacifici e inermi convenuti vengono attaccati in piena notte dai poliziotti, a botte e manganellate, con insulti e soprusi d'ogni genere, pestati a sangue. Lamenti e pianti in tutta la palestra, da dormitorio a stanza delle torture.

 

Il giorno seguente, l'autore, che racconta questa irruzione definita “kafkiana”, si ritrova su un letto d'ospedale, sfigurato, con le mani gonfie, quasi cieco [per fortuna momentaneamente]. Una vicenda collettiva descritta come un incubo personale: la visita di un ispettore della DIGOS, la paura della tortura e della prigione, altri fatti più violenti riportati da un altro ragazzo, conciato peggio, la visita dei genitori, l'invalidazione dell'arresto, la scarcerazione, le notizie distorte, come quella secondo cui 61 dei 92 giovani trovati nella “scuola Diaz” avevano “pregresse contusioni e ferite”, il ritorno nella propria città, la salute minacciata [la vista, in primis, ma anche le conseguenze psicologiche], la ricerca di notizie sugli accadimenti di Genova reperiti in “rete” [come le atrocità compiute dalla polizia nella caserma di Bolzaneto: umiliazioni, torture].

 

Le due “molotov” ritrovate nella “scuola Diaz”, un pretesto per accusare tutti i presenti di “associazione a delinquere”, poi risultate “finte”: “prove” falsificate dalla polizia. Dopo due anni, finalmente vengono assolti “tutti i no-global”: “Il castello di denunce architettate contro i manifestanti, arrestati nel corso del famigerato blitz del G8, crolla in maniera definitiva”.

 

Ma l'epilogo resta amaro: il mistero mai del tutto chiarito sulla morte del giovane Carlo Giuliani, i depistaggi, 30 assoluzioni e 15 condanne a pene lievi per poliziotti coinvolti nelle torture di Bolzaneto: “Nelle motivazioni della sentenza, i giudici lamentano la mancanza in Italia del reato di tortura, che li ha costretti a limitare le pene”. Per i fatti di Genova, 25 manifestanti condannati per “devastazione e saccheggio”, ma con due poliziotti rinviati a giudizio per “falsa testimonianza”: “Diaz – assolti i vertici. E l'aula grida 'vergogna'. E così si chiude quella che è stata definita 'la pagina più nera della democrazia italiana'”.

 

In ogni caso, tra indulto e prescrizione, nessun poliziotto finirà in prigione”. Anzi, così va il mondo: “Mentre il processo Diaz faceva il suo corso, gli imputati hanno avuto una strabiliante carriera ai vertici della polizia di stato”.

 

Un fumetto autobiografico come testimonianza di un evento pubblico, da cui trapela una critica alle storture della democrazia non completamente realizzata, che ricorda quella degli anni settanta, quella della contro-informazione, ma con personaggi immuni dal protagonismo, in una indignazione corale. Anche i disegni, con il loro tratteggio essenziale e immediato, rimanda a tanti giornalini underground di quegli anni, con forza espressiva.

 

30/12/2010

Franceso Tullio Altan: calendario 2011, La Repubblica – L'Espresso, 2010

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Giancarlo Pavanello

Francesco Tullio Altan – calendario 2011, La Repubblica – L'Espresso, 2010

 

Anche i calendari [assieme alle agende], un altro settore del variegatissimo mondo del collezionismo. In tutta evidenza va ripartito in raccolte sotto-tematiche: liberty, illustratori primo novecento, riproduzioni di opere religiose, fotografici [paesaggistici], donnine, nudi, sportivi [suddividendo ulteriormente, dal calcio al ciclismo, e così via]. Un giorno o l'altro vorrei raggruppare tutto quello che trovo in cantina e in altri ripostigli domestici e chissà che non emerga qualche scoperta degna di rilievo. Un filone potrebbe essere l'umorismo [la vignetta umoristica], assieme alla satira, come quest'ultimo di Altan.

