23/09/2010

Vauro, sbatti il Vauro in prima pagina, il manifesto, s. d. [2010]

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Giancarlo Pavanello

 

Vauro, sbatti il Vauro in prima pagina, il manifesto, s. d. [2010]

 

Una scelta delle vignette di Vauro apparse sulla prima pagina del “manifesto” nell’arco di dieci anni, dal 28 gennaio 2000 al 30 marzo 2010. Valentino Parlato, nell’introduzione, le definisce “accoltellanti”: in più,  essendo le espressioni del giudizio del giornale sul fatto del giorno, le considera veri e propri “editoriali”, poiché “si scrive anche dipingendo e disegnando, facendo satira attraverso il disegno”. Una tradizione, questa, risalente a William Hogarth, a Honoré Daumier, a Giuseppe Scalarini e a Mino Maccari [disegnatori che “ai potenti e agli imbroglioni diedero sferzate assai più forti ed efficaci che non tanti raffinati o veementi scritti”. Inserito a pieno titolo nella “storia dei caricaturisti politici” in Italia e in Europa.

 

Il limite di questo genere di “fumetto”, risolto in una sola vignetta, è spesso il suo carattere allusivo, il riferimento alla cronaca giornalistica, alla cronaca quotidiana, ai fatti che entro poco tempo sfuggono alla comprensione della maggioranza dei lettori. Abbastanza effimero, in un certo senso, proprio come gli articoli da leggere giorno dopo giorno o le notizie date in TV: se, per qualche ragione, ci si sottrae per un brevissimo periodo, poi si perde il filo del discorso, diventato perfino inintelligibile se si ignora un’“ellissi” [la parte taciuta ma legata a una “puntata” precedente].

 

Per questo motivo appare doverosa, in un’antologia di vignette satiriche, soprattutto politiche, qualche spiegazione o, come nel caso di questo volumetto, un “sommario”, per inquadrare la situazione o il personaggio o l’avvenimento presi di mira dalle frecciate del disegnatore.

 

Ogni vignetta occupa un’intera pagina e in calce viene messa una esauriente didascalia per una comprensione ottimale, come un inquadramento storico. Si comincia con l’allarme contro le nuove ondate razziste in Europa [con il successo elettorale di Haider], e via via ce n’è per tutti: il papa, le discusse elezioni negli USA, la “mucca pazza”, il rifiuto dell’immigrazione clandestina, Arafat, Cofferati, Prodi, la Moratti ministro della pubblica istruzione [definita “Morattila”], la guerra [e siamo solo al 2004].

 

Poi arriva il personaggio più molesto che imperversa sulla scena politica a tempo pieno: B., per il quale si sprecano le vignette fra le più virulente [giustamente], rappresentato come un omino basso molto basso e ridicolo, poco più di un topo, meschino quanto basta, di basso profilo, sempre pronto a fare dispetti e a tramare furbetterie per conservare un potere inacidito e poco raccomandabile.

 

L’“alta velocità”, la fame nel mondo, la base Usa a Vicenza, l’Afghanistan, i morti sul lavoro, il “family day” e la pedofilia, Veltroni [che vuole “vederci chiaro”: allora un altro omino è pronto con la spugna a lavargli gli occhiali, un riferimento alle polemiche sui “lavavetri” a Firenze], il “ciclone Grillo con il suo Vaffa…day”, i sindacati, il G8.

 

Sul problema dei “prostituti o di sinistra nella RAI”. Un signore chiede: “E in Mediaset?”. E il noto omino stra-potente e con conflitti d’interesse alle stelle, con il solito sorriso stereotipato a tutta dentiera, risponde: “Beh, lì di sinistra non c’è nessuno!”. Ancora Bush, la borsa, Israele, il triste caso di Eluana Englaro, le ronde [i “volontari della sicurezza”, pronti a sostituire con spranghe e catene i “branchi” di teppisti].

 

Con il 19 aprile 2009 siamo al terremoto a L’Aquila, dove il solito personaggino capo del governo è sempre là a presenziare per farsi pubblicità e cercare un consenso che diminuisce: “Viene così spesso che hanno montato una tenda tutta per lui!”. La tenda è quella di un circo per accoglierlo  come un clown.  Infine arriviamo a Dell’Utri e al Carroccio [la Lega Nord sul carro del vincitore]. La tragicomica cronaca italiana continua.

 

Superfluo ribadire che il punto di vista è quello di una sinistra critica, da rifondare, ammesso che ci si creda e non si sia già troppo disillusi, in opposizione alla destra e ai rimescolamenti delle carte più o meno opportunistici di un generico “centro-sinistra” in crisi d’identità. Conservando queste schematizzazioni “ideologiche” per praticità e per farsi capire a volo.