 

La copertina ricorda che nel 2011 ricorre il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. E già questo basta per anticipare che le vignette seguenti, senza averne l'aria, ossia non nominando i fatti e i personaggi troppo evidenti, alludono alla situazione sociale e politica della nazione: l'attesa della fine di un'epoca nefasta [o di un regime], i giovani “senza futuro”, il “tunnel” da cui vorremmo uscire, in aprile l'“avvoltoio” che non fa primavera, in luglio lo “scafista supremo”, in novembre il caimano [non nominato ma con la faccia verde] che non vuole morire perché ha paura di essere fischiato al suo funerale, la crisi, le difficoltà economiche che non inducono all'ottimismo, i tagli alla scuola e alla cultura, i tagli.

 

Per la meteo di giugno: “Basta buonismo: avrete un'estate fetente”. In settembre: “Si torna a scuola: portatevi la carta e l'insegnante da casa”. In tutto tredici grandi vignette.

29/10/2010

Augusto Pancaldi [a cura di], manifesti della rivolta di maggio, Editori Riuniti, 1968

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Giancarlo Pavanello

Augusto Pancaldi [a cura di], manifesti della rivolta di maggio, Editori Riuniti, 1968

 

Il mitico “maggio 1968”, soprattutto parigino, deflagrato in tutta la Francia e nel mondo, imponeva vari slogan [in graffiti e in manifesti, in volantini], fra i quali il più famoso è quello dell'“immaginazione al potere”, tutto all'insegna dell'anarchismo creativo e di tanti “maîtres à penser”. Una ondata di ribellione contro il sistema capitalistico-borghese e contro il consumismo, fatta esplodere da studenti e da operai uniti, dai giovani e dalla “classe operaia”, balzata in primo piano anche negli anni successivi, fino al tramonto degli ideali di quella breve stagione e al sopraggiungere dell'involuzione e della contro-rivoluzione. Un'epoca finita ma con “quelle” contraddizioni tuttora imperversanti, sia pure più sfumate, più confuse, più complesse, meno evidenti, in un mondo globalizzato e con emergenze inedite.

 

Il curatore, nell'introduzione, lo stesso anno dei “fatti” raccontati dai documenti, è consapevole che l'ultima parola è destinata agli storici, per spiegarli e per archiviarli. Intanto resta una produzione grafica, una vera e propria “arte del manifesto politico”, nella stragrande maggioranza dei casi uscita da un certo “Atelier Populaire”, come un'opera collettiva, nato dall'occupazione dell'Ecole des Beaux Arts e durato una sessantina di giorni, con circa 250 stampe. Nella [ri]scoperta dell'autogestione e della vita democratica in ogni ambito della vita quotidiana.

 

Le idee più calzanti, espresse durante quella stagione barricadiera, gira e rigira, continuano a serpeggiare fra molte categorie sociali [dire “classi” apparirebbe desueto], con la differenza che, una quarantina di anni dopo, tutto appare più sfumato, disciolto in una rassegnazione generale, latente, senza i riferimenti ideologici – forti – in cui era possibile credere, sui temi dei rapporti sociali e della democrazia, del privato e del pubblico, della felicità individuale e della politica, della cultura e delle arti: lo Stato Tecnocratico, per il momento, ha il sopravvento.

 

Una produzione grafica, con una sua validità estetica, al di là delle lotte vinte o perdute: riallacciata ad autori satirici del passato [per esempio, in Francia: Honoré Daumier] o ad altri periodi storici durante i quali erano state coniugate la ribellione sociale e la rivoluzione con le arti visive: dalla Comune di Parigi del 1870 alla rivoluzione russa, passando attraverso i movimenti quali l'espressionismo, il futurismo, il dada e il surrealismo.

 

Aggiungo: questo libretto coevo ne riporta una scelta, una sessantina di manifesti, ma tutto lascia pensare che da qualche parte esistano raccolte più corpose, o complete. Non venivano solo affissi, venivano anche distribuiti come volantini, a volte a pagamento [per “finanziare”], lo ricorda chi si trovava là, tanto che qualche superficiale mugugnava accusando i manifestanti di opportunismo. Certo, i più avveduti li collezionavano.

 

A parte questo, alcuni manifesti sembrano fatti oggi, tanto attuali sono i temi trattati. Due esempi: “lavoratori francesi e immigrati tutti uniti – lavoro uguale e stipendio uguale”, slogan ripetuto in più lingue, e sulla condizione giovanile [un giovane con la testa fasciata e con una spilla da balia che gli tappa la bocca: “una gioventù troppo spesso preoccupata per il proprio futuro”].

 

Il volumetto riporta in appendice una serie di “slogan” scritti sui muri, ora si direbbe “graffiti”, contro la società borghese e la sua “università” [ossia la sua “cultura”]: considerati atti vandalici dai benpensanti, come adesso. Di estremo interesse, di grande arguzia e con senso dell'umorismo: “Abbasso il generico/Viva l'effimero/ gioventù marxista pessimista”, “Amatevi gli uni sugli altri”, “La barricata chiude la strada ma apre la via”, “E' vietato vietare. La libertà comincia con un divieto: quello di nuocere alla libertà degli altri”, “Elezioni puttane”, “Finirete tutti per crepare di comodità”, “Frontiere = repressione”, “Inutile restaurare. La struttura è marcia”, “Non liberatemi. Lo faccio da solo”, “Piegati e bruca”, “La poesia è nelle strade”, “Il potere inganna. Il potere assoluto inganna assolutamente”, “Sbottonate il vostro cervello con la stessa frequenza con la quale sbottonate i vostri pantaloni”, “Un uomo non è stupido o intelligente: è libero o non lo è”, “Viva de Gaulle. (Un francese masochista)”. [Il generale De Gaulle, presidente della repubblica, di destra, e i suoi sostenitori erano un bersaglio privilegiato].

 

 

 

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23/09/2010

Vauro, sbatti il Vauro in prima pagina, il manifesto, s. d. [2010]

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Giancarlo Pavanello

 

Vauro, sbatti il Vauro in prima pagina, il manifesto, s. d. [2010]

 

Una scelta delle vignette di Vauro apparse sulla prima pagina del “manifesto” nell’arco di dieci anni, dal 28 gennaio 2000 al 30 marzo 2010. Valentino Parlato, nell’introduzione, le definisce “accoltellanti”: in più,  essendo le espressioni del giudizio del giornale sul fatto del giorno, le considera veri e propri “editoriali”, poiché “si scrive anche dipingendo e disegnando, facendo satira attraverso il disegno”. Una tradizione, questa, risalente a William Hogarth, a Honoré Daumier, a Giuseppe Scalarini e a Mino Maccari [disegnatori che “ai potenti e agli imbroglioni diedero sferzate assai più forti ed efficaci che non tanti raffinati o veementi scritti”. Inserito a pieno titolo nella “storia dei caricaturisti politici” in Italia e in Europa.

 

Il limite di questo genere di “fumetto”, risolto in una sola vignetta, è spesso il suo carattere allusivo, il riferimento alla cronaca giornalistica, alla cronaca quotidiana, ai fatti che entro poco tempo sfuggono alla comprensione della maggioranza dei lettori. Abbastanza effimero, in un certo senso, proprio come gli articoli da leggere giorno dopo giorno o le notizie date in TV: se, per qualche ragione, ci si sottrae per un brevissimo periodo, poi si perde il filo del discorso, diventato perfino inintelligibile se si ignora un’“ellissi” [la parte taciuta ma legata a una “puntata” precedente].

 

Per questo motivo appare doverosa, in un’antologia di vignette satiriche, soprattutto politiche, qualche spiegazione o, come nel caso di questo volumetto, un “sommario”, per inquadrare la situazione o il personaggio o l’avvenimento presi di mira dalle frecciate del disegnatore.

 

Ogni vignetta occupa un’intera pagina e in calce viene messa una esauriente didascalia per una comprensione ottimale, come un inquadramento storico. Si comincia con l’allarme contro le nuove ondate razziste in Europa [con il successo elettorale di Haider], e via via ce n’è per tutti: il papa, le discusse elezioni negli USA, la “mucca pazza”, il rifiuto dell’immigrazione clandestina, Arafat, Cofferati, Prodi, la Moratti ministro della pubblica istruzione [definita “Morattila”], la guerra [e siamo solo al 2004].