 

Una riflessione: le immagini fumettate, una per una, fanno ridere, e molto, anche a crepapelle, eppure quando si chiude il libro, dopo averle viste e lette tutte d’un fiato, si prova un senso di tristezza o di malinconia: i fatti raccontati ed esposti, presi nell’insieme, inducono a una visione cupa, a posteriori, vi si nota il trionfo della stupidità e dell’ignoranza, il sopravvento della meschinità e della violenza, e non solo in Italia, in tutto il mondo [da noi, di più]. La vignetta satirica tende a smussare gli angoli, a edulcorare: prendere in giro potrebbe significare “si può accettare” o “tutto sommato la cosa non è tanto grave”… o no… eppure i potenti indegni hanno paura delle contestazioni umoristiche, considerate destabilizzanti [benché disarmate].

 

Due parole sul “disegno” di Vauro. Lo si direbbe di tipo “tradizionale”, appartenente al filone vignettistico-caricaturale iniziato nel fumetto nel primo Novecento e diventato più snello e disinvolto negli ultimi decenni del secolo scorso: nelle storie della “bande dessinée” francese si riconosce perfino uno stile grafico definito “gros nez” [“naso grosso”], con riferimento anche alla sproporzione fra le altre parti anatomiche delle figure umane [orecchie, piedi, mani].

 

Tuttavia, il suo tratto è inconfondibile: sono noti al grande pubblico i disegni eseguiti in diretta che hanno accompagnato la trasmissione “Anno Zero”, in TV, e presentati in fine-serata per concludere in allegria le puntate che di umoristico avevano assai poco. Gli omini tutti nasi e con occhi come palle di biliardo, con le pancette e con le gambe secche: insomma, grotteschi e, nel caso dei personaggi pubblici, riconoscibilissimi, vere e proprie caricature.

13/09/2010

Michèle Lecreux et Pascal Guichard, Carlie & Sarken à l’Elysée – Poupées et panoplies à découper, Hors Collection, 2010 [illustrations poupées et accessoires: Piérô – illustrations vêtements: Marie Cardouat]

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Giancarlo Pavanello

 

Michèle Lecreux et Pascal Guichard, Carlie & Sarken à l’Elysée – Poupées et panoplies à découper, Hors Collection, 2010 [illustrations poupées et accessoires: Piérô – illustrations vêtements: Marie Cardouat]

 

L’intento comico è racchiuso nel titolo e nel sottotitolo: l’uso improprio della parola “panoplia” [almeno per un lettore italiano] passa da “collezione di armi” o, per estensione, “set di armi di offesa e di difesa” [p.e. lo “scudo” e la “corazza”] o, come nel caso del buffo libro in questione, “vestimenti protettivi” o “seduttivi” o delle “diverse occasioni della vita quotidiana” [come se ogni giornata fosse un combattimento].

 

Bambole o pupazzi e panoplie di carta da ritagliare [sia pure per finta]: come nei vecchi giochi per bambine e bambini [o, forse, tuttora in voga]. Per una presa in giro mirata: la satira di Carlà e Sarkò [Carla Bruni, prima dama di Francia, e il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy], dopo tre anni di permanenza all’Eliseo e della loro unione. Si comincia con le modalità d’uso: “Ritagliate i pupazzi che troverete in ogni pagina. Scegliete una panoplia da ritagliare ma non dimenticate di completarla con gli accessori che preferite. Fateli andare nel loro mondo fantastico!”. E la dose è rincarata in quarta di copertina: “Rivivete i grandi episodi della folle storia d’amore della coppia presidenziale. […] Tutte le situazioni sono autentiche”.

 

Così, cominciamo a sognare sfogliando le pagine che ci fanno rivivere il lusso della loro condizione sociale e le frequentazioni più o meno ufficiali con i grandi della Terra, ma non solo, c’è anche la loro vita “semplice” di persone come tutti noi [si fa per dire]. Qualche esempio:

 

Il 15 dicembre 2007 [una data storica], la coppia esibisce il proprio idillio nascente in pubblico, a Disneyland, tradotta, nella satira, nei costumi di Topolino e Minnie.

 

Il ballo all’Eliseo: ritagliare i meravigliosi vestiti: 1000 dipendenti, fra cui 87 persone addette in cucina.

 

In Vaticano: ecco la vecchia tonaca da prete cattolico e l’abito da monaca per la coppia presidenziale. Fra gli accessori: un messale e un rosario. Un cellulare: il fatto è che, durante la loro visita al papa, Sarken si è fatto sorprendere mentre digitava qualche sms sul telefonino.

 

Anche Sarken è amico dei presidenti americani, ecco la coppia alla Casa Bianca, è pronto il vestito da cow-boy per lui e per lei il costume da squaw pellerossa: ammira molto Air Force One, l’aereo di Obama, così ne ha ordinati due, in tre anni ha già speso il 50% in più in spese di viaggi aerei [confrontandole con quelle del suo predecessore rimasto in carica sette anni].

 

Carlen è una cantante: allora le si addice un costume disinvolto da palcoscenico [ma con una certa sobrietà], e la chitarra, mentre si potrebbe ritagliare anche l’abbigliamento da venditore di noccioline come se ne trovavano nei cinema e nei teatri di qualche decennio fa: ovviamente, sulla cassetta a tracolla Sarken mette in vendita i CD della moglie. I suoi accessori: il berrettino con la scritta “Carlie” e laT-shirt con la scritta “Carlie World Tour”.

 

In Bretagna, Sarken, che si mostra volentieri tra la folla [contrariamente ad altri presidenti che, giustamente, hanno paura], è stato contestato dai pescatori. Ma è  pronto a gridare a uno di loro, proprio come uno di loro, il popolino: “Ehi, tu, se hai qualcosa da dire, vieni qua!”. Per rivivere quei momenti di vita semplice tra la gente di mare: una salopette, un berrettone, un retino, una cassetta per i pesci, per lui, e per lei un salvagente, una cuffia da nuoto e un costume monopezzo, sobrio, come si addice alla prima dama di Francia.

 

Nell’intimità, Sarken chiama la propria sposa “Carlita”, mentre lei lo soprannomina “Chouchou” [“amore, cocco, tesoro”], ok, purtroppo usano tali nomignoli anche quando è in atto un’intervista per un rotocalco femminile. Chi amasse quei momenti può ritagliare una tuta vagamente adatta a Superman, una mini-sottoveste, pantofole, tazze kitsch con lo slogan molto diffuso tra noi “gente comune”: “I love NY” [con un cuoricino al posto del verbo “to love”].

 

In Africa: di fronte a una platea di universitari a Dakar, Sarken ha dichiarato: “Il dramma dell’africa è che gli africani non sono entrati abbastanza nella storia”. A disposizione: un costume da esploratore per lui, e per lei un abito tipo tunica, fra gli accessori figurano una mappa e una maschera tribale.

 

Tuttavia, qualcos’altro dovrebbe restare, soprattutto, negli annali: la visita di Sarken al “salon de l’agriculture”, un meeting, nel 2008. Un agricoltore aveva rifiutato di stringergli la mano, mentre farsi vedere ammirato è qualcosa che il presidente di tutti i francesi cerca quando scende fra il popolo, sicuro di sé. Allora non ha trovato di meglio che rimbeccargli, piccato: “Casse-toi pauvre con!”. Traducendo, l’espressione corrisponde, grosso modo, al nostro “vaff…ulo”. Malgrado i costumi da campagnolo e da bella contadina.

 

La coppia presidenziale fa la “verde” [l’ecologista]: però Sarken ha dimenticato di nominare un vice-primoministro per l’ecologia, promesso durante la campagna elettorale, imponendo, invece, una tassa sul pic-nic.

 

La scuola: Sarken ha un’opinione molto alta della scuola ma non dei professori, infatti ha dichiarato che non potrebbero mai sostituire i “sacerdoti” e i “pastori” [protestanti], insomma l’insegnamento religioso [o privato].

 

Verso la fine del libro una vera e propria perla [o il punto di vista di un “pirla”], la dimostrazione di quanto sia celebre, in negativo, il nostro capo del governo.  Sarken è molto affezionato alla democrazia, ecco la sua dichiarazione: “La cosa più importante in una democrazia è essere rieletto… Guardate Berlusconi, è stato rieletto tre volte”. Ci si può vestire, quindi, per una foto ufficiale: completo scuro, la croce dei cavalieri di Malta, la bandiera europea, i numerosi microfoni sul pulpito.

 

Ho visto alcuni francesi sbellicarsi dalle risa, di fronte a tante gaffes e a tante situazioni ridicole, maldestre o inaccettabili, nella patria dei principi fondamentali di ogni  repubblica, ma non sono riuscito a convincerli che le cose, in Italia, sono peggiori, i nostri politici violano le regole democratiche sapendo di violarle, facendo ridere assai più di Carlie e Sarken, con volgarità molto ma molto più penose.