 

Poi arriva il personaggio più molesto che imperversa sulla scena politica a tempo pieno: B., per il quale si sprecano le vignette fra le più virulente [giustamente], rappresentato come un omino basso molto basso e ridicolo, poco più di un topo, meschino quanto basta, di basso profilo, sempre pronto a fare dispetti e a tramare furbetterie per conservare un potere inacidito e poco raccomandabile.

 

L’“alta velocità”, la fame nel mondo, la base Usa a Vicenza, l’Afghanistan, i morti sul lavoro, il “family day” e la pedofilia, Veltroni [che vuole “vederci chiaro”: allora un altro omino è pronto con la spugna a lavargli gli occhiali, un riferimento alle polemiche sui “lavavetri” a Firenze], il “ciclone Grillo con il suo Vaffa…day”, i sindacati, il G8.

 

Sul problema dei “prostituti o di sinistra nella RAI”. Un signore chiede: “E in Mediaset?”. E il noto omino stra-potente e con conflitti d’interesse alle stelle, con il solito sorriso stereotipato a tutta dentiera, risponde: “Beh, lì di sinistra non c’è nessuno!”. Ancora Bush, la borsa, Israele, il triste caso di Eluana Englaro, le ronde [i “volontari della sicurezza”, pronti a sostituire con spranghe e catene i “branchi” di teppisti].

 

Con il 19 aprile 2009 siamo al terremoto a L’Aquila, dove il solito personaggino capo del governo è sempre là a presenziare per farsi pubblicità e cercare un consenso che diminuisce: “Viene così spesso che hanno montato una tenda tutta per lui!”. La tenda è quella di un circo per accoglierlo  come un clown.  Infine arriviamo a Dell’Utri e al Carroccio [la Lega Nord sul carro del vincitore]. La tragicomica cronaca italiana continua.

 

Superfluo ribadire che il punto di vista è quello di una sinistra critica, da rifondare, ammesso che ci si creda e non si sia già troppo disillusi, in opposizione alla destra e ai rimescolamenti delle carte più o meno opportunistici di un generico “centro-sinistra” in crisi d’identità. Conservando queste schematizzazioni “ideologiche” per praticità e per farsi capire a volo.

 

Una riflessione: le immagini fumettate, una per una, fanno ridere, e molto, anche a crepapelle, eppure quando si chiude il libro, dopo averle viste e lette tutte d’un fiato, si prova un senso di tristezza o di malinconia: i fatti raccontati ed esposti, presi nell’insieme, inducono a una visione cupa, a posteriori, vi si nota il trionfo della stupidità e dell’ignoranza, il sopravvento della meschinità e della violenza, e non solo in Italia, in tutto il mondo [da noi, di più]. La vignetta satirica tende a smussare gli angoli, a edulcorare: prendere in giro potrebbe significare “si può accettare” o “tutto sommato la cosa non è tanto grave”… o no… eppure i potenti indegni hanno paura delle contestazioni umoristiche, considerate destabilizzanti [benché disarmate].

 

Due parole sul “disegno” di Vauro. Lo si direbbe di tipo “tradizionale”, appartenente al filone vignettistico-caricaturale iniziato nel fumetto nel primo Novecento e diventato più snello e disinvolto negli ultimi decenni del secolo scorso: nelle storie della “bande dessinée” francese si riconosce perfino uno stile grafico definito “gros nez” [“naso grosso”], con riferimento anche alla sproporzione fra le altre parti anatomiche delle figure umane [orecchie, piedi, mani].

 

Tuttavia, il suo tratto è inconfondibile: sono noti al grande pubblico i disegni eseguiti in diretta che hanno accompagnato la trasmissione “Anno Zero”, in TV, e presentati in fine-serata per concludere in allegria le puntate che di umoristico avevano assai poco. Gli omini tutti nasi e con occhi come palle di biliardo, con le pancette e con le gambe secche: insomma, grotteschi e, nel caso dei personaggi pubblici, riconoscibilissimi, vere e proprie caricature.

14/09/2010

Lionel Koechlin, le football punk – mémoires d’Eugène Claquot martyr du ballon rond, Alain Beaulet éditeur, 2010, tiratura: 1000 esemplari numerati

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Giancarlo Pavanello

 

Lionel Koechlin, le football punk – mémoires d’Eugène Claquot martyr du ballon rond, Alain Beaulet éditeur, 2010, tiratura: 1000 esemplari numerati

 

Un libriccino di 24 pagine con una o due vignette b/n per pagina, alcune nuvolette ma prevalgono le didascalie narrative. I disegni, molto carini, ricordano le figure stilizzate anni venti e trenta, un po’ futuriste del periodo fra le due guerre e un po’ Fortunato Depero. Una edizioncina che, forse, riconferma l’ipotesi della crisi del fumetto cartaceo [a favore di quello “on line”], se indica un ritorno alle tirature limitate e numerate per gli appassionati di rarità.

 

Una storiella quasi inconsistente, brevissima, giocata sull’ironia e sull’umorismo, come viene indicato nel titolo: il calcio punk, le memorie di un personaggio,  martire di uno sport per il quale il pallone viene definito “rotondo”, con un pleonasmo comico.

 

Il raccontino inizia il 6 giugno, una data che potrebbe avere un suo significato nel mondo del calcio, ma corrisponde, comunque, allo sbarco degli alleati in Normandia nel 1944, il che con tutta probabilità non c’entra niente. Un signore con l’anello al naso,  con un pallone in mano, ogni anno si mette a cercare un punk: “Quei tipi stazionano spesso nel métro in cui il futuro è fatalmente sotterraneo”. E questo è l’incipit.

 

Ma con la seconda vignetta ci mettiamo all’erta, c’è una annotazione abbastanza acida: “I punk, come diceva Mitterrand parlando dei primi ministri, se ne trovano sempre!”. Ce n’è abbastanza per intuire che tutto va letto in chiave allusiva. Infatti: “Se gli si regalano lamette Gillette vintage o spille da balia sono pronti a tutto”. Poi: “Non indietreggiano di fronte alla sporcizia… Al contrario!”.

 

Sì, quando leggiamo “punk” dobbiamo pensare anche alla vita sociale e alla politica. Comunque, i ricordi dell’ambiente del calcio del protagonista [l’io narrante] continuano, pretesti per precise stilettate: era un campione ma un eccesso di onestà, un gol con fallo di mano, che l’arbitro non aveva visto, poi denunciato da lui stesso e annullato, lo aveva fatto cadere in disgrazia, troppo ingenuo, troppo corretto. Conseguenze: uno schiaffo dell’allenatore, la domanda della Legione d’Onore respinta, annunciata dall’autista del ministro dello sport. Una carriera stroncata.

 

Passano gli anni e il nostro eroe continua a consolarsi con una vicina disponibile, filosofeggiando: “Fate sport in camera da letto… C’è questo in comune fra i punk e i vecchi calciatori!”. E la cosa è ribadita mentre lo si vede ballare con la vicina in pazza allegria. Insomma, “il calcio punk” corrisponde al rifiuto di entrare in una carriera, qualsiasi carriera, dove trionfano il compromesso e la disonestà, contro la rettitudine morale, contrariamente a quanto insegnano i genitori, la maestra e il parroco. Una versione riveduta e corretta dello slogan anni sessanta: “fate l’amore… non fate la guerra”.