23/07/2010

AA.VV., Pelo e contropelo, antologia di umorismo grafico e satira politica, Books’ Store, 1975

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Giancarlo Pavanello

 

AA.VV. [Barletta, Bonaretti, Braschi, Buonarroti, Calvano, Casalini (Studio Arcoquattro), Contemori, Della Bella, Dragos Jovanovic-Fera, Forattini, Giuliano, Mairano, Malfatti, Mariotti, Mellana, Origa, Patanè, Skiaffino, Vannini], Pelo e contropelo, antologia di umorismo grafico e satira politica, Books’ Store, 1975. Prefazione di Ferruccio Alessandri. Copertina di Gian Cravero.

 

Dalla mia “collezione di libri anni sessanta-settanta” [ossia da quello che mi resta in varie scatole della cosiddetta “contestazione globale” di quegli anni], ieri, 21 luglio 2010, ne ho estratti alcuni, fra i quali questo libro interamente dedicato alle vignette umoristiche o satiriche, nella maggioranza delle quali i bersagli principali sono la DC [Democrazia Cristiana] e Amintore Fanfani, paladino anti-divorzista e anti-abortista.

 

Uno dei limiti di questo tipo di grafica, ma potrebbe essere un suo pregio, è il carattere effimero del messaggio veicolato [contestazione, contro-informazione], nel senso che, a distanza di giorni, di settimane, di mesi e di anni, spesso resta oscuro, essendo direttamente legato alla contingenza giornalistica, a sua volta con un linguaggio e con riferimenti a fatti in evoluzione. Tanto più incomprensibile alle nuove generazioni che non hanno “vissuto” le cronache prese di mira dai satirici e dai vignettisti. Sarebbe necessaria, in un’antologia, una serie di didascalie esplicative, per situare i fatti e gli scontri politici, ma in tutta ovvietà questo resta un compito degli storici, se ci saranno, altrimenti tutto è destinato a scomparire nel nulla, o quasi.

 

Ferruccio Alessandri, comunque, nella sua nota sottolinea l’importanza rivoluzionaria dell’umorismo e della satira nella lotta politica contro i potenti meritevoli di essere deposti, indegni: “L’autorità imperante si basa sul consenso delle masse, intendendo come consenso anche la rassegnazione o la paura”. Quindi: “L’umorismo, e nella fattispecie la satira, è un agente sgretolatore di questo consenso”. Insomma, ridere di qualcuno significa ferirlo, non rispettarlo, facendolo traballare nella stima degli elettori. “Il disegno satirico ha capacità didascaliche e di sintesi di situazioni che gli altri mezzi di comunicazione non hanno, specie a livello simbolico. Se azzeccato, può distruggere”.

 

La satira è sempre stata osteggiata dai potenti indegni [se non fossero indegni non sarebbero bersagliati dagli umoristi], spesso a denti stretti per fingere una liberalità fasulla, per cui anche questo libro resta attuale: basta soffermarci sulle vignette che sembrano adattarsi ai nostri giorni, al XXI secolo. In una, di Braschi [Crazy], si fa vedere la bagascia DC come una prostituta di strada: “La bagascia invecchia, ha perso qualche dente, altri ne perderà, ma batte ancora!”. Invece che al partito politico di maggioranza di quegli anni basterebbe pensare alla “casta” attuale, che imperversa da [quasi] un ventennio. E il disegno muto di un televisore visto come la finestrina a sbarre di un carcere, con una semplice didascalia, di Buonarroti: “Televisione: prigione della libertà di opinione”. Quanto di più attuale? E ce n’è anche per i “padroni” [i “capitalisti”, ora si chiamerebbero, in modo soft, “imprenditori”], per il “compromesso storico” DC-PCI, per l’MSI [padre della successiva Alleanza Nazionale]. E così via.

 

La grafica. Mentirei se io dicessi che tutte queste vignette sono belle, al di là dei messaggi: al contrario, ritengo che ce ne siano di bruttine, in cui il segno appare sciatto e stentato, il che potrebbe essere voluto: infatti, in questo “genere” [artistico-letterario], l’essenziale è la sintesi verbo-visiva arguta, la carica umoristica e/o satirica, l’efficacia. In questo senso, chiunque potrebbe essere in grado di diventare un vignettista o un fumettista, basterebbe volerlo, esserne motivati e cercare le porte aperte. Immagino che solo qualcuno degli autori antologizzati, presumibilmente in parte derivanti dall’humus underground dell’epoca, abbiano continuato con convinzione, affermandosi nell’ufficialità.