18:11 Scritto da: auro.lauro in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: calcio, punk, fumetto, politica | OKNOtizie |  Facebook

23/07/2010

AA.VV., Pelo e contropelo, antologia di umorismo grafico e satira politica, Books’ Store, 1975

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Giancarlo Pavanello

 

AA.VV. [Barletta, Bonaretti, Braschi, Buonarroti, Calvano, Casalini (Studio Arcoquattro), Contemori, Della Bella, Dragos Jovanovic-Fera, Forattini, Giuliano, Mairano, Malfatti, Mariotti, Mellana, Origa, Patanè, Skiaffino, Vannini], Pelo e contropelo, antologia di umorismo grafico e satira politica, Books’ Store, 1975. Prefazione di Ferruccio Alessandri. Copertina di Gian Cravero.

 

Dalla mia “collezione di libri anni sessanta-settanta” [ossia da quello che mi resta in varie scatole della cosiddetta “contestazione globale” di quegli anni], ieri, 21 luglio 2010, ne ho estratti alcuni, fra i quali questo libro interamente dedicato alle vignette umoristiche o satiriche, nella maggioranza delle quali i bersagli principali sono la DC [Democrazia Cristiana] e Amintore Fanfani, paladino anti-divorzista e anti-abortista.

 

Uno dei limiti di questo tipo di grafica, ma potrebbe essere un suo pregio, è il carattere effimero del messaggio veicolato [contestazione, contro-informazione], nel senso che, a distanza di giorni, di settimane, di mesi e di anni, spesso resta oscuro, essendo direttamente legato alla contingenza giornalistica, a sua volta con un linguaggio e con riferimenti a fatti in evoluzione. Tanto più incomprensibile alle nuove generazioni che non hanno “vissuto” le cronache prese di mira dai satirici e dai vignettisti. Sarebbe necessaria, in un’antologia, una serie di didascalie esplicative, per situare i fatti e gli scontri politici, ma in tutta ovvietà questo resta un compito degli storici, se ci saranno, altrimenti tutto è destinato a scomparire nel nulla, o quasi.

 

Ferruccio Alessandri, comunque, nella sua nota sottolinea l’importanza rivoluzionaria dell’umorismo e della satira nella lotta politica contro i potenti meritevoli di essere deposti, indegni: “L’autorità imperante si basa sul consenso delle masse, intendendo come consenso anche la rassegnazione o la paura”. Quindi: “L’umorismo, e nella fattispecie la satira, è un agente sgretolatore di questo consenso”. Insomma, ridere di qualcuno significa ferirlo, non rispettarlo, facendolo traballare nella stima degli elettori. “Il disegno satirico ha capacità didascaliche e di sintesi di situazioni che gli altri mezzi di comunicazione non hanno, specie a livello simbolico. Se azzeccato, può distruggere”.

 

La satira è sempre stata osteggiata dai potenti indegni [se non fossero indegni non sarebbero bersagliati dagli umoristi], spesso a denti stretti per fingere una liberalità fasulla, per cui anche questo libro resta attuale: basta soffermarci sulle vignette che sembrano adattarsi ai nostri giorni, al XXI secolo. In una, di Braschi [Crazy], si fa vedere la bagascia DC come una prostituta di strada: “La bagascia invecchia, ha perso qualche dente, altri ne perderà, ma batte ancora!”. Invece che al partito politico di maggioranza di quegli anni basterebbe pensare alla “casta” attuale, che imperversa da [quasi] un ventennio. E il disegno muto di un televisore visto come la finestrina a sbarre di un carcere, con una semplice didascalia, di Buonarroti: “Televisione: prigione della libertà di opinione”. Quanto di più attuale? E ce n’è anche per i “padroni” [i “capitalisti”, ora si chiamerebbero, in modo soft, “imprenditori”], per il “compromesso storico” DC-PCI, per l’MSI [padre della successiva Alleanza Nazionale]. E così via.

 

La grafica. Mentirei se io dicessi che tutte queste vignette sono belle, al di là dei messaggi: al contrario, ritengo che ce ne siano di bruttine, in cui il segno appare sciatto e stentato, il che potrebbe essere voluto: infatti, in questo “genere” [artistico-letterario], l’essenziale è la sintesi verbo-visiva arguta, la carica umoristica e/o satirica, l’efficacia. In questo senso, chiunque potrebbe essere in grado di diventare un vignettista o un fumettista, basterebbe volerlo, esserne motivati e cercare le porte aperte. Immagino che solo qualcuno degli autori antologizzati, presumibilmente in parte derivanti dall’humus underground dell’epoca, abbiano continuato con convinzione, affermandosi nell’ufficialità.

17/08/2009

Bonvi: Sturmtruppen Storiken [fumetti]

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Giancarlo Pavanello

 

Bonvi, Sturmtruppen Storiken, 1989-1990

[recensione anomala]

 

Bonvi, Sturmtruppen Storiken, “trimestralen” n. 4 [dicembre 1989, strisce nn. 542-720, per errore in copertina viene indicato il n. 718] e n. 5 [marzo 1990, strisce nn. 721-898, per errore in copertina viene indicato il n. 798], tutte del 1971-1972 : “pubblicazione di 4 numeri all’anno di strips cronologiche e datate”, G. Vincent Edizioni [il direttore è l’autore stesso, Franco Bonvicini]. Non edizioni originali ma prime edizioni [comunque, nei casi dei fumetti pubblicati a puntate la distinzione non è netta].

 

L’unico tema di queste strisce è l’antimilitarismo in generale, per forza di cose e per incisività prendendo di mira una particolare categoria, quella dei militari tedeschizzati vagamente nazisti, ossia i “crucchi”, ma al di là di questa o quella guerra, senza una presa di posizione contro un determinato popolo, sono presi di mira tutti i soldati del mondo: la stupidità delle guerre.

 

Macabro, grottesco, grand-guignol: c’è tutta la gamma beota e sado-masochista, truculenta,  del mondo militare e della guerra, appartenente alle tradizioni linguistiche dei ceti popolari, da sempre coinvolti in queste truppe universali. Nell’introduzione all’albo n. 4, tratta dal volume “Sturmtruppen, il fumetto di satira antimilitarista” [Gammalibri Edizioni, 1981], Giorgio Ferrari  ne fa un elenco, concludendo: “constatiamo che moltissimi stilemi sono diventati una costante bonviciniana ma, come tale, anche ripetitivi”.

 

Nei disegni [nella scia delle vignette umoristiche con gli omini tutti testa, naso e piedi, tuttavia con impronta personale e inconfondibili], il linguaggio è inventato, un misto di italiano e di tedesco ridotto, come nell’immaginario collettivo, a suffissi in “en” [nemiken, mitragliatricen, perikolen], alla “v” pronunciata come “f”, a qualche congiunzione “und” invece di “e”, eccetera.

 

Forse l’antimilitarismo non è più una bandiera delle nuove generazioni, come negli anni settanta [ora prevalgono la destra perbenista e ipocrita, il militarismo o l’indifferenza, ovviamente con tante eccezioni], per cui emblematica diventa una “striscia”, in cui entra in scena una recluta che si autopresenta: “… Eccomi finalmente giunto tra foi, kamareden:… falsificando la mia data di nascita sono riusciten ad arruolarmi volontario ed ora, per la gloria della patrien, sono pronto a gettare il mio cuore di biondo liceale diciottenne al di là dell’ostakolen!...”. Plagiato dai professori che gli hanno inculcato gli “immortali valori” [non quelli veri, quelli falsi] e i “sacri confini” della patria. Quindi, si chiama “soldaten Sigfrid Von Nibelunghen”.

 

Nell’albo n. 5 un “bonvizionario” [“24 paragrafi in veste di lemmi”] di Gianni Brunoro, sull’autore e sulla sua storia, sui temi trattati e sulle parole-chiave, per interpretarne il mondo e apprezzarne la carica e l’impegno politico, per esempio: “tandem”, un vocabolo che fa ricordare l’epoca in cui il fumettista, candidato comunista, “circolava per le vie di Bologna” assieme al candidato socialista, per simbolizzare l’ “unità delle sinistre”, una carica ideale che già, a livello nazionale, era minata dalla tendenza opportunistica a disgregare le forze di  opposizione al centro-destra [che negli anni settanta erano perfino passate  in minoranza nelle preferenze degli elettori